giovedì 31 ottobre 2019

Io sono tuo, salvami - Salmi 119,94b


Io sono tuo, salvami,  Salmi 119, 94b  



Dialogo tra Johann von Staupitz e Martin Lutero


Von STAUPITZ:
[dopo averne sentito le grida d’angoscia ed essere entrato nella sua celletta monastica]
Sei troppo duro con te stesso, fratello Martin.
Disputare col demonio non potrà esserti di alcuna utilità.
Ha cinquemila anni di pratica. Conosce tutti i nostri punti deboli.


LUTERO: Mi dispiace per oggi!


Von STAUPITZ: Non sono qui per rimproverarti, Martin.


LUTERO: Ho troppo peccati per fare il prete.


Von STAUPITZ: In questi due anni non ti ho mai sentito confessare qualcosa di minimamente interessante.


LUTERO: Vivo nel terrore del giudizio universale!


Von STAUPITZ: E pensi di riuscire a salvarti odiandoti?


LUTERO:  Avete mai osato pensare che Dio non sia giusto?
Ci fa nascere macchiati dal peccato, e poi è sempre in collera con noi per le nostre colpe. Questo giusto giudice che ci condanna, minacciandoci con le fiamme dell’inferno.
Lo so, sono malvagio a concepire simili pensieri.


Von STAUPITZ: No, non sei malvagio, tu non sei altro che sincero.
Non è Dio ad essere in collera con te.
Sei tu a essere in collera con Dio.


LUTERO: Vorrei che non ci fosse un Dio.


Von STAUPITZ: Martin, cosa stai cercando?


LUTERO:  Un Dio misericordioso. Un Dio che io possa amare.
Un Dio che mi ami!


Von STAUPITZ: [mettendogli in mano la croce che lui porta al collo]
Allora contempla Cristo, affidati a Cristo, e conoscerai l’amore di Dio,
Digli: «Io sono tuo, salvami». «Io sono tuo, salvami».



LUTERO: 
[dopo un attimo di silenzio, stringendo in mano la croce donatagli] 
Io sono tuo salvami!



[fine della scena]



" Lutero dirà di lui:
«Se non fosse stato per il Dr. Staupitz sarei sprofondato
nell’inferno»"




Dialogo tratto dal film Luther (2003) del regista Eric Till,
con gli attori Joseph Fiennes, Peter Ustinov, Alfred Molina, 
Bruno Ganz.
Il dialogo è stato poi riportato nel libro:
- Sergio Manna, L’ascolto che cura. La Parola che guarisce: Introduzione al counseling pastorale
Prefazione di Sandro Spinsanti,  
(Piccola biblioteca teologica 124), Claudiana, Torino, 2017, 51-52. 




mercoledì 30 ottobre 2019

Osare Sperare

Un testo di Dietrich Bonhoeffer


La speranza rimane



    Una fede che non spera è malata. È come un bambino affamato che non  vuole mangiare o un uomo stanco che non vuole dormire.
Se un uomo crede, è certo che egli anche spera.
Sperare, sperare senza limiti non è un disonore. 
Chi vorrebbe parlare di Dio senza sperare? 
chi vorrebbe parlare di Dio senza sperare, almeno una volta, di vederlo? 
chi vorrebbe parlare della pace e dell’amore tra gli uomini, senza voler fare esperienza di questo nell’eternità? 
chi vorrebbe parlare di un nuovo mondo e di una nuova umanità, senza sperare di prendervi parte? 
e perché dovremmo vergognarci di questa nostra speranza? 
Alla fine non dovremo vergognarci della nostra speranza, ma della nostra misera e paurosa mancanza di speranza, che non si fida per nulla di Dio, che, con falsa umiltà non capisce nulla delle promesse di Dio, che è rassegnata in questa vita e non può gioire della potenza e della gloria eterne di Dio. 
Quanto più un uomo osa sperare, tanto più grande sarà la sua speranza: l’uomo cresce con la sua speranza, soltanto se è speranza su Dio ed è la sua unica forza. 
La speranza rimane.

DBW 13 , 401s.

tratto da: 

-       Dietrich Bonhoeffer, Voglio Vivere questi Giorni con Voi
A cura di Manfred Weber
Traduzione dal tedesco di Andrea Aguti e Guido Ferrari
(books), Editrice Queriniana, Brescia, 2007, 337.

martedì 29 ottobre 2019

Eugenio Melandri, Sì all'Evangelo No alle armi

tratto da: www.riforma.it




Eugenio Melandri, sempre a fianco degli ultimi

Missionario poi parlamentare europeo, sospeso a divinis a causa della candidatura. 
Era stato appena reintegrato nella Chiesa cattolica una settimana fa, 
dopo 30 anni

 Se pure, stando alla consapevolezza della nostra costitutiva finitudine oltre che alla parola sapiente del Qohelet, c’è un tempo per ogni cosa, resta difficile comprendere se questo – segnato dalla morte di Eugenio Melandri – sia il tempo di piangere un amico che ora è altrove o quello di rendere grazie per la vita buona e piena che gli è stata concessa. Sì, perché mi riesce faticoso sottrarmi alla suggestione che dalla sua esistenza (le sue tante esistenze, vorrei dire) sarebbe semplice ricavare la trama di un film; e di un film, nonostante tutto e a dispetto del Drago che l’ha aggredito un anno e mezzo fa, a lieto fine.

