Martin Luther King, quel sogno
celebrato ma non realizzato
Il 15
gennaio 1929 nacque ad Atlanta il pastore battista, leader del movimento
per i diritti civili degli afroamericani, una delle figure più
carismatiche del Novecento
L'editoriale del professor Paolo Naso
per l'agenzia stampa Nev-Notizie Evangeliche
per l'agenzia stampa Nev-Notizie Evangeliche
della Federazione delle chiese evangeliche in Italia
Roma (NEV), 15 gennaio 2020 –
Il King’s day in cui gli
americani commemorano il più noto leader del movimento per i diritti
civili degli USA fu istituito nel 1983, sotto la presidenza di Ronald Reagan.
E già questo è un fatto paradossale perché la storia non riconosce
all’ex attore di film western un particolare ruolo nell’azione politica a
sostegno delle popolazione afroamericana; al contrario l’asse
strategico delle sue politiche sociali fu orientato allo smantellamento
delle misure di welfare adottate negli anni della presidenza Johnson
che avevano dato frutti importanti sul piano della crescita economica
delle minoranze etniche.
Ma il movimento che da tempo rivendicava un
riconoscimento a King e a quanto egli rappresentò aveva ormai una sua
consistenza e Reagan scelse di non contrastarlo, finendo anzi per
assecondarlo e intestarsi così il merito di una scelta fortemente
simbolica dell’unità di tutti gli americani.
Il King’s day, celebrato in
occasione del giorno della sua nascita, ha finito così per rimarginare
alcune ferite che si trascinavano dai turbolenti anni ’60 ma anche per
cristallizzare la figura del pastore battista e leader politico nel
cliché addomesticato e rassicurante di eroe nazionale della nonviolenza e
della convivenza interraziale.
Negli anni, questa operazione ha
prodotto celebrazioni sempre più corali ma ha anche semplificato una
figura complessa che va ricordata, oltre che per la sua lealtà
all’America e ai suoi principi, per la sua capacità di mobilitare un
movimento di massa che denunciava il tradimento plateale e violento di
fondamentali diritti umani da parte di un sistema che, superata la
segregazione, restava razzista, basato cioè su comportamenti e
convenzioni che condannavano gli afroamericani a occupare i gradini più
bassi del sistema sociale. Una dura contabilità, ad esempio, ancora oggi
registra troppi afroamericani in carcere e troppo pochi nei college.
Gli anni di Obama alla Casa Bianca hanno creato l’illusione ottica di
una inversione di tendenza e rafforzato la speranza di un paese che
aveva la forza di redimersi dal suo peccato originale, il razzismo. Non è
andata così e, chiusa quella finestra democratica, l’America deve fare i
conti – di nuovo! – con quel dèmone che tormenta la credibilità e la
sostenibilità delle sue politiche sociali.

King continua ad apparire in lapidi e monumenti, così come nel Mall
di Washington dove nel 1963 pronunciò il suo famoso discorso I have a dream.
Ma appare sempre più solo, eroificato e addomesticato nella narrazione
rassicurante di un paese riconciliato che ha sostanzialmente superato la
sua divisione razziale. Non è così, e la sfida della coesione sociale
si è semmai aggravata con l’aumento della popolazione ispanica e degli
immigrati africani e asiatici.
King fu l’uomo della nonviolenza, certo, ma anche quello di una
denuncia radicale e destabilizzante degli equilibri di potere della
società americana. E vale la pena ricordare che non fu ucciso nel
momento della sua massima fama ma, al contrario, quando si ritrovò
isolato e screditato a causa delle sue battaglie contro la guerra in
Vietnam e contro la povertà di milioni di americani, bianchi e neri.
Celebrare il sogno di una società riconciliata e liberata dal razzismo è
giusto e utile, ma solo se si ha il coraggio morale e civile di
riconoscere che quel sogno non si è realizzato.
