sabato 30 novembre 2019

la Lumière - La legge luminosa dell'amore - Domenica 1 Dicembre 2019 - I nell'Avvento

foglio biblico, teologico, liturgico



La Parola: ROMANI 13,8-12


8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni
gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 

9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», 
«non concupire» e qualsiasi altro comandamento 
si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 

10 L’amore non fa nessun male al prossimo; 
l’amore quindi è l’adempimento della legge. 

11 E questo dobbiamo fare, consci del momento cruciale: 
è ora ormai che vi svegliate dal sonno; 
perché adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. 

12 La notte è avanzata, il giorno è vicino; 
gettiamo dunque via le opere delle tenebre 
e indossiamo le armi della luce.




BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole 

La legge luminosa dell'amore

Maurizio Abbà


Non abbiate altro debito con nessuno... ciò è certamente auspicabile,
di debiti, infatti, ci si può facilmente purtroppo rovinare...

   - A pensarci bene però non ci sono solo i debiti finanziari,
altri debiti di certo non meno importanti, ma che sicuramente possono,
in molti casi essere invece gratificanti, quali sono?
Il debito della vita ai nostri genitori, ad esempio,
non solo per essere stati messi al mondo ma per averci sorretto ed alcuni
potranno dire che continuano a farlo
anche quando si è cresciuti un po' nel corso dell'esistenza.

Il debito dell'amore lo si paga amando,
sapendo che l'amore vero è gratuito.

Dio ci trova e quindi ci ama prima che noi lo abbiamo trovato.

Inizia con questa Domenica il nuovo anno liturgico, è la I Domenica nell'Avvento
tempo di attesa speranzosa e operosa.
Il capodanno liturgico insegna ad attendere
scartando affanni inutili e ansietà oppressive,
saper attendere questo è importante, nel frattempo amare
ecco l'amore non può essere sospeso, non può essere rinviato.
L'amore è adesso.


Ama il tuo prossimo come te stesso
è quanto Dio ci richiede: aver cura e premura di noi stessi e degli altri,
- anche gli animali sono nostro prossimo, sono Dono di Dio,
loro sovente hanno cura di noi nei loro modi e maniere -
dovremmo averne anche noi nei loro confronti.
L'amore per gli animali non riduce
e tantomeno esclude l'amore per l'umanità, anzi,
aver a cuore le condizioni degli animali
può 'sbloccare' l'affetto per le persone, e viceversa.

Insomma l'amore vero non ha confini, è inclusivo,
cure e premure senza calcoli, senza inganni.

Aver cura di noi stessi: il non essere autolesionisti,
il non infliggersi ferite e il non infliggerne agli altri,
imparare questo, è davvero, un'arte.

L'amore è l'adempimento della legge.
Il problema è che 'amore' è termine logoro,
dobbiamo riempirlo di contenuti antichi e nuovi,
l'amore va, paradossalmente, riabilitato.

Alcune cose, per amore, non si fanno,
la violenza non è amore, è evidente
e invece, purtroppo, non lo è per niente,
quanta violenza che si vuole per amore si pratica ogni giorno,
anche tra le pareti domestiche. Questo è terribile.

Altre cose, per amore, si possono e si devono realizzare,
allora bisogna lasciare che sia il cuore a scegliere
e non i calcoli di gretto interesse.

Bisogna attrezzarsi per tutto questo.
Bisogna attrezzarsi per amare, non è semplice, ma si può fare
amare è un'arte (come scrisse Erich Fromm);
anche il lasciarsi amare è da imparare,
il che vuol dire, fra l'altro, dare spazio ad emozioni e sentimenti
per essere veri, per capire gli altri, per capirsi.
Volersi bene, rettamente inteso, non è egoismo
ma è cura e premura di noi stessi per essere in grado di aver cure e premure
per il prossimo.

Saper comprendere il momento decisivo dell'amore,
quando è il momento di fare una visita gradita,
il momento di saper dire 'grazie', il momento di regalare un fiore,
il momento di dire una parola buona,
questo momento non lo si deve attendere,
questo momento è arrivato,
è oggi.

L'amore è sognatore e questo è bello,
ma dev'essere un amore sveglio,
che realizza quanto pare impossibile,
in cui i sogni diventano realtà.
L'energia dell'essere innamorati irradia di luce,
riuscendo ad andare oltre il buio,
buio che non ha l'ultima parola.

La legge luminosa dell'amore insegna a sperare e ad amare,
è la  forza della luce, è la luce della speranza,
è la forza della speranza, è la luce dell'amore.

Prière du Matin - Dietrich Bonhoeffer


Père du ciel,
je te bénis et te rends grâces du repos de la nuit,
je te bénis et te rends grâces du jour nouveau.
Je te bénis et te rends grâces de Ta bonté
et de ta fidélité dans ma vie passée.
Tu m’as fait du bien…
Amen



Dietrich Bonhoeffer (1906 -1945)
Pasteur, théologien, philosophe et résistant allemand

tratto da: www.jecherchedieu.ch

Avvento tempo dell'attesa sobria e responsabile

 
dalla biblica Lettera ai ROMANI dell'apostolo Paolo:

13,12  La notte è avanzata, il giorno è vicino; 
gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

 
La notte è avanzata, il giorno è vicino:
l’Avvento inizia alla luce di questo messaggio.
“Avanzata” non significa “terminata”, e “vicino” non vuol dire “giunto”:
il tempo dell’attesa non è soltanto, naturalmente, quello che ci separa dal Natale, 
bensì quello dell’attesa del Signore che viene.
Il brano di Paolo ci ricorda che 
l’attesa non è un atteggiamento fanatico o visionario, 
ma un modo di vivere la quotidianità, nella società e nella chiesa. 


tratto dal settimanale:  Riforma – numero 46 – 29 novembre 2019 – pagina 7

venerdì 29 novembre 2019

Il pane e il vino unità di cose simili, uguali, utili - Un testo di Ignazio Silone


Il padre offre da mangiare e da bere a tutti 


Il padre si sedette a capo del tavolo, assieme agli altri uomini. Arrivarono dei parenti di un paese vicino,
arrivarono dei ragazzi, arrivarono delle donne.
Il padre offrì da bere e da mangiare a tutti, seduti intorno a lui. Versò il vino e disse: “Bevete”. 

Ruppe il pane e disse: 
“Mangiate”. 
“È mio figlio - egli disse - che mi ha aiutato a seminare, a sarchiare, a mietere, a trebbiare, a macinare il grano di cui è fatto questo pane. Prendete e mangiate, questo è il suo pane”.
Arrivarono altri. 
Il padre versò da bere e disse:
“È mio figlio che mi ha aiutato a potare, inzolfare, sarchiare, vendemmiare la vigna dalla quale viene questo vino.
Bevete, questo è il suo vino”.
Gli uomini mangiavano e bevevano.
E c’era chi bagnava il pane nel vino.
“Il pane è fatto da molti chicchi di grano. 