Appena una settimana prima di domenica 27 ottobre, infatti, Eugenio ha celebrato la sua seconda prima messa – rubo la definizione a don Zeno di Nomadelfia, un prete suo corregionale e come lui ripieno di radicalismo evangelico – dopo trent’anni, nella sua Romagna, circondato dall’affetto degli amici di sempre e dei missionari saveriani, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale. Grazie all’intercessione di papa Francesco e del neocardinale Matteo Zuppi, si è scritto: e se tecnicamente l’osservazione è senz’altro corretta, credo sia legittimo sostenere che non si è trattato di riabilitare un figlio prodigo smarritosi lungo una via sbagliata, ma piuttosto di restituire alla sua dimensione più autentica una chiesa finalmente in grado, roncallianamente, di re-imboccare la strada della medicina della misericordia e non quella del bastone e della condanna. Dando un’altra prova provata, fra parentesi, che il pellegrinaggio di Bergoglio per le esperienze profetiche della cattolicità italiana che lo ha condotto a Loppiano e Nomadelfia, a Barbiana e Bozzolo, non è stato un belletto a poco prezzo per recuperare consensi, bensì l’indicazione di una traiettoria precisa di come oggi sia possibile vivere la pur faticosa radicalità evangelica; quel papa che, un anno fa, a Santa Marta, ti aveva stretto forte la mano mentre emozionatissimo gli raccontavi di te, e che, sorridendo, ti aveva detto: “Hai fatto bene!”.

Del resto, Eugenio è stato sempre, in tutti i suoi giorni, un missionario, come aveva scelto di essere. Lo divenne, beninteso, in una stagione storica e culturale in cui le ragioni tradizionali della missione ad gentes stavano sbriciolandosi: per cui si trattava, per rimanere fedeli al dettato delle Beatitudini, di salpare con la propria barca in mare aperto, senza più la protezione delle antiche formule che avevano raccontato la realtà, dalla chiesa società perfetta fuori della chiesa non c’è salvezza. Così, è stato per lui normale sparigliare le carte dirigendo il mensile Missione oggi mescolando le battaglie pacifiste e quelle ecologiste con un Gesù controcorrente, umanissimo e combattente; farsi eleggere al Parlamento europeo, pagando consapevolmente il prezzo di una sospensione a divinis e una riduzione allo stato laicale, e portare lì le sue lotte contro il commercio delle armi (penso al tuo libro del 1988 Bella Italia, armate sponde), per un’Europa dei popoli e per una rinnovata cooperazione internazionale; recarsi in una Sarajevo assediata con cinquecento compagni, fra cui il vescovo don Tonino Bello, per proclamare la profezia di una pace impossibile a occhi umani; inventarsi campagne e riviste, da Senza confine Chiama l’Africa Solidarietà internazionale, per ripetere, una volta di più, l’urgenza di sguardi ampi e vedute lunghe, in questo tempo malato di narcisismi, razzismi e individualismi senza fine. No, caro Eugenio, non sei stato un prete rosso, come ti hanno definito quei media che hanno bisogno di titoli a effetto, ma, semplicemente, un prete e un missionario vero, sin da quando partisti dalla tua Brisighella, disposto a tutto per testimoniare con il tuo stile di vita le due ragioni che ti hanno mosso costantemente: la forza storica dei poveri e l’audacia incapace di compromessi del vangelo. Gracias a la vida, allora, come ti piaceva siglare i tuoi resoconti della lotta contro il Drago, per averti incrociato, esserti stato vicini e voluto bene.
Con un forte, forte abbraccio. Hai fatto bene!



tratto da:

 
 Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

domenica 27 ottobre 2019

Riforma Protestante: un libro racconta Lutero


Raccontare Lutero a cinque secoli dalla Riforma



Una biografia che intreccia la storia alla vita quotidiana del Riformatore

«“Sento un sudore freddo di morte”»; poi, prega e recita un salmo in latino e in latino ripete tre volte “Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito”.

Lutero si trova nella città natale di Eisleben, dove si era recato per rappacificare i conti di Mansfeld – città e contea da lui considerata la sua vera patria. Il 18 febbraio 1546 muore.
Fra le sue carte viene trovato un biglietto indirizzato al Dio vivente:
«“Siamo dei mendicanti. È vero”».
Da questo testamento spirituale parte un racconto delle vicende di Martin Lutero, narrato da Mario Del Bello per Città Nuova in occasione del 500° della Riforma*.

