Scienze religiose e dinamiche interculturali nelle società multireligiose
26 novembre 2019
Un nuovo master interdisciplinare per comprendere davvero a fondo chi giunge in Italia
Nonostante da anni si ragioni intorno alla importanza della mediazione
interculturale nei servizi sociali e a scuola per una piena inclusione
di stranieri, immigrati e rifugiati, gli strumenti e le pratiche non
sono mai abbastanza affinate e cambiano nel continuo. Una importante
iniziativa è stata presentata dall’Università di Torino, giovedì 21
novembre al Campus Einaudi: il Master in Scienze religiose e Mediazione
interculturale. Il convegno intitolato “Scienze religiose e dinamiche
interculturali nelle società multireligiose”, coordinato da Ilaria
Zuanazzi del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino,
ha presentato il progetto insieme ai docenti del Master e ha messo a
confronto diverse esperienze sul campo.
Il primo elemento di interesse, che ho sottolineato durante la
presentazione, è il focus del Master sulla interdisciplinarietà in
quanto partecipano i dipartimenti di Giurisprudenza; Culture, Politica e
Società; Filosofia e Scienze dell’Educazione; Studi Storici; Studi
Umanistici. Questo approccio è molto importante perché da tempo ormai è
risaputo che le migrazioni (cioè persone e famiglie, uomini e donne,
minori e diaspore o comunità) non possono essere analizzate con una sola
lente. Mettere al centro la persona significa anche questo, che ogni
disciplina faccia un passo indietro per fare posto alle altre, in un
dialogo interdisciplinare o multidisciplinare che è una sfida positiva.
In secondo luogo, ho sottolineato l’importanza
degli aggettivi "multireligioso" e "interculturale" perché questa
compresenza mi sembra interessante nel panorama dei Master in Italia, in
cui il fattore religioso rimane solitamente sullo sfondo se non
marginale. E invece, come mostra Paolo Naso nel suo ultimo libro “Le
religioni sono vie di pace. Falso!” (Laterza 2019) è importante
approfondire dal punto di vista storico, politico, sociale e culturale
come i conflitti si sono alimentati attraverso il discorso religioso,
come i fondamentalismi si sono propagati come fenomeno nuovo e
contemporaneo e come la tensione tra religioni e fedi possa essere
feconda per un agire all’insegna del dialogo, della conoscenza reciproca
e della condivisione di momenti della vita sociale e rituale che
possono davvero ravvivare la convivenza pacifica nelle città.
Si tratta cioè di esplorare alcune parole chiave
che sono state cancellate dal nostro vocabolario a causa di un dibattito
pubblico tutto incentrato sulla paura del diverso e sulle ossessioni
securitarie e identitarie che l’antropologo Francesco Remotti aveva
messo in luce alcuni anni fa, in particolare con il libro “L’ossessione
identitaria” (Laterza 2019), di nuovo disponibile. Le nuove parole
chiave sono transnazionalismo e cosmopolitismo, cioè quella propensione
di migranti, rifugiati e cittadini ad attraversare i confini e a
stabilire ponti per costruire la possibile convivenza.
Chi sono i destinatari del Master? Tra le molte
possibili professioni che hanno bisogno di strumenti per la mediazione
interculturale, dal medico al poliziotto, dall’infermiere all’operatore
sociale, speriamo vi siano soprattutto insegnanti perché la scuola è
l’unica istituzione che può davvero fare la differenza per le future
generazioni e per tenere alto il portato costituzionale. Questo
significa contrastare la paura e l’insicurezza con un concetto che
assomiglia più alla protezione, soprattutto relazionale, e
all’inclusione sociale. Un concetto di prossimità che nelle scuole deve
poter basarsi sullo “ius culturae”. Come non fare memoria a questo
proposito della Circolare ministeriale 2 marzo 1994, n. 73 su “Dialogo
interculturale e convivenza democratica: l'impegno progettuale della
scuola” in cui si facevano affermazioni importanti.
Come non ricordare a questo punto le recenti campagne “Ero straniero” con relativa proposta di legge di iniziativa popolare e “La giusta rotta” che promuovono canali sicuri di ingresso e corridoi umanitari europei.
Massimo Recalcati ha scritto su Doppiozero:
“Il nostro tempo è dominato da una inedita pulsione securitaria. Essa
ha trasfigurato il concetto di confine da luogo di scambio e di transito
a baluardo, argine, bastione. La patologia sociale contemporanea è
ispirata da una passione profonda per il chiuso; la pulsione securitaria
è una pulsione claustrofilica. In gioco è il passaggio dal paradigma
libertino della pulsione (neo-liberale) che eleva il godimento a unica
forma possibile della Legge e che ha sostenuto gli “entusiasmi” della
globalizzazione, a quello reazionario della pulsione securitaria che
eleva la sicurezza a oggetto di investimento libidico esclusivo. La
tentazione del muro ha preso il posto della tentazione di una libertà
senza argini. (…) La Scuola nel tempo della paura ha il compito di
essere un antidoto di massa nei confronti della sirena inquietante e
segregazionista della pulsione securitaria”.
Recalcati ci spinge cioè verso una “tensione
epistemofilica” che tende ad allargare l’orizzonte del mondo; è spinta
verso l’aperto, la contaminazione, l’alterità.
In un tempo in cui siamo circondati dal peso dei
luoghi comuni, delle fake-news e dell’incapacità dei mass media di
rendere la complessità del fenomeno migratorio, l’antropologia
culturale, la psicologia e l’etnopsichiatria sono più che necessarie!
Per creare uno spazio intermedio di socializzazione e apprendimento
nella diversità, nel rispetto della laicità, che nasce dal confronto tra
fedi e culture diverse: non c’è convivenza possibile senza piena
libertà religiosa, di più senza una legge quadro sulla libertà
religiosa.
Per citare ancora Recalcati: “È l’antidoto del
plurilinguisimo rispetto alla follia fondamentalista del monolinguismo.
Se il linguaggio è la nostra sola patria è perché è fatto da una
molteplicità di lingue che impedisce la loro sussunzione in una sola
lingua. Lo ricordava con precisione Benjamin: la democrazia si
istituisce sulla necessità inaggirabile della traduzione”.
Dobbiamo cioè poter riconoscere le saldature tra i
fondamentalismi e i populismi, ma anche l’urgenza della creazione di
spazi di confronto pluralistico e di dialogo nella società.
Infine, la tensione tra sapere e pratica della
ricerca è importante in un Master di questo tipo. Perché la questione
fondamentale è la convivenza nelle nostre città. È urgente come si
diceva una legge sullo “ius culturae” ed è importante ricordarlo a 30
anni dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20
novembre 2019): il dialogo interculturale e interreligioso ha bisogno di
strumenti e di persone: per citare ancora Francesco Remotti che con il
libro “Somiglianze” (Laterza 2019) ha introdotto una nuova categoria
concettuale, quella di “con-dividuo” cioè di coloro che non si
spaventano davanti alle differenze ma che anzi le ricercano, le
condividono e le trasformano in occasioni di dialogo.
tratto da: www.riforma.it
Per informazioni sulla didattica dei corsi del Master
(sito consultato, sulla rete internet, in data 26 novembre 2019 ore 16:20):
http://www.msrim.unito.it/do/documenti.pl/ShowFile?_id=q0jl;field=file;key=is8zheW44T2OPC9XnWJmMMpjmVFnIaikQzkVSFsYUOwU;t=6984