Perciò esso significa unità. 
Il vino è fatto da molti acini d’uva, e anch’esso significa unità. 
Unità di cose simili, uguali, utili. 
Quindi anche verità e fraternità, sono cose che stanno bene insieme”.
“Per fare il pane ci vogliono nove mesi” disse il padre.
“A novembre il grano è seminato, a luglio mietuto e trebbiato”.
Il vecchio contò i mesi: 

“Novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio. Fanno giusto nove mesi.
Per maturare l’uva ci vogliono anche nove mesi, da marzo a novembre”.
Egli contò i mesi: 

“Marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre e novembre. Anch’essi fanno nove mesi”. 
 “Nove mesi?” domandò la madre. 
Non ci aveva mai pensato.
Ci vuole lo stesso tempo per fare un uomo.


(tratto da: Ignazio Silone “Vino e Pane”) 

Preghiera in una situazione di particolare bisogno

Signore Iddio,
una grande miseria m'ha colpito.
Le mie ansie minacciano di sopraffarmi,
e non conosco vie d'entrata né vie d'uscita.
Mostrami la tua grazia o Dio, e aiutami.
Dammi la forza di sopportare i pesi che tu mandi.
Fa' che non mi domini la paura,
segui con sollecitudine paterna i miei cari,
e per primi mia moglie e i miei figli.
Proteggili con la tua mano forte
da ogni male e da ogni pericolo.
O Dio misericordioso,
perdonami ogni colpa che ho commesso
davanti a te e davanti agli uomini.
Confido nella tua grazia
e rimetto la mia vita tutta nelle tue mani.
Fa' di me
ciò che a te piace, ciò che è bene per me.
Che io viva o che io muoia,
io ti sono accanto e tu mi sei accanto, mio Dio.
Signore, attendo la tua salvezza e il tuo Regno.

Dietrich Bonhoeffer
DBW 8,208   
[trad. it. Resistenza e Resa. Lettere e altri scritti dal carcere,  
in Opere di Dietrich Bonhoeffer 8, Queriniana, Brescia, 2002, 194]


- testo citato anche in: 
Dietrich Bonhoeffer Voglio Vivere questi Giorni con Voi

A cura di Manfred Weber  
Traduzione di Andrea Aguti e Guido Ferrari

Editrice Queriniana, Brescia, 2007, 344.

giovedì 28 novembre 2019

Giustizia e Dignità: no alla violenza contro le donne




Sedici riflessioni per la lotta contro la violenza sulle donne


Torre Pellice,  26 Novembre 2019
In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, la Federazione delle donne evangeliche in Italia (FDEI) ha prodotto il quaderno 16 giorni contro la violenza alla cui stesura hanno collaborato anche sorelle e fratelli valdesi e metodisti. Il quaderno propone tra i materiali di riflessione alcuni articoli della Convenzione di Istanbul, una Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, promulgata nel 2011. Ratificata dall’Italia solo due anni dopo, a cinque anni di distanza risulta conosciuta e applicata nel nostro paese poco e male.

La FDEI ha ritenuto utile far conoscere l’esistenza di questa legge importante che impegna gli Stati europei a mettere in campo politiche integrate di sensibilizzazione, educazione, formazione delle figure professionali, programmi di prevenzione e di trattamento, di protezione e di sostegno, sevizi di supporto, assistenza per le denunce, indagini, procedimenti penali e gratuito patrocinio e tanto altro ancora.

“Nel quaderno torna più volte la parola giustizia - dichiara la moderatora della Tavola Valdese Alessandra Trotta -, la giustizia di chi desidera ridare dignità alle donne maltrattate per realizzare un’umanità più vera e piena. La violenza contro le donne, infatti, è un’offesa a ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”.

Da anni le chiese valdesi e metodiste sono impegnate contro la violenza sessuale e di genere e contro ogni forma di violenza contro le donne, bambini e persone vulnerabili. Anche il recente Sinodo di agosto ha fatto proprio il documento del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) dal titolo “Dichiarazione sulla violenza sessuale e di genere, e sul Premio Nobel per la Pace del novembre 2018” inviandolo alle chiese affinché ne approfondiscano i contenuti e promuovano azioni concrete.



tratto da: www.chiesavaldese.org

mercoledì 27 novembre 2019

All'Ascolto della Parola

Come dovrebbe pregare 
chi ascolta la predicazione


    Non credo nel mio pastore,
ma egli mi parla di un altro Signore, che si chiama Cristo,
questi egli mi indica.
Vorrò pendere dalle labbra del predicatore fintanto che egli mi condurrà
verso il giusto maestro e precettore stesso, il Figlio di Dio.

Martin Lutero


Martin Lutero
Preghiere
a cura di Beata Ravasi e Fulvio Ferrario
(Spiritualità 12), Claudiana, Torino, 2015, 41.




Preghiera per la Predicazione della Parola

Come un predicatore
e chi lo ascolta dovrebbero pregare


   Caro Padre celeste, parla tu, di buon grado sarò
un allievo e un bambino e tacerò;
perché se dovessi governare io la chiesa a partire dall'intelligenza,
saggezza e ragionevolezza mie proprie, il carro sarebbe da tempo
impantanato nel fango e la nave sarebbe da tempo andata in rovina.
Perciò, buon Dio, governala e conducila tu stesso,
di buon grado rinuncerò a seguire l'umana ragionevolezza,
lasciando a te solo il governo mediante la tua parola.

Martin Lutero  


Martin Lutero
Preghiere
a cura di Beata Ravasi e Fulvio Ferrario
(Spiritualità 12), Claudiana, Torino, 2015, 40.

martedì 26 novembre 2019

Un Master per aiutare a costruire la convivenza tra diverse Religioni e Culture





Scienze religiose e dinamiche interculturali nelle società multireligiose


Un nuovo master interdisciplinare per comprendere davvero a fondo chi giunge in Italia 

Nonostante da anni si ragioni intorno alla importanza della mediazione interculturale nei servizi sociali e a scuola per una piena inclusione di stranieri, immigrati e rifugiati, gli strumenti e le pratiche non sono mai abbastanza affinate e cambiano nel continuo. Una importante iniziativa è stata presentata dall’Università di Torino, giovedì 21 novembre al Campus Einaudi: il Master in Scienze religiose e Mediazione interculturale. Il convegno intitolato “Scienze religiose e dinamiche interculturali nelle società multireligiose”, coordinato da Ilaria Zuanazzi del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, ha presentato il progetto insieme ai docenti del Master e ha messo a confronto diverse esperienze sul campo.