«L’uomo della rivoluzione», recita il sottotitolo: è la narrazione della vita «di un uomo che ha scosso l’Europa con la sua personalità, un’avventura umana e spirituale dopo la quale l’Occidente non è stato più quello di prima».  
La narrazione, in sé articolata, è piana non piatta. Da essa emerge la fisionomia del secolo: «Il padre lo vuole uomo di legge. Non si discute con i genitori, e Martin si ricorda le botte che ha preso da ragazzo a casa, come pure a scuola. Anche il Dio che si predica è un giudice rigoroso assiso in maestà sull’arcobaleno del cielo, che accoglie i giusti e manda all’inferno i peccatori, come mostrano i polittici delle chiese, per cui bisogna affidarsi all’intercessione dei santi, alla Vergine Maria e ad acquistarsi “meriti” presso di Lui con molte opere buone perché sia misericordioso nel giudizio finale».

E il temperamento di colui che ne divenne il protagonista: «Martin è un giovane abituato a riflettere sui fatti che gli capitano». Rifletterà, appunto, alla sua prima messa: «“Come posso parlare davanti a un Dio di tale maestà, farmi mediatore tra lui e gli uomini senza l’aiuto di Cristo?”». Nella sua vita quotidiana nel convento degli agostiniani è del continuo assalito «da tempeste interiori» e da dubbi. Così, nel corso del suo viaggio a Roma (1510), mentre sale in ginocchio la scala santa come fece Gesù lasciandovi tracce del proprio sangue: «“Ma sarà vero?”».

Due anni dopo, ottiene la cattedra di Teologia a Wittenberg; l’anno seguente, diventa professore di esegesi biblica. «Potrà spiegare la Scrittura, proporre una sua visione, in un’epoca di scarsa profondità teologica e di poca chiarezza nella fede. La vita gli sta cambiando». E sarà un procedere vieppiù «burrascoso», da lui stesso mai immaginato: dalle 95 Tesi (1517) alla Confessione augustana (1530) passando per la spada di Damocle di Worms (1521); un percorso esistenziale segnato dal filo rosso della «ricerca di Dio» e dalla «passione per il Cristo e la sua parola, con coerenza e tormento dall’inizio alla fine».

«E la sua figura e la sua opera continuano a parlare a una civiltà, quella occidentale, che molto gli deve». Un testo propedeutico, questo, che permette un approccio storicamente corretto ed esente da pregiudizi (più o meno confessionali) e che – anche in forza dei titoli di paragrafo, di «schede» storiche poste a fine volume e di una valida bibliografia – immette il lettore nell’orizzonte di quei tempi e di quegli eventi epocali che lo scossero irreversibilmente sin dalle fondamenta.

* M. Dal Bello, Lutero. L’uomo della rivoluzione. Roma, Città Nuova, 2017, pp. 136


tratto da:  www.riforma.it

sabato 26 ottobre 2019

Chiese Cristiane: l'Unità nella diversità è possibile

La Comunione di chiese protestanti in Europa 
contro le tendenze sovraniste e separatiste nella società

Torre Pellice, Martedì 22 Ottobre


La Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE) riunisce chiese di tradizione luterana, riformata e metodista sparse in tutti i paesi del vecchio continente. Il suo organo di governo è il Consiglio generale composto da tredici membri, tra cui il pastore valdese Pawel Gajewski. Durante la sua seduta ordinaria tenutasi a Cambridge nei giorni 18-19 ottobre il Consiglio si è occupato in particolare delle tendenze separatiste e sovraniste sempre più visibili nelle nostre società. "La dichiarazione teologica che abbiamo appena resa pubblica nasce dal basso - dichiara il pastore Gajewski -. Da tempo riceviamo dalle chiese membro chiari segnali di dissenso nei confronti dei governi che attuano politiche volte alla separazione e alla divisione. La nostra dichiarazione vuole essere un chiaro segnale della sostanziale unità del protestantesimo europeo, al di là dei confini e dei muri di contenimento”.

Riportiamo qui di seguito il testo integrale della dichiarazione:

La comunione ecclesiale in tempi di divisione

Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore” (I Corinzi 13:13)
Nel corso di una riunione del Consiglio a Cambridge, l’organo direttivo della Comunione di chiese protestanti in Europa ha evidenziato quanto sia importante che le chiese rimangano unite mentre si creano confini e divisioni tra gli stati.

Trent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dei regimi comunisti dell’Europa centrale e orientale, il Consiglio ricorda che la “Cortina di ferro” divideva nettamente il continente. 
Nel 1973, l’anno in cui le chiese protestanti dichiararono la comunione di chiese dopo secoli di divisione, i legami tra Est e Ovest erano sporadici.

