Giorno della Memoria: Edith Bruck e la necessità di ricordare, soprattutto con
i giovani. Come si vive il ruolo di testimone?
– Che cosa le chiedono gli studenti?
«Risposte a grandi domande: com’è stato possibile arrivare a una tale
violenza, allo sterminio di milioni di ebrei, di rom e sinti, di
dissidenti politici, di persone con disabilità, di persone considerate
“diverse”? Come poter riconoscere il male? Il loro approccio alla
sofferenza è simile al mio, esperienziale, anche loro possono essere
vittime di bullismo, di odio, di violenze, di derisioni sia tra le mura
scolastiche, sia tra quelle domestiche».
– I giovani la considerano una confidente?
«In un certo senso, sì. La Shoah e la Seconda Guerra
Mondiale sono per molti giovani solo pagine di storia da studiare. Una
tragedia difficile da inquadrare e sentire come vicina. Il racconto
diretto di quelle vicende li avvicina alla tragedia. Grazie all’empatia
che s’innesca quelle pagine di storia divengono reali. Per molti
studenti la tragedia della Shoah finì dopo la liberazione del
campo polacco di Auschwitz il 27 gennaio 1945 da parte dell’Armata
rossa, non sanno che proseguì invece in altri campi di sterminio
presenti in Germania (ben 1635) e in Europa».
– Dunque, qual è il suo obiettivo?
«Aiutarli nella comprensione dei fenomeni attuali e storici, far loro
aprire gli occhi, mostrar loro ciò che accade intorno a noi, a reagire
alle ingiustizie vicine a noi e presenti nel mondo. A rispondere e
intervenire quando si osservano iniquità; a comprendere che solo
attraverso l’umanità è possibile salvare la stessa umanità».
– Che cosa la preoccupa guardando i giovani che incontra?
«Che alcuni di loro non si rendono conto di quanto sia pericoloso
l’antisemitismo. Talvolta, alcuni giovani, mettono in atto azioni
razziste e xenofobe spinti da atteggiamenti di intolleranza. Giovani che
spesso sono stati lasciati soli, una débâcle legata alla
mancanza di guide morali e politiche autorevoli, spesso anche
genitoriali, che ha spinto molti di loro a trarre ispirazione da esempi
negativi, nefasti, pensando di trovarvi la famiglia mancante,
affiliandosi a “branchi” – gruppi –, per cercare un possibile posto nel
mondo».
– La testimonianza diretta è l’unico antidoto al negazionismo?
«Nessuno, più di quanto possa fare un testimone diretto, può raccontare la Shoah,
le violenze subite raccontate attraverso la voce, spesso tremolante, lo
sguardo carico di lacrime inesplose, i tentennamenti sono altrettanto
efficaci. Anche il grande cinema non può aiutare alla comprensione di
una tragedia di tale portata. Inspiegabile attraverso la parodia, il
semplicismo narrativo; non lo si può fare con la commedia, non lo si può
fare con le fiction televisive o le grandi produzioni hollywoodiane. L’unica via percorribile è quella dei documentari originali, di repertorio».
– Lei è credente? Ha fede? È riuscita a perdonare?
«Non posso perdonare ciò che è stato fatto da altri, posso perdonare
me stessa, così insegna l’ebraismo. Rispondere alla domanda se credo in
Dio, non è facile. La fede è una questione intima, personale. Quando
sono disperata invoco mia madre, lei per me è Dio. Ritengo di non essere
degna di poter toccare il libro delle preghiere. Quando lo dissi per la
prima volta a mio marito Nelo [Risi, ndr] mi disse: “Non ho
mai visto una persona più religiosa di te”. La religione ritengo che
debba essere un comportamento etico e morale da tenersi nella vita; e
che si esprime attraverso il rispetto per il prossimo».
– Queste testimonianze tolgono la speranza?
«Mi rendo conto di togliere spesso la speranza. Non ho mai raccontato
tutte le atrocità che ho visto, ne ho sempre avuto pudore. Il “ruolo”
del testimone non è facile. Preferisco diffondere la speranza, e
raccontare cinque gesti che mi hanno dato la forza di andare avanti.
Cinque episodi positivi di soldati tedeschi avvenuti durante un anno di
prigionia:
una mano tesa con una patata calda;
una mano che mi ha donato
un guanto bucato;
una che mi lanciò addosso una gavetta con un po’ di
marmellata dentro;
e una bocca, che aveva chiesto il mio nome, un vero
miracolo, un gesto di luce immensa e impossibile in quel luogo di morte.
Infine, un soldato che doveva uccidermi, e che ha deciso un secondo
prima di premere quel grilletto della pistola appoggiata alla mia nuca,
di non farlo: un secondo miracolo.
Gesti che mi hanno fatto capire che
c’era ancora un po’ di umanità e che, in fondo, forse, valeva la pena
non lasciarsi andare, che c’era ancora un po’ di luce in fondo al buio,
come lo era quella marmellata lasciata nella gavetta».