Il primo elemento di interesse, che ho sottolineato durante la presentazione, è il focus del Master sulla interdisciplinarietà in quanto partecipano i dipartimenti di Giurisprudenza; Culture, Politica e Società; Filosofia e Scienze dell’Educazione; Studi Storici; Studi Umanistici. Questo approccio è molto importante perché da tempo ormai è risaputo che le migrazioni (cioè persone e famiglie, uomini e donne, minori e diaspore o comunità) non possono essere analizzate con una sola lente. Mettere al centro la persona significa anche questo, che ogni disciplina faccia un passo indietro per fare posto alle altre, in un dialogo interdisciplinare o multidisciplinare che è una sfida positiva.

In secondo luogo, ho sottolineato l’importanza degli aggettivi "multireligioso" e "interculturale" perché questa compresenza mi sembra interessante nel panorama dei Master in Italia, in cui il fattore religioso rimane solitamente sullo sfondo se non marginale. E invece, come mostra Paolo Naso nel suo ultimo libro “Le religioni sono vie di pace. Falso!” (Laterza 2019) è importante approfondire dal punto di vista storico, politico, sociale e culturale come i conflitti si sono alimentati attraverso il discorso religioso, come i fondamentalismi si sono propagati come fenomeno nuovo e contemporaneo e come la tensione tra religioni e fedi possa essere feconda per un agire all’insegna del dialogo, della conoscenza reciproca e della condivisione di momenti della vita sociale e rituale che possono davvero ravvivare la convivenza pacifica nelle città. 

Si tratta cioè di esplorare alcune parole chiave che sono state cancellate dal nostro vocabolario a causa di un dibattito pubblico tutto incentrato sulla paura del diverso e sulle ossessioni securitarie e identitarie che l’antropologo Francesco Remotti aveva messo in luce alcuni anni fa, in particolare con il libro “L’ossessione identitaria” (Laterza 2019), di nuovo disponibile. Le nuove parole chiave sono transnazionalismo e cosmopolitismo, cioè quella propensione di migranti, rifugiati e cittadini ad attraversare i confini e a stabilire ponti per costruire la possibile convivenza.

Chi sono i destinatari del Master? Tra le molte possibili professioni che hanno bisogno di strumenti per la mediazione interculturale, dal medico al poliziotto, dall’infermiere all’operatore sociale, speriamo vi siano soprattutto insegnanti perché la scuola è l’unica istituzione che può davvero fare la differenza per le future generazioni e per tenere alto il portato costituzionale. Questo significa contrastare la paura e l’insicurezza con un concetto che assomiglia più alla protezione, soprattutto relazionale, e all’inclusione sociale. Un concetto di prossimità che nelle scuole deve poter basarsi sullo “ius culturae”. Come non fare memoria a questo proposito della Circolare ministeriale 2 marzo 1994, n. 73 su “Dialogo interculturale e convivenza democratica: l'impegno progettuale della scuola” in cui si facevano affermazioni importanti. 

Come non ricordare a questo punto le recenti campagne “Ero straniero” con relativa proposta di legge di iniziativa popolare e “La giusta rotta”  che promuovono canali sicuri di ingresso e corridoi umanitari europei.

Massimo Recalcati ha scritto su Doppiozero: “Il nostro tempo è dominato da una inedita pulsione securitaria. Essa ha trasfigurato il concetto di confine da luogo di scambio e di transito a baluardo, argine, bastione. La patologia sociale contemporanea è ispirata da una passione profonda per il chiuso; la pulsione securitaria è una pulsione claustrofilica. In gioco è il passaggio dal paradigma libertino della pulsione (neo-liberale) che eleva il godimento a unica forma possibile della Legge e che ha sostenuto gli “entusiasmi” della globalizzazione, a quello reazionario della pulsione securitaria che eleva la sicurezza a oggetto di investimento libidico esclusivo. La tentazione del muro ha preso il posto della tentazione di una libertà senza argini. (…) La Scuola nel tempo della paura ha il compito di essere un antidoto di massa nei confronti della sirena inquietante e segregazionista della pulsione securitaria”. 

Recalcati ci spinge cioè verso una “tensione epistemofilica” che tende ad allargare l’orizzonte del mondo; è spinta verso l’aperto, la contaminazione, l’alterità. 

In un tempo in cui siamo circondati dal peso dei luoghi comuni, delle fake-news e dell’incapacità dei mass media di rendere la complessità del fenomeno migratorio, l’antropologia culturale, la psicologia e l’etnopsichiatria sono più che necessarie! Per creare uno spazio intermedio di socializzazione e apprendimento nella diversità, nel rispetto della laicità, che nasce dal confronto tra fedi e culture diverse: non c’è convivenza possibile senza piena libertà religiosa, di più senza una legge quadro sulla libertà religiosa. 

Per citare ancora Recalcati: “È l’antidoto del plurilinguisimo rispetto alla follia fondamentalista del monolinguismo. Se il linguaggio è la nostra sola patria è perché è fatto da una molteplicità di lingue che impedisce la loro sussunzione in una sola lingua. Lo ricordava con precisione Benjamin: la democrazia si istituisce sulla necessità inaggirabile della traduzione”. 

Dobbiamo cioè poter riconoscere le saldature tra i fondamentalismi e i populismi, ma anche l’urgenza della creazione di spazi di confronto pluralistico e di dialogo nella società.

Infine, la tensione tra sapere e pratica della ricerca è importante in un Master di questo tipo. Perché la questione fondamentale è la convivenza nelle nostre città. È urgente come si diceva una legge sullo “ius culturae” ed è importante ricordarlo a 30 anni dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20 novembre 2019): il dialogo interculturale e interreligioso ha bisogno di strumenti e di persone: per citare ancora Francesco Remotti che con il libro “Somiglianze” (Laterza 2019) ha introdotto una nuova categoria concettuale, quella di “con-dividuo” cioè di coloro che non si spaventano davanti alle differenze ma che anzi le ricercano, le condividono e le trasformano in occasioni di dialogo.


tratto da: www.riforma.it



Per informazioni sulla didattica dei corsi del Master
(sito consultato, sulla rete internet, in data 26 novembre 2019 ore 16:20):

http://www.msrim.unito.it/do/documenti.pl/ShowFile?_id=q0jl;field=file;key=is8zheW44T2OPC9XnWJmMMpjmVFnIaikQzkVSFsYUOwU;t=6984

Storia Valdese - Le origini



L'aggettivo "valdese" prende origine dalla vicenda di un mercante di Lione vissuto nel XII secolo 
che decise, al termine di una profonda crisi spirituale, di vivere l'esperienza cristiana 
seguendo l'esempio degli apostoli.