Essendo cresciuti insieme attraverso quasi cinquant’anni di comunione, e stando a fianco dei nostri fratelli e sorelle di altre tradizioni cristiane, resistiamo all’aumento dell’odio e della divisione all’interno e tra le nazioni e le società. 
Diffondere il Vangelo è la missione della Chiesa di Cristo e nel suo nome lottiamo per vivere in pace e libertà in questo continente. 
Facendo questo testimoniamo al mondo che l’unità nella diversità rimane possibile.

Siamo dispiaciuti per l’emergenza determinata da una cultura politica sempre più divisa e divisiva e per l’uso di un linguaggio antagonista e di politiche che fomentano deliberatamente la divisione. 
Il Vangelo proclama che Gesù Cristo viene da noi pieno di grazia e verità. 
Ci appelliamo a tutte le persone affinché cerchino di trovare la verità nel discorso pubblico e rispondere con grazia a quelli con cui non sono d’accordo. 

Il Consiglio della Comunione di chiese protestanti in Europa proclama:

La nostra fede è in Gesù Cristo, fondamento della nostra comunione ecclesiale. Celebriamo il culto insieme attraverso tutti i confini nazionali, linguistici, culturali e confessionali. 
In questo culto chiediamo altresì a Dio di concedere a tutti i leader di governo la saggezza per raggiungere decisioni che diano priorità alla pace in Europa e alla giustizia per tutte le genti.

I cristiani vivono nella speranza del Regno di Dio. 
Questa speranza ci porta a sostenere l’unità tra persone diverse, storie e fedi qui e ora, nei nostri paesi, chiese e comunità. Ci permette di accettare le nostre differenze esistenti e durature nella consapevolezza che siamo tutti figlie e figli di Dio.

L’amore di Dio ci chiama ad agire insieme dovunque sia richiesto con urgenza, nel sostegno ai più poveri e vulnerabili nella società, nella cura compassionevole dei rifugiati e nel rispetto della creazione di Dio.

Fede, speranza e amore sostengono la nostra unità nella diversità in quanto comunione di chiese in tempi di divisione.

(Traduzione di Sabina Baral)

tratto dal sito: www.chiesavaldese.org

venerdì 25 ottobre 2019

la Lumière - Domenica 27 ottobre 2019 - Festa della Riforma Protestante


foglio biblico, teologico, liturgico


DOMENICA 27 OTTOBRE - 20a DOPO PENTECOSTE

Guariscimi, SIGNORE, e sarò guarito;
salvami, e sarò salvo;
poiché tu sei la mia lode.
                                            Geremia 17,14




«Resta nella fede, che ti dà Cristo: qui tu hai infinitamente più che abbastanza; 
e nell’amore, che dà te al prossimo: qui tu da fare ne troverai 
talmente da essere infinitamente troppo poco».  

«Bleibe du ym glauben, der dir Christum gibt, da hastu viel mal gnug an, 
unnd ynn der liebe, die dich dem nehisten gibt, da wirstu tzu thun gnug finden, 
deyn viel mal tzu wenig sein wirt».


M. LUTERO, Evangelo dei Dieci Lebbrosi [1521],
scritto per Giovanni di Sassonia, che aveva chiesto informazioni 
sul rapporto tra fede e opere (qui WA 8,366,22-25).
Traduzione di Sergio Rostagno

tratto da:

- Sergio ROSTAGNO, Doctor Martinus Studi sulla Riforma 
(Piccola biblioteca teologica 117), Claudiana, Torino, 2015, 9.







Guariscimi, SIGNORE, e sarò guarito;
salvami, e sarò salvo;
poiché tu sei la mia lode.
                                            Geremia 17,14

mercoledì 23 ottobre 2019

Gesù Messia il Cristo


Fondamento della fede cristiana

Il Cristo, il Messia promesso, costituiva già prima di Gesù l'oggetto dell'attesa di diverse correnti spirituali all'interno del popolo di Israele 
L'unzione con olio costituiva nell'antico Israele il rito con cui un nuovo re veniva stabilito nelle sue funzioni. Perciò il re poteva anche essere chiamato l'Unto; in ebraico, Messia; in greco, Cristo. 
Il compito, la missione di far nascere un mondo in cui regni la pace, secondo le profezie dell'Antico Testamento è prerogativa di una persona rivestita di un potere regale. Il Cristo, appunto.

"Cristo" è la principale parola usata per definire la persona di Gesù. Significa che Gesù è venuto a compiere le profezie dell'Antico Testamento, cioè a realizzare l'intervento decisivo di Dio che porta nel mondo la pace e la giustizia. 
Nel linguaggio biblico, tale intervento è chiamato Regno di Dio.
Gesù ha dimostrato il significato del Regno di Dio con una pratica di accoglienza, di insegnamento e di comunione.
Ma l'opera terrena di Gesù si conclude con la morte sulla croce che fa pensare a un totale fallimento.

