Femminicidi e violenze, l’emergenza quotidiana
21 novembre 2019
Nel 2018 sono state 142 le donne uccise,
mentre quasi 5.000 sono le vittime
di violenza sessuale.
Un quadro allarmante, ma spesso invisibile
l
L’ultimo rapporto pubblicato dall’Eures sui
femminicidi e la violenza di genere disegna un quadro di vera
emergenza, di un Paese, l’Italia, in cui la differenza di genere è
sempre più marcata e in cui la famiglia non è un luogo sicuro.
Il dato più allarmante è quello che riguarda i
femminicidi, in crescita anche nel 2018: sono state 142 le donne uccise
(+0,7%), di cui 119 in famiglia. In parallelo, aumentano anche le
denunce per violenza sessuale, stalking e maltrattamenti in famiglia, un
segno di una crescente consapevolezza, ma che non trova una sponda
nelle scelte politiche: i fondi per i centri antiviolenza, infatti, sono
sempre insufficienti, al punto da non garantire a questi luoghi e
progetti un orizzonte di programmazione.
La questione non riguarda soltanto l’Italia,
perché il nostro Paese segue una tendenza simile a quella di altri
Paesi, ma colpisce in un momento storico in cui tutti gli altri crimini
nel nostro Paese sono in netta diminuzione.
Il fenomeno è molto complesso e articolato, e
sicuramente non va ridotto ai semplici aspetti numerici. I piani
coinvolti sono molti. A sottolinearlo è Stefania Campisi,
operatrice dei centri antiviolenza Le Onde, parte della rete Di.re.
Donne in Rete contro la violenza, secondo cui «come il fenomeno della
violenza contro le donne è un fenomeno complesso e articolato,
chiaramente ha la necessità di risposte articolate e complesse che
attengono a vari livelli».
Partiamo dal più ovvio: la politica. A
fronte di un fenomeno che ha tutti i caratteri dell’emergenza, esiste
una risposta adeguata a questo livello?
«Sicuramente sul piano di scelte di investimenti,
di fondi per la prevenzione e il sostegno alle donne vittime di
violenza, manca un piano importante. Il numero di donne uccise spaventa,
perché se lo guardiamo anche nel suo complesso è altissimo: l'indagine
dice che dal 2000 a oggi sono 3230, quindi un numero che dovrebbe farci
saltare dalle sedie. In realtà questo dato dev’essere letto anche
insieme agli altri presenti nella ricerca, quindi con un aumento delle
denunce rispetto ai reati di violenza sessuale e di stalking».
Che cosa significa questo aumento di denunce?
«Vuol dire che le donne, le giovani donne,
iniziano a conoscere e utilizzare gli strumenti legislativi che sono
stati messi in campo in questi anni. Dal 2013 con la legge sul
femminicidio c'è stata un'importante presa di posizione normativa, e
sarebbe importante che fosse accompagnata anche a dei fondi che vanno a
sostenere chi operativamente nei territori sostiene e accoglie le donne
che sono vittime di violenza da parte di uomini. E questo è l'altro dato
che in parallelo bisogna tenere presente: la ricerca Istat fatta
congiuntamente al Cnr sui centri antiviolenza, e quindi anche sulle
risorse che sono state erogate a questi centri, mostra risorse insufficienti o
laddove vengano effettivamente stanziate non riescono ad arrivare poi
ai centri antiviolenza per fantomatici problemi burocratici».
Di quali numeri si parla?
«L’indagine Istat rileva che sono 43.000 le donne
che si sono rivolte ai centri antiviolenza in Italia. Nella nostra rete,
la rete Di.Re., con oltre 100 centri antiviolenza in Italia, ne abbiamo
accolte circa 23.000 l’anno scorso. Rispetto ai 12 milioni che erano
stati erogati nel periodo in cui è stata svolta la ricerca, stiamo
parlando di 76 centesimi di euro al giorno a persona dati ai centri
antiviolenza. È una cifra ridicola».
Da una parte le leggi, dall’altra i fondi.
C'è un terzo elemento da considerare: la cultura, perché se guardiamo
questo fenomeno e lo confrontiamo con quello degli omicidi per rapina
vediamo che l'uccisione di donne è circa 8-9 volte più incidente in un
anno rispetto a quello degli omicidi per rapina. Eppure, si è costruita
una percezione dell'emergenza rapine al punto da avere una legge sulla
legittima difesa sempre più permissiva, mentre un fenomeno come il
femminicidio non viene quasi percepito nel dibattito quotidiano. Come si
spiega questa relativa invisibilità?
«Si spiega nella cultura che stiamo vivendo e
nelle connotazioni che attribuisce al ruolo maschile e femminile. È una
cultura che propone un modello dispari, un modello che risponde proprio
alla definizione della violenza, cioè un rapporto in cui c'è una
disparità, in cui viene agito un potere. La cultura che stiamo vivendo
in questo momento, ma è la cultura degli ultimi anni, riafferma il
potere accentrato nel ruolo maschile».
È possibile lavorare sulla prevenzione culturale?
«I centri antiviolenza fanno anche questo lavoro,
che non è solo quello di accogliere le donne che chiedono aiuto ma anche
quello di andare ad informare e sensibilizzare, facendo un lavoro di
prevenzione soprattutto nelle scuole. Andiamo nelle scuole proprio per
raccontare quanto una relazione tra uomini e donne debba essere basata
non solo sulla parità ma sul rispetto e sulla reciprocità mantenendo e
garantendo le individualità di ogni singola persona. La cultura che
stiamo vivendo ci propone dei modelli dominanti, sempre maschili, e lo
possiamo vedere nel mondo del lavoro: ci sono dati che si leggono
immediatamente rispetto alle posizioni dirigenziali e la disparità degli
stipendi. È un ragionamento che viene riproposto da anni, è trent'anni
che si parla della parità nei luoghi di lavoro, della parità di reddito,
ma non c'è ancora, e lo possiamo a vedere anche nelle relazioni amicali
e affettive nella nostra quotidianità».
Ecco, torniamo al punto di partenza: la famiglia non è un luogo sicuro. Anche questo è legato a modelli culturali?
«Esistono modelli di famiglia che incontriamo
quotidianamente e ci mostrano quanto il ruolo dell'uomo sia ancora il
ruolo di chi assume le decisioni, è un ruolo di potere. Lo possiamo a
vedere nel linguaggio dei mass media, come il ruolo e il corpo della
donna vengono rappresentati al contrario del ruolo e del corpo
dell'uomo. È chiaro e lampante a tutti ormai che c'è una
rappresentazione del femminile in cui la donna viene resa oggetto di
qualsiasi cosa, può essere un oggetto con uno scopo di vendita, può
essere utilizzata come oggetto nelle contrattazioni e quindi un corpo
che viene abusato, maltrattato, oppure sminuito. Ci sono ultimamente
anche delle riflessioni interessanti sui libri scolastici: anche lì il
ruolo della donna è sempre relegato a professioni quali la casalinga la
segretaria o l'infermiera, mentre il ruolo e le professioni degli uomini
sono indicate come dottore, astronauta o professore. È lì che si
insinua una cultura che non è pari e non è rispettosa dell'altro o
dell'altra. È proprio nelle nostre relazioni nella nostra quotidianità e
nel linguaggio che usiamo nelle metafore che utilizziamo
quotidianamente».
tratto da: www.riforma.it