Pietro Valdo ai piedi del Monumento a Lutero a Worms Valdo (probabilmente nella parlata locale Valdés) si fece tradurre ampi brani del Vangelo che leggeva ai suoi amici e, venduti i suoi beni, viveva di elemosine.
Nel prendere questa decisione egli non intendeva ribellarsi alla Chiesa,
pensava anzi di collaborare al rinnovamento
che in quel periodo era ispirato alla riforma di papa Gregorio VII.
Si scontrò invece con la gerarchia perché, prendendo spunto dal Vangelo,
esortava la gente a vivere una fede più autentica;
cioè lui, laico senza studi, faceva quello che spettava al clero.

Espulso da Lione, fu successivamente scomunicato insieme ai suoi seguaci.
Non è senza interesse notare che questa vicenda si svolge poco prima di quella,
molto simile, di Francesco d'Assisi che il papato riuscì ad integrare nella chiesa.

Il movimento valdese raccolse ampi consensi fra il popolo.
Pur essendo, come tutti quelli che erano detti "eretici",
oggetto di repressione e persecuzioni da parte dei poteri civili e religiosi,
si estese in Europa.
Malgrado la difficile situazione di clandestinità e l'azione repressiva dell'Inquisizione,
mantenne la sua compattezza.

Le zone in cui i valdesi si impiantarono con maggior consistenza
furono le Alpi Cozie, la Provenza, la Calabria e la Germania meridionale.
I loro predicatori itineranti erano detti barba (in dialetto "zio", nel senso di persona di riguardo)
da cui "barbetti", appellativo popolare con cui venivano, sino a tempi recenti,
designati in Piemonte.

Il movimento, mantenutosi coerente attraverso i secoli dal XII al XVI, centrava la sua testimonianza su due aspetti del messaggio cristiano: la fedeltà al Vangelo e la povertà della Chiesa.
La Chiesa cristiana, dicevano i valdesi, si richiama a Gesù:
ne deve perciò prendere alla lettera gli insegnamenti
rinunciando perciò al potere politico,
all'uso della forza ed alle alleanze con le potenze del mondo.



tratto da: www.chiesavaldese.org

lunedì 25 novembre 2019

Se amo

Se amo, compio semplicemente il mio servizio e, mentre lo compio,
sento che la fede mi sostiene.
Se amo, capisco di che cosa ha bisogno la persona del prossimo
(un aiuto materiale, un conforto morale, una critica, un incoraggiamento)
e cerco di darglielo senza umiliarla, senza renderla dipendente da me,
ma al contrario rispettando la sua dignità, dandole fiducia.
Mentre agisco mi affido al Signore, perché io possa veramente capire,
intervenire in modo giusto, rispettare, aiutare a crescere.
Questo affidarsi al Signore, prima, durante e dopo l'azione, è la fede.


tratto da: www.chiesavaldese.org

sabato 23 novembre 2019

Contro l'antisemitismo, per la vita - la Lumière - Giovanni 4,22b - Domenica 24 Novembre 2019

foglio biblico, teologico, liturgico


DOMENICA 24 NOVEMBRE 2019

ULTIMA DELL'ANNO LITURGICO  - DOMENICA DELL'ETERNITÀ



Gesù dice:

la salvezza viene dai Giudei 
Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 4,22b 


BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole
  
Un'affermazione contro l'antisemitismo,
per la vita
Maurizio Abbà



Il IV Evangelo ci porge queste parole di Gesù rivolte alla donna Samaritana.

Ri-scoprire l'ebraicità di Gesù, significa diverse cose importanti, infatti:

- significa andare alla radice della fede cristiana, fede dalla radice ebraica, appunto;

- significa non contribuire al proliferare degli antisemitismi 
   che dopo aver colpito con l'odio nella Storia con le tragedie più devastanti 
   ancora oggi continuano ad avvelenare la cultura, la fede, la società contemporanea;

- significa abbandonare i pregiudizi per il Dialogo. 

    
    Gesù Maestro ebreo accetta di parlare con una donna Samaritana
    per l'epoca era un fatto eccezionale,
    oltre i soliti rigidi schemi, Gesù incontra e parla con la donna Samaritana 
    e la incontra in quanto persona,  soggetto, che ha la dignità di creatura
    che ascolta e dialoga a  sua volta.
   

   
 

venerdì 22 novembre 2019

Il veleno e la piaga dell'antisemitismo

il testo seguente è tratto da: www.riforma.it

 

 

«L’infallibile parola di Dio»

di Redazione



È il titolo di un documento elaborato dalla Chiesa d’Inghilterra 
in cui si riconosce il ruolo del cristianesimo nella diffusione dell’antisemitismo. 
È la prima autorevole dichiarazione anglicana sull’argomento

La Chiesa d’Inghilterra ha pubblicato un documento in cui riconosce il ruolo del cristianesimo in secoli di antisemitismo e la sua rinascita in tempi moderni.

Il documento, intitolato L’infallibile parola di Dio, è la prima autorevole dichiarazione della Chiesa d’Inghilterra, anglicana, sull’argomento; in esso si delineano i fallimenti storici nei confronti degli ebrei, tra cui il ruolo della teologia cristiana nell’elaborazione dello stereotipo negativo e nella persecuzione del popolo ebraico. Tali atteggiamenti, afferma il documento, hanno fornito un «terreno fertile per l’antisemitismo omicida».

Il documento cita i commenti dell’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, che in un rapporto del 2016 affermava che gli insegnamenti teologici della Chiesa avevano «aggravato la diffusione del virus» dell’antisemitismo invece di offrire un antidoto.

Il documento prosegue la riflessione su questo punto, affermando: «L’attribuzione della colpa collettiva al popolo ebraico per la morte di Cristo e la conseguente interpretazione della sua sofferenza come punizione collettiva inviata da Dio ne è un chiaro esempio. Tali idee hanno contribuito a favorire l’accettazione passiva se non il sostegno positivo di molti cristiani alle azioni che hanno portato alla Shoah. Il riconoscimento da parte della Chiesa di avere una notevole misura di responsabilità nella diffusione dell’antisemitismo richiede una risposta da parte della Chiesa».