La fede cristiana vi vede invece non una sconfessione, ma il coronamento dell'opera. La morte di Gesù ci rivela che tutta la sua persona era impegnata in nostro favore; Gesù non ha riservato per sé neppure un briciolo della sua esistenza. 
La croce ci rivela l'amore di Dio, costituisce non la fine di una impresa religiosa, ma la dimostrazione di tutto il significato dell'esistenza di Gesù, e contemporaneamente l'inizio di una nuova azione potente di Dio. Dio agisce nella morte di Gesù; subisce la potenza distruttrice, l'affronta e l'annienta. Il risultato di questa azione è la risurrezione. Gesù è dato all'umanità non solo come colui che prende su di sé la conseguenza mortale del peccato, ma come colui che apre all'umanità un nuovo cammino di vita, in cui la morte non può più incutere paura. 
Gesù è ora più che mai il Signore che accoglie, che guida, che porta alla pienezza della comunione con Dio gli esseri umani, realizzando anche la pace tra di loro.

La divinità di Gesù sta in questo straordinario potere di comunicare vita. Egli è il Figlio di Dio in quanto la stessa forza creatrice di Dio, il suo stesso amore diventa, grazie alla sua vita e alla sua opera, realtà nella storia umana.



tratto da: www.chiesavaldese.org

martedì 22 ottobre 2019

L'importanza della Bibbia per i Protestanti

La fede cristiana nasce dalla Sacra Scrittura


Chi entra in una chiesa evangelica, sul fondo in posizione centrale vede un tavolo, e sul tavolo un libro aperto. Questo libro è la Bibbia. è aperto per indicare che la Bibbia è costantemente una fonte di ispirazione per i credenti. Scorrendo l'indice vediamo che al suo interno la Bibbia contiene molti libri (infatti la parola Bibbia viene dal greco biblia, che vuol dire appunto "libri"). Ognuno porta un titolo; per esempio il libro della Genesi, il libro dei Salmi, i libri profetici, i Vangeli, le lettere degli apostoli. Che cos'hanno in comune questi libri per formare un'unica raccolta?

Nella Bibbia troviamo una narrazione, che riguarda l'azione di Dio verso l'umanità e verso il popolo di Israele (libri dell'Antico Testamento), che culmina nella vita, nella morte e nella risurrezione di Gesù, attraverso cui la salvezza si estende da Israele a tutta l'umanità (Nuovo Testamento).

La Bibbia non è solo una raccolta di testi di altre epoche; ha anche un effetto attuale, può essere letta e ascoltata come un messaggio che Dio ci rivolge oggi. Nelle chiese valdesi e metodiste si legge la Bibbia da soli, la si legge e commenta in gruppo, se ne proclama il messaggio al centro dell'assemblea cultuale e in occasioni pubbliche.
Attraverso la Scrittura, Dio ci parla. La scrittura biblica è strumento vivo, non lettera morta, perché, mentre la meditiamo, opera lo Spirito. Si partecipa insomma, sotto la guida dello Spirito, all'evento testimoniato dal testo, e, sotto la stessa guida, questo evento rischiara la vita vissuta oggi.

Ecco perché per i protestanti la Bibbia è il riferimento esclusivo in materia di fede. I credenti valdesi e metodisti fondano su di essa la loro fede, la loro pietà e la loro morale, come si vede nella loro Confessione di fede.


tratto da: www.chiesavaldese.org

lunedì 21 ottobre 2019

La Fede secondo i Valdesi

Come ci poniamo di fronte a Dio

Generalmente si intende la fede come adesione a un corpo di dottrine, con le loro implicazioni morali. In questo senso si parla di fede cristiana, di fede ebraica, di fede islamica.
Ma nella vita cristiana la fede non è soltanto l'adesione a una dottrina. è un modo di porsi di fronte a Dio. Non è un pensiero, è un rapporto. Il rapporto non è stabilito da noi, ma da Dio, che ci incontra in Cristo. La fede non è una nostra decisione; per grazia di Dio la vita di Cristo diventa la nostra vera vita: Cristo vive per noi e in noi. Il vuoto della nostra esistenza si colma. La nostra attività da sola non riesce a realizzare l'autenticità e la pienezza che deriva dalla presenza di Cristo. La fede, per grazia di Dio, riceve questa autenticità e questa pienezza. Non esclude l'azione; la sostiene e l'accompagna. Mentre agisco mi affido al Signore, perché io possa veramente capire, intervenire in modo giusto, rispettare, aiutare a crescere. Questo affidarsi al Signore, prima, durante e dopo l'azione, è la fede.

La fede è dunque fondamentalmente riconoscenza. è la scoperta che tutto è già stato compiuto per noi; che per questo, e solo per questo, la nostra esistenza è valida e noi possiamo essere accettati da Dio come partners autentici. Questo rapporto è anche conoscenza. Nell'opera di Cristo Dio si è fatto conoscere. La fede, pur consapevole dei limiti della comprensione umana, osa fare delle affermazioni su Dio. Osa cioè proclamare la ricchezza della vita di Dio e della sua azione. Questa manifestazione della fede che afferma e proclama si condensa nel Credo. Dio è il Padre che crea e dona la vita, è Gesù Cristo, il Figlio che ci trasmette il suo amore, è lo Spirito Santo che ci dischiude i frutti della salvezza. Il Credo, anche se è al singolare, è espressione di unità e di concordia. La fede è anche un rapporto condiviso, una realtà comunitaria, una comunione che nasce dal fatto di essere oggetto della stessa grazia, dello stesso amore, dello stesso perdono, della stessa azione che crea vita.


tratto da: www.chiesavaldese.org

sabato 19 ottobre 2019

L'utopia da realizzare di Ernesto Balducci

la Lumière 
foglio biblico, teologico, liturgico


DOMENICA 20 OTTOBRE 2019
- 19a DOPO PENTECOSTE


I Giovanni 4,21

Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: 
che chi ama Dio ami anche suo fratello.




BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole


 

Oggi la chiesa sa che il suo compito 
è di essere una chiesa conviviale
dove nessuno sia il superiore di nessuno,
dove la qualifica di fraternità abbia la meglio
                                     su ogni altra distinzione:
          la chiesa dovrà essere, nel mondo di tutti,
una pacifica galassia di innumerevoli fraternità.

Ernesto Balducci




testo citato da:
- Ermanno Genre, Gesù ti invita a cena L'eucaristia è ecumenica
   (Piccola biblioteca teologica 78), Claudiana, Torino, 2007, 5.




I Giovanni 4,21

Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: 
che chi ama Dio ami anche suo fratello.

venerdì 18 ottobre 2019

Una comprensione del Padre nostro


NON DIRE PADRE

    Non dire “Padre”,
se non ti comporti ogni giorno come figlio.

    Non dire “nostro”,
se vivi isolato nel tuo egoismo.

   Non dire “che sei nei cieli”,
se pensi soltanto alle cose terrene.

    Non dire “sia santificato il tuo nome”,
se non lo onori.

    Non dire “venga il tuo regno”,
se lo confondi con il successo materiale.

    Non dire “sia fatta la tua volontà”,
se non l’accetti quando è dolorosa.

    Non dire “dacci oggi il nostro pane quotidiano”,
se non ti preoccupi della gente affamata,
senza medicine, senza libri e senza casa.

    Non dire “rimettici i nostri debiti”,
se serbi rancore verso tuo fratello.

    Non dire “non indurci in tentazione”,
se hai intenzione di continuare a peccare.

     Non dire ”liberaci dal male“,
se non ti schieri decisamente contro il male.

    Non dire “amen”,
se non hai preso sul serio il Padre Nostro.


                           Incontro ecumenico di Assisi.


tratto dalla raccolta di testi di fede: Un Sentiero nella Foresta
Comitato italiano per la CEVAA  Comunità di Chiese in missione
Raccolta e traduzione testi a cura di Renato Coïsson,
Stampato ma non pubblicato, Torre Pellice (TO), Gennaio 2006, 179.

giovedì 17 ottobre 2019

Il Pane si condivide e crea comunione anche le briciole, riflessione con Enzo Bianchi



tratto da: agensir.it
16 ottobre 2019

Giovanna Pasqualin Traversa

(testo riportato da: AlzogliOcchiversoilCielo in data 17 ottobre 2019)





Sapienza, passione, condivisione, cultura, fede. Tutto questo si intreccia nella storia del pane che affonda le sue radici all’inizio della vicenda umana. Ricorre oggi la Giornata mondiale del pane: alimento base per molte popolazioni, ma anche simbolo di vita e cibo sacro per diverse culture e religioni.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, uomo di profonda spiritualità e fortemente legato alla terra, ai suoi colori, ai suoi profumi e ai suoi frutti. “Con il pane – esordisce – noi evochiamo la storia dell’umanizzazione, che è avvenuta a tavola, ma soprattutto nel nostro bacino mediterraneo è avvenuta attraverso il pane, uno degli alimenti più antichi da quando, 12/13mila anni fa, nell’incontro di natura e saperi, attraverso la lievitazione si è iniziato a trasformare il grano in un cibo più buono, più digeribile e molto nutriente. Da allora, molto più che alimento, il pane ha cominciato a caricarsi di una ricchissima valenza simbolica con la quale ha attraversato i secoli.