Il documento è stato elabotato dalla Commissione Fede e Costituzione della Chiesa d’Inghilterra e invita i cristiani a pentirsi dei “peccati del passato” compiuti nei confronti degli ebrei. Il testo dice anche che i cristiani hanno oggi il “dovere” di vigilare sul perpetuarsi degli stereotipi negativi e “di respingere gli usi impropri della dottrina cristiana”. “L’indagine teologica” è necessaria per scoprire la teologia antisemitica presente in un’ampia gamma di ambiti: dalle borse di studio accademiche agli studi sull’Antico Testamento, dai testi ufficiali della chiesa alla predicazione quotidiana, dai metodi di evangelizzazione agli inni, dall’iconografia religiosa ai riti.

Il documento chiede ai cristiani di vedere la relazione cristiano-ebraica come un “dono di Dio alla Chiesa” avente un “significato singolare”. Il vescovo di Coventry, il dott. Christopher Cocksworth, presidente della Commissione Fede e Costituzione, ha dichiarato: «Riconoscere i pregiudizi sull’ebraismo e sul popolo ebraico ed esplorarli teologicamente sono una sfida che riguarda l’intera Chiesa. Questa sfida è anche una preziosa opportunità. Siamo convinti che il rapporto ebraico-cristiano è un dono di Dio alla Chiesa, che deve essere ricevuto con cura, rispetto e gratitudine, in modo che possiamo imparare più a fondo quali siano gli scopi di Dio per noi e per il mondo intero».

Nella postfazione al documento, il rabbino capo Ephraim Mirvis
ha parlato del «dolore che ha così spesso rovinato la lunga storia delle relazioni tra ebrei e cristiani».

Pur definendo il documento «sensibile e inequivocabile nel rintracciare il ruolo del cristianesimo nell’amara saga della persecuzione ebraica», Mirvis ha criticato le organizzazioni evangeliche anglicane che promuovono la conversione degli ebrei.

Nella prefazione, l’arcivescovo di Canterbury afferma che la Chiesa d’Inghilterra ha ancora molto da imparare sui suoi rapporti con la comunità ebraica. «La nostra comprensione della rivelazione di Dio in Cristo è impoverita quando non riusciamo ad apprezzare la chiamata di Dio rivolta al popolo ebraico», ha detto. «In parole povere, la Chiesa impoverisce la sua stessa identità quando rifiuta il dono dell’incontro ebraico-cristiano. (…) Comprendere il rapporto tra cristianesimo ed ebraismo non è un optional, ma è una componente vitale della formazione e del discepolato cristiani. Quel rapporto modella la nostra lettura quotidiana della Bibbia, la preghiera, l’adorazione, nonchè le relazioni che abbiamo con i nostri amici e colleghi ebrei. La mia speranza è che il documento L’infallibile parola di Dio abbia un impatto anche sull’insegnamento, sulla predicazione e sulle liturgie delle congregazioni della Chiesa d’Inghilterra. Credo che come leader laici e del clero abbiamo ancora molto da imparare su una presentazione più veritiera e fedele del dono dell’incontro cristiano-ebraico».

Il documento è stato invece criticato dalla studiosa ebrea, Dr Irene Lancaster, che ha dichiarato: «La Chiesa d’Inghilterra ha ignorato per troppo tempo la difficile situazione del popolo ebraico in termini sia di parole che di azioni. Il vero pentimento sarebbe lavorare con gli illustri studiosi ebrei di questo paese, dello Stato di Israele e degli Stati Uniti. Ma questo è qualcosa che la Chiesa d’Inghilterra trova impossibile fare».

giovedì 21 novembre 2019

La tragedia della violenza di genere



Femminicidi e violenze, l’emergenza quotidiana



Nel 2018 sono state 142 le donne uccise, 
mentre quasi 5.000 sono le vittime di violenza sessuale. 
Un quadro allarmante, ma spesso invisibile
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L’ultimo rapporto pubblicato dall’Eures sui femminicidi e la violenza di genere disegna un quadro di vera emergenza, di un Paese, l’Italia, in cui la differenza di genere è sempre più marcata e in cui la famiglia non è un luogo sicuro.

Il dato più allarmante è quello che riguarda i femminicidi, in crescita anche nel 2018: sono state 142 le donne uccise (+0,7%), di cui 119 in famiglia. In parallelo, aumentano anche le denunce per violenza sessuale, stalking e maltrattamenti in famiglia, un segno di una crescente consapevolezza, ma che non trova una sponda nelle scelte politiche: i fondi per i centri antiviolenza, infatti, sono sempre insufficienti, al punto da non garantire a questi luoghi e progetti un orizzonte di programmazione.

La questione non riguarda soltanto l’Italia, perché il nostro Paese segue una tendenza simile a quella di altri Paesi, ma colpisce in un momento storico in cui tutti gli altri crimini nel nostro Paese sono in netta diminuzione.

Il fenomeno è molto complesso e articolato, e sicuramente non va ridotto ai semplici aspetti numerici. I piani coinvolti sono molti. A sottolinearlo è Stefania Campisi, operatrice dei centri antiviolenza Le Onde, parte della rete Di.re. Donne in Rete contro la violenza, secondo cui «come il fenomeno della violenza contro le donne è un fenomeno complesso e articolato, chiaramente ha la necessità di risposte articolate e complesse che attengono a vari livelli».

Partiamo dal più ovvio: la politica. A fronte di un fenomeno che ha tutti i caratteri dell’emergenza, esiste una risposta adeguata a questo livello?

«Sicuramente sul piano di scelte di investimenti, di fondi per la prevenzione e il sostegno alle donne vittime di violenza, manca un piano importante. Il numero di donne uccise spaventa, perché se lo guardiamo anche nel suo complesso è altissimo: l'indagine dice che dal 2000 a oggi sono 3230, quindi un numero che dovrebbe farci saltare dalle sedie. In realtà questo dato dev’essere letto anche insieme agli altri presenti nella ricerca, quindi con un aumento delle denunce rispetto ai reati di violenza sessuale e di stalking».

Che cosa significa questo aumento di denunce?

«Vuol dire che le donne, le giovani donne, iniziano a conoscere e utilizzare gli strumenti legislativi che sono stati messi in campo in questi anni. Dal 2013 con la legge sul femminicidio c'è stata un'importante presa di posizione normativa, e sarebbe importante che fosse accompagnata anche a dei fondi che vanno a sostenere chi operativamente nei territori sostiene e accoglie le donne che sono vittime di violenza da parte di uomini. E questo è l'altro dato che in parallelo bisogna tenere presente: la ricerca Istat fatta congiuntamente al Cnr sui centri antiviolenza, e quindi anche sulle risorse che sono state erogate a questi centri, mostra risorse insufficienti o laddove vengano effettivamente stanziate non riescono ad arrivare poi ai centri antiviolenza per fantomatici problemi burocratici».

Di quali numeri si parla?