Il pane indica anzitutto ‘il bisogno’, ciò che è necessario per vivere.
Nel linguaggio comune diciamo che si lavora per guadagnarsi il pane, che senza pane non si può vivere; il pane diventa davvero il simbolo della necessità. Allo stesso modo, sempre all’interno di questa nostra area culturale, simbolo della gratuità, assolutamente non necessario ma con un profondo significato, è il vino”. “Pane è la necessità, vino è la gratuità”, scandisce Bianchi aggiungendo, con uno sguardo sull’attualità: “I poveri sono sempre alla sua ricerca. Non è il pane che corre verso di loro; sono loro che corrono dove c’è il pane come ci mostrano ogni giorno i migranti che arrivano verso le nostre terre sazie”.
Ma il pane “ha un posto centrale anche per il suo valore simbolico. L’Eucaristia, questo mistero al centro della vita cristiana, proprio attraverso il pane e il vino offre un magistero vero e proprio. Inoltre


non esiste un pane mio o un pane tuo: il pane si condivide e crea comunione.
Tutti ne sono destinatari; non a caso nel nostro linguaggio, ‘compagno’ è colui che mangia il pane con me. Il pane va spezzato come l’Eucaristia, cioè condiviso; ha un ruolo decisivo all’interno delle nostre relazioni,


apre sentieri di comprensione della vita e della nostra umanità.
Gli uomini ne hanno sempre avuto un profondo rispetto anche se oggi, purtroppo, se ne fa uno spreco vergognoso. La mia generazione nutriva per il pane una sorta di venerazione: se ne cadeva un pezzo per terra ci si sentiva quasi in peccato. E le briciole non venivano mai gettate, ma lasciate sul davanzale per gli uccellini. Oggi viviamo in una tale abbondanza che non ne comprendiamo più il valore, ma non dobbiamo dimenticare che
per la maggior parte dell’umanità rimane ancora il sogno da raggiungere”.

sabato 12 ottobre 2019

Preghiera-Esortazione dal Camerun


CRISTO PER TUTTI


Gesù Cristo ci chiama,
Gesù Cristo ci chiama,
Gesù Cristo ci chiama. Andiamo!



Ha preparato la tavola, venite, prendete, mangiate.
Sì, Gabonesi, Olandesi, Camerunesi, Francesi,
andiamo…


Gesù dice ad ogni cuore pieno di angoscia:
seguimi, sarai consolato.
Nella casa di Dio, mio Padre,
tutto è previsto per voi fratelli.
Andiamo…



Oh Europa! Oh Asia! Oh Americhe!
Oh Africa! Oceania!
Gesù Cristo ci chiama,
Gesù Cristo ci chiama,
Gesù Cristo ci chiama.
Ha apparecchiato la tavola,
venite,
prendete, mangiate.



Gesù Cristo dice agli scienziati del mondo:
il vostro servizio è per la mia gloria,
in questo soltanto risiede la pace del mondo,
tutto è dato per questa gloria.
Andiamo!


Gesù Cristo ci chiama…

                                                        Chiesa Evangelica del Camerun



tratto dalla raccolta di testi di fede: - Quando è Giorno?   
Comitato Italiano per la CEVAA, 
Prima edizione: Torre Pellice, 1988 
Seconda edizione: Trieste 1994       Stampato ma non pubblicato, p. 92.

venerdì 11 ottobre 2019

la Lumière Domenica 13 ottobre 2019 - Marco 5,21-43






 Evangelo di Gesù Cristo secondo Marco 5,21-43


21 Gesù passò di nuovo in barca all'altra riva, e una gran folla si radunò attorno a lui; ed egli stava presso il mare.  
22 Ecco venire uno dei capi della sinagoga, chiamato Iairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi  
23 e lo pregò con insistenza, dicendo: «La mia bambina sta morendo. Vieni a posare le mani su di lei, affinché sia salva e viva».  
24 Gesù andò con lui, e molta gente lo seguiva e lo stringeva da ogni parte.
25 Una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni,  
26 e che molto aveva sofferto da molti medici e aveva speso tutto ciò che possedeva senza nessun giovamento, anzi era piuttosto peggiorata, 
27 avendo udito parlare di Gesù, venne dietro tra la folla e gli toccò la veste, perché diceva: 
28 «Se riesco a toccare almeno le sue vesti, sarò salva». 
29 In quell'istante la sua emorragia ristagnò; ed ella sentì nel suo corpo di essere guarita da quella malattia.  
30 Subito Gesù, conscio della potenza che era emanata da lui, voltatosi indietro verso quella folla, disse: «Chi mi ha toccato le vesti?»  
31 I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi come la folla ti si stringe attorno e dici: "Chi mi ha toccato?"»  
32 Ed egli guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo.  
33 Ma la donna paurosa e tremante, ben sapendo quello che era avvenuto in lei, venne, gli si gettò ai piedi e gli disse tutta la verità.  
34 Ma Gesù le disse: «Figliola, la tua fede ti ha salvata; va' in pace e sii guarita dal tuo male».

35 Mentre egli parlava ancora, vennero dalla casa del capo della sinagoga, dicendo: 

«Tua figlia è morta; perché incomodare ancora il Maestro?»  
36 Ma Gesù, udito quel che si diceva, disse al capo della sinagoga: 
«Non temere; soltanto continua ad aver fede!» 
37 E non permise a nessuno di accompagnarlo, tranne che a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.  
38 Giunsero a casa del capo della sinagoga; ed egli vide una gran confusione e gente che piangeva e urlava. 
39 Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40 Ed essi ridevano di lui. Ma egli li mise tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui, ed entrò là dove era la bambina. 
41 E, presala per mano, le disse: «Talità cum!» che tradotto vuol dire: «Ragazza, ti dico: àlzati!» 42 Subito la ragazza si alzò e camminava, perché aveva dodici anni. E furono subito presi da grande stupore;  
43 ed egli comandò loro con insistenza che nessuno lo venisse a sapere; 
e disse che le fosse dato da mangiare.



BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole 

Trasgressione e Risveglio
Maurizio Abbà

La donna, senza nome, che ha continue perdite di sangue da dodici anni (o dall'età di dodici anni? come hanno ipotizzato dei biblisti), si ritrova in una condizione di marginalità estrema, relegata nella vita sociale ad un ruolo insignificante, un non-ruolo di una non-esistenza.
Ha probabilmente perso quasi tutto: relazioni famigliari, sociali, 
e i suoi averi cercando di curarsi.
Una cosa però non ha perso: la dignità e la tenacia, infatti, riesce a carpire la sua guarigione.

Attenzione questo non è un testo che vuole avvallare la credulità contro la medicina.
Niente di tutto questo.
Ma questo testo vuole valorizzare la fede che sa perdonare che sposta le montagne 
Marco 11,22-26
(ma giustamente non brucia le foreste!)
come risorsa preziosa,
risorsa che sottovalutiamo solitamente e che non sappiamo apprezzare adeguatamente.
Questa donna forse attanagliata da sensi di colpa veri o più probabilmente solo presunti,
finalmente si accetta come persona che può a pieno diritto far parte del tessuto societario.

Allora questa donna trasgredisce alcune regole che la ingabbiavano estromettendola dalla vita quotidiana sociale e vuole rendere incisiva la sua fede, per la sua dignità di donna, di creatura di Dio.
Una trasgressione fatta di amore e per amore. 
Una trasgressione che consiste semplicemente nell'emergere tra la massa
per la sua libertà, per amore.
Per amore verso la sua esistenza per recuperare una dimensione verace della vita,
una vita che non sia più solo un mesto svolgimento ed arrotolamento di giorni, 
ma vita vera per poter poi amare gli altri. 
Per essere in quanto donna rispettata.


Distinta ma non slegata da questo racconto vi è la narrazione della risurrezione della figlia di Iairo,
un funzionario importante della locale Sinagoga.
Ricorre anche qui il numero 12, non è casuale.
A dodici anni all'epoca una ragazza ebrea entrava nell'età adulta,
- ancora oggi con il bat mitzvah una ragazza a dodici anni e un giorno 
ha l'età per l'adesione ritenuta consapevole alla fede ebraica. 
Mentre per i ragazzi a 13 anni e un giorno (si chiama bar mitzvah tradotto con 'figlio del precetto'),
in questa differenza c'è il discernimento su di una maturità raggiunta prima dalle giovani - . 

La giovane ora potrà muovere da sola i suoi passi nella vita
in autonomia il che non vuol dire in solitudine.
Una ragazza che si risveglia consapevolmente alla vita.

Alcuni biblisti fanno notare anche come: "e disse che le fosse dato da mangiare"
è un'attenzione al problema grosso e delicato problema dell'anoressia.
I disturbi alimentari coprono problemi sentimenti ed emozioni che non riescono ad esprimersi.
Le sue emozioni c'è chi se le beve (il triste 'attaccarsi alla bottiglia'), 
c'è chi se le fuma, 
e c'è chi se le mangia (troppo) 
o, all'opposto, non mangia (niente).
Bisogna ritrovare con energia e tenerezza i passi da fare in autonomia,
avendo una solida fiducia come piedistallo,
per far questo all'inizio si comincia lasciandosi prendere per mano
e poi si cammina e si spicca il volo verso la vita,
e allora s'inizia a vivere.

Il Risveglio riguarda anche le chiese, è ovvio.
Grandi momenti di risveglio hanno rilanciato con entusiasmo
la fede che non ostacola ma aiuta 
questa fede accomuna questi due racconti evangelici.

Fede che richiede a seconda dei contesti e delle situazioni 
ora Trasgressione ora Risveglio
                   sempre Fede che sa a chi dare fiducia
compito delicatissimo che richiede un discernimento 
davvero non superficiale ma in profondità
che sa andare oltre le facili apparenze.