«L’indagine Istat rileva che sono 43.000 le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza in Italia. Nella nostra rete, la rete Di.Re., con oltre 100 centri antiviolenza in Italia, ne abbiamo accolte circa 23.000 l’anno scorso. Rispetto ai 12 milioni che erano stati erogati nel periodo in cui è stata svolta la ricerca, stiamo parlando di 76 centesimi di euro al giorno a persona dati ai centri antiviolenza. È una cifra ridicola».

Da una parte le leggi, dall’altra i fondi. C'è un terzo elemento da considerare: la cultura, perché se guardiamo questo fenomeno e lo confrontiamo con quello degli omicidi per rapina vediamo che l'uccisione di donne è circa 8-9 volte più incidente in un anno rispetto a quello degli omicidi per rapina. Eppure, si è costruita una percezione dell'emergenza rapine al punto da avere una legge sulla legittima difesa sempre più permissiva, mentre un fenomeno come il femminicidio non viene quasi percepito nel dibattito quotidiano. Come si spiega questa relativa invisibilità?

«Si spiega nella cultura che stiamo vivendo e nelle connotazioni che attribuisce al ruolo maschile e femminile. È una cultura che propone un modello dispari, un modello che risponde proprio alla definizione della violenza, cioè un rapporto in cui c'è una disparità, in cui viene agito un potere. La cultura che stiamo vivendo in questo momento, ma è la cultura degli ultimi anni, riafferma il potere accentrato nel ruolo maschile».

È possibile lavorare sulla prevenzione culturale?

«I centri antiviolenza fanno anche questo lavoro, che non è solo quello di accogliere le donne che chiedono aiuto ma anche quello di andare ad informare e sensibilizzare, facendo un lavoro di prevenzione soprattutto nelle scuole. Andiamo nelle scuole proprio per raccontare quanto una relazione tra uomini e donne debba essere basata non solo sulla parità ma sul rispetto e sulla reciprocità mantenendo e garantendo le individualità di ogni singola persona. La cultura che stiamo vivendo ci propone dei modelli dominanti, sempre maschili, e lo possiamo vedere nel mondo del lavoro: ci sono dati che si leggono immediatamente rispetto alle posizioni dirigenziali e la disparità degli stipendi. È un ragionamento che viene riproposto da anni, è trent'anni che si parla della parità nei luoghi di lavoro, della parità di reddito, ma non c'è ancora, e lo possiamo a vedere anche nelle relazioni amicali e affettive nella nostra quotidianità».

Ecco, torniamo al punto di partenza: la famiglia non è un luogo sicuro. Anche questo è legato a modelli culturali?

«Esistono modelli di famiglia che incontriamo quotidianamente e ci mostrano quanto il ruolo dell'uomo sia ancora il ruolo di chi assume le decisioni, è un ruolo di potere. Lo possiamo a vedere nel linguaggio dei mass media, come il ruolo e il corpo della donna vengono rappresentati al contrario del ruolo e del corpo dell'uomo. È chiaro e lampante a tutti ormai che c'è una rappresentazione del femminile in cui la donna viene resa oggetto di qualsiasi cosa, può essere un oggetto con uno scopo di vendita, può essere utilizzata come oggetto nelle contrattazioni e quindi un corpo che viene abusato, maltrattato, oppure sminuito. Ci sono ultimamente anche delle riflessioni interessanti sui libri scolastici: anche lì il ruolo della donna è sempre relegato a professioni quali la casalinga la segretaria o l'infermiera, mentre il ruolo e le professioni degli uomini sono indicate come dottore, astronauta o professore. È lì che si insinua una cultura che non è pari e non è rispettosa dell'altro o dell'altra. È proprio nelle nostre relazioni nella nostra quotidianità e nel linguaggio che usiamo nelle metafore che utilizziamo quotidianamente».



 tratto da: www.riforma.it


L'Unto di Dio


Gesù di Nazareth: profeta, martire e Signore

Il Cristo, il Messia promesso, costituiva già prima di Gesù l'oggetto dell'attesa
di diverse correnti spirituali all'interno del popolo di Israele
L'unzione con olio costituiva nell'antico Israele
il rito con cui un nuovo re veniva stabilito nelle sue funzioni.
Perciò il re poteva anche essere chiamato
l'Unto; in ebraico, Messia; in greco, Cristo.
Il compito, la missione di far nascere un mondo in cui regni la pace,
secondo le profezie dell'Antico Testamento è prerogativa di una persona rivestita di un potere regale. Il Cristo, appunto.

"Cristo" è la principale parola usata per definire la persona di Gesù.


il testo integrale in: www.chiesavaldese.org

mercoledì 20 novembre 2019

Narrazione di ieri e messaggio per oggi: è la Bibbia!

La fede cristiana nasce dalla Sacra Scrittura
Bibbia
Chi entra in una chiesa evangelica, sul fondo in posizione centrale vede un tavolo, e sul tavolo un libro aperto. Questo libro è la Bibbia. è aperto per indicare che la Bibbia è costantemente una fonte di ispirazione per i credenti. Scorrendo l'indice vediamo che al suo interno la Bibbia contiene molti libri (infatti la parola Bibbia viene dal greco biblia, che vuol dire appunto "libri"). Ognuno porta un titolo; per esempio il libro della Genesi, il libro dei Salmi, i libri profetici, i Vangeli, le lettere degli apostoli. Che cos'hanno in comune questi libri per formare un'unica raccolta?

Nella Bibbia troviamo innanzitutto una narrazione, al cui centro sta Dio. Dio crea il mondo, fa nascere l'umanità, si fa conoscere in modo diretto da un popolo, Israele, a cui chiede di osservare i suoi comandamenti per essere di esempio a tutti gli altri popoli. Le vicende del popolo di Israele mostrano da un lato le gioie e le sofferenze dell'esistenza umana, dall'altro l'incapacità di questo popolo di vivere all'altezza del comportamento che il rapporto particolare con Dio (chiamato anche patto, alleanza) esige. Ma Dio continua ad amare questo popolo e a preservarne l'esistenza, malgrado gli attacchi tremendi che subisce da potenze nemiche. Israele vive perciò alla luce di una grande promessa, che include l'intera umanità: la promessa di un tempo in cui l'intervento di Dio realizzerà una pace e una giustizia stabili.

Quindi la narrazione prosegue, mostrando come, attraverso la persona e l'opera di Gesù, l'amore di Dio si estenda a tutti i popoli. Si apre così una via diversa: agli esseri umani non è più chiesto di obbedire ai comandamenti con le proprie forze, bensì di fondarsi sulla forza rigeneratrice della vita, della morte e della risurrezione di Gesù.

La narrazione che riguarda Israele forma la prima parte della Bibbia. La narrazione che ha come centro la persona di Gesù Cristo forma la seconda parte. Queste due parti sono state chiamate Antico e Nuovo Testamento. La parola "testamento" ha in questo caso il significato di patto, alleanza. Antico non significa superato, significa precedente. Infatti il primo aspetto dell'alleanza è il rapporto particolare di Dio con Israele, che sta al centro dei libri raccolti nella prima parte. Poi l'alleanza viene estesa a tutti i popoli, come attestano i libri della seconda parte. Il Nuovo Testamento è "nuovo" non in sostituzione dell'Antico, ma in continuità con esso, in quanto ne attesta il compimento, la piena realizzazione, l'estensione universale.

In secondo luogo nella Bibbia emerge una missione.
Abbiamo visto come, nel piano di Dio, la vicenda di Israele debba avere un valore esemplare per tutti i popoli. Nei confronti degli altri popoli Israele riceve un ruolo attivo: quello di far conoscere la volontà di Dio, che andrà riconosciuta come guida da ogni essere umano. 
La guida di Dio ha lo scopo di proteggere la vita, di liberarla dal cumulo di violenze e ingiustizie che avvelena i rapporti umani e causa infinite sofferenze.
In questa protezione e liberazione consiste la salvezza dell'umanità.
Annunciarla, farla conoscere costituisce la missione di Israele.
La missione di Gesù è quella di realizzare pienamente la salvezza.
Da qui scaturisce, secondo il Nuovo Testamento, la missione della chiesa: annunciare in tutto il mondo l'Evangelo, ossia la buona notizia della salvezza compiuta da Gesù.

In terzo luogo, nella Bibbia troviamo l'espressione della preghiera umana. Il credente o il popolo che fa l'esperienza della liberazione, riconosce l'intervento di Dio e lo ringrazia. I Salmi sono pieni della lode di Dio, espressa nei modi più vari; ma la lode si trova anche negli altri libri. Ma se da un lato si ringrazia, dall'altro ci si apre a Dio nel dolore, nel pericolo, e si invoca la sua liberazione. Una forma particolare di lode è la riflessione che i saggi di Israele svolgono sulla natura e sulla vita umana in generale. Essi meditano su ogni aspetto della vita, sulle leggi che regolano l'esistenza, sul senso stesso dell'esistenza.

Infine, ed è la cosa più importante, la Bibbia non è solo una raccolta di testi di altre epoche; ha anche un effetto attuale, può essere letta e ascoltata come un messaggio che Dio ci rivolge oggi. 
Nelle chiese valdesi e metodiste si legge la Bibbia da soli, la si legge e commenta in gruppo, 
se ne proclama il messaggio al centro dell'assemblea cultuale.
Dio parla, Dio si apre, comunica se stesso.
La pienezza di questa comunicazione avviene nella persona di Gesù. Ma perché Gesù venisse, c'è stato bisogno del popolo di Israele. Dio si comunica anche attraverso la storia di questo popolo. La Scrittura che rende testimonianza di questa storia e della novità venuta con la persona di Gesù è lo strumento della comunicazione di Dio. Strumento vivo, non lettera morta, perché in esso opera lo Spirito. è giusto a questo proposito ricordare l'espressione di Girolamo, grande teologo dell'antichità cristiana: "l'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Gesù Cristo".

Ci si prepara alla comprensione del testo in un atteggiamento di preghiera e di attesa; man mano che il testo si chiarisce proviamo la gioia della scoperta, e la gioia libera la fantasia. Per comprendere un testo c'è bisogno di una seria analisi, ma anche di una buona dose di intuizione. La fantasia applicata al testo cerca di rappresentarsi la situazione, di comprendere perché quelle parole sono state dette così, a quali preoccupazioni volevano rispondere, di quali problemi sono state l'espressione o la soluzione. Si partecipa insomma, sotto la guida dello Spirito, all'evento testimoniato dal testo, e, sotto la stessa guida, questo evento diventa per noi vita vissuta oggi.

Ecco perché per i protestanti la Bibbia è il riferimento esclusivo in materia di fede. I credenti valdesi e metodisti fondano su di essa la loro fede, la loro pietà e la loro morale, come si vede nella loro Confessione di fede.


tratto da: www.chiesavaldese.org 

martedì 19 novembre 2019

Eclisse della cattolicità?


Il teologo valdese Paolo RICCA:



Eclisse della cattolicità durante il secondo millennio della storia della chiesa? Sì, ma non solo: grazie al movimento ecumenico una nuova aurora di cattolicità è spuntata nel cielo della fede e della speranza cristiana.
È rispetto al passato, più ricca di evangelo e di universalità: è, per così dire, più evangelica e più cattolica insieme.
La crisi del secondo millennio non è dunque stata sterile e neppure negativa. Al contrario, ciò che sembra una perdita è risultato alla fine un guadagno. La crisi non era mortale ma vitale.
Perciò oggi, quando ripetiamo come comunità ecumenica credo ecclesiam catholicam, diciamo sulla cattolicità molto di più — sul piano dei contenuti evangelici — e molto meglio — sul piano della dilatazione universale della coscienza umana e cristiana — di quanto non abbiano potuto dire le generazioni di credenti che ci hanno preceduto.

PAOLO RICCA



L’eclisse della cattolicità retrospettiva sul secondo millennio della storia cristiana
 in: Giuseppe Alberigo – Ernesto Balducci – Eugenio Costa – Ursicin G.G. Derungs – Vittorio Peri – Paolo Ricca – Giancarlo Rinaldi – Armido Rizzi,  
Cattolicità ridotta, «Servitium» quaderni di spiritualità n.68, 
serie terza – anno 24 – marzo-aprile 1990, 69-85, qui 85.


sabato 16 novembre 2019

la Lumière - Isaia 65,17-25 - Domenica 17 novembre 2019

foglio biblico, teologico, liturgico

DOMENICA 17 NOVEMBRE - 23a DOPO PENTECOSTE


ISAIA 65,17-25

17 Poiché, ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra;
non ci si ricorderà più delle cose di prima;
esse non torneranno più in memoria.
18 Gioite, sì, esultate in eterno per quanto io sto per creare; 
poiché, ecco, io creo Gerusalemme per il gaudio,
e il suo popolo per la gioia.
19 Io esulterò a motivo di Gerusalemme e gioirò del mio popolo;
là non si udranno più voci di pianto né grida d'angoscia;
20 non ci sarà più, in avvenire, bimbo nato per pochi giorni,
né vecchio che non compia il numero dei suoi anni;
chi morirà a cent'anni morirà giovane
e il peccatore sarà colpito dalla maledizione a cent'anni.
21 Essi costruiranno case e le abiteranno;
pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto.
22 Non costruiranno più perché un altro abiti,
non pianteranno più perché un altro mangi;
poiché i giorni del mio popolo saranno come i giorni degli alberi;
i miei eletti godranno a lungo l'opera delle loro mani.
23 Non si affaticheranno invano,
non avranno più figli per vederli morire all'improvviso;
poiché saranno la discendenza dei benedetti del SIGNORE e i loro rampolli staranno con essi.
24 Avverrà che, prima che m'invochino, io risponderò;
parleranno ancora, che già li avrò esauditi.
25 Il lupo e l'agnello pascoleranno assieme,
il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. 

Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo»,
dice il SIGNORE. 





BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole 

Una primizia del Regno di Dio
Maurizio Abbà

Il panorama, apparentemente idilliaco, tratteggiato da questo testo isaiano
ci fa riflettere.
Innanzitutto su come siamo, purtroppo, lontani dal respirare l'aria gioiosa 
di una pratica nonviolenta
qui offerta allo sguardo della nostra immaginazione. 
La dimensione della gioia è stata, solitamente, accantonata dalle chiese cristiane.
La gioia dovrebbe essere parte costitutiva della vita dei cristiani e di tutti.

Tutti, già tutti, anche gli animali che afferma Isaia pacificamente conviveranno insieme,
almeno in piccola parte non è impossibile già oggi,
il vero problema sono gli esseri umani che non sanno convivere tra loro
Le continue guerre che attraversano la Storia e il Presente
per avidità di possedere e dominare sono lì a confermarlo, purtroppo.


Il testo del libro biblico del profeta Isaia è, come detto, solo apparentemente idilliaco,
infatti, non scatta una 'fotografia' del paradiso.
Il brano del profeta è più realista di quanto appare ad una lettura troppo rapida.
Scorre davanti a noi la possibilità di vivere ad un ritmo diverso non frenetico,
con uno stile di vita da cambiare in molte abitudini, 
profondamente diverso, da quello cui siamo ormai abituati.

Il testo isaiano, occorre evidenziarlo con energia,
è certamente un testo evangelico proprio nel senso di Buona Notizia.
Sarebbe possibile l'orizzonte di vita prospettato, ma la responsabilità 
di poterlo realizzare ricade su noi esseri umani, sarebbe il nostro compito.

Il testo isaiano porge un assaggio del Regno di Dio, ma è solo un assaggio,
non è il Regno di Dio.
Lo comprendiamo dal fatto che la morte non è ancora... morta.
Sicuramente per nostra gioia e per il nostro impegno
questo passo profetico è una primizia del Regno di Dio che ci è offerta,
che sollecita il nostro agire e il nostro pensare.
La sconfitta definitiva della morte, già avvenuta in Cristo per la fede evangelica,
attende il suo pieno e definitivo compimento,
allora sì sarà pienamente arrivato il Regno di Dio.  
La realtà del Regno di Dio è oltre, molto oltre la pennellata delineata
dal profeta Isaia.
Gioia e ancora Gioia eterna sarà,
nel frattempo, ora, riuscire, ad accogliere, seppur solo a brandelli,
attimi di felicità.  
 






Un segno dell'amore di Dio

Dio pensa a quello che facciamo, vigila amorevolmente,
non gli è indifferente se facciamo una cosa bene o male.
Di che tipo sarà la retribuzione? Non lo sappiamo.
Ci basta sapere che la vita è una faccenda seria;
non sarà buttata tra gli scarti ma sarà valutata.
Sarà anche questo un segno dell’amore di Dio.

Bruno Rostagno

il testo integrale della meditazione in: www.chiesavaldese.org
consultato il 16/11/2019.

venerdì 15 novembre 2019

Carta dei Diritti del Bambino morente - Carta di Trieste



Il BAMBINO MORENTE
HA IL DIRITTO DI


1 Essere considerato "persona" fino alla morte,
   indipendentemente dall'età, dal luogo, dalla situazione e dal contesto.

Ricevere un adeguato trattamento del dolore e dei sintomi fisici
    e psichici che provocano sofferenza, attraverso un'assistenza qualificata,
    globale e continua.

3  Essere ascoltato e informato sulla propria malattia nel rispetto
    delle sue richieste, dell'età e della capacità di comprensione.

4 Partecipare, sulla base delle proprie capacità, valori e desideri,
   alle scelte che riguardano la sua vita, la sua malattia e la sua morte.

5  Esprimere e veder accolte le proprie emozioni, desideri e aspettative.

6 Essere rispettato nei suoi valori culturali, spirituali e religiosi e ricevere
   cura e assistenza spirituale secondo i propri desideri e la propria volontà.

7 Avere una vita sociale e di relazione commisurata all'età,
    alle sue condizioni e alle sue aspettative.

8  Avere accanto alla famiglia e le persone adeguatamente aiutate
     nell'organizzazione e nella partecipazione alle cure e sostenute nell'affrontare
     il carico emotivo e gestionale provocato dalle condizioni del bambino.

9  Essere accudito e assistito in un ambiente appropriato alla sua età,
      ai suoi bisogni e ai suoi desideri e che consenta la vicinanza
      e la partecipazione dei genitori.

10 Usufruire di specifici servizi di cure palliative pediatriche, che rispettino
     il miglior interesse del bambino e che evitino sia trattamenti futili
     o sproporzionati  che l'abbandono terapeutico.



CARTA DEI DIRITTI
DEL BAMBINO MORENTE
CARTA DI TRIESTE

Il testo integrale si può scaricare, da internet, sul sito web della Fondazione Maruzza:


http://www.fondazionemaruzza.org/wp/wp-content/uploads/2016/03/CartaDiTrieste200x240.pdf

Carta dei diritti dei morenti

Carta dei diritti dei morenti

Chi sta morendo ha diritto:

1 A essere considerato 
 come persona sino alla morte

2 A essere informato sulle
sue condizioni, se lo vuole

3 A non essere ingannato
e a ricevere risposte veritiere

4 A partecipare alle decisioni
che lo riguardano e al
           rispetto della sua volontà

5 Al sollievo del dolore
e della sofferenza

6 A cure ed assistenza continue
nell'ambiente desiderato

7 A non subire interventi
che prolunghino il morire

8 A esprimere le sue emozioni

9 All'aiuto psicologico e al
conforto spirituale, secondo le sue 
               convinzioni e la sua fede

10 Alla vicinanza 
dei suoi cari

11 A non morire
nell'isolamento e in solitudine

12 A morire in pace
e con dignità



Il Comitato Etico presso la Fondazione Floriani (1997)