DOMENICA 23 MAGGIO 2021 - PENTECOSTE
Atti degli Apostoli 2,1-13
Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.
E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue».
Tutti stupivano ed erano perplessi chiedendosi l'uno all'altro: «Che cosa significa questo?»
Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».
Paolo Ricca:
IL PARLARE IN LINGUE
Nessuno, allora sembra aver capito bene che cosa fosse, e non è detto che dopo duemila anni sia diventato chiaro.
Le spiegazioni sono tante, ma nessuna spiega veramente tutto. L’impressione che si ricava leggendo il racconto è comunque questa, che lo Spirito, entrando dentro i Dodici e tutti gli altri, li fa parlare una lingua nuova, mai udita prima, completamente sconosciuta da tutti, sia da quelli che parlano sia da quelli che ascoltano, ma che misteriosamente tutti capiscono, qualunque sia la loro lingua materna. Una cosa mai vista sulla faccia della terra, dove circolano – come sappiamo – oltre 2.500 lingue diverse e chissà quanti dialetti, e nessuno capisce la lingua dell’altro, a meno che la si studi a fondo, e tante lingue sono veramente difficili.
A Pentecoste invece succede questo fatto più unico che raro appare una lingua che tutti capiscono senza bisogno di studiarla, una lingua universale che potremmo chiamare l’esperanto di Dio
Noi però ci chiediamo un po’ scettici: ma esiste davvero questa lingua universale che tutti, di tutti i Paesi, di tutte le razze, di tutte le culture, possono capire? Quale potrebbe essere questo esperanto di Dio? Potrebbe essere la lingua della fede? No, perché molti non credono in Dio, e poi comunque le fedi sono diverse e spesso in disaccordo tra loro, anche se Dio è unico per tutti.
Potrebbe essere la lingua della musica? Certo la musica «parla» a tutti, è il linguaggio più universale che ci sia, tutti amano la musica, ma non tutti amano lo stesso genere di musica e i generi musicali sono tanti e i gusti sono diversi, spesso anche opposti.
Potrebbe allora essere la lingua della scienza? Tutti amano la scienza, che gode di un grande prestigio su cui tutti concordano; ma il linguaggio della scienza, a un certo punto, diventa necessariamente tanto specialistico che l’uomo comune non riesce più a capire.
Potrebbe essere il linguaggio della filosofia o della teologia? No, perché il loro discorso, in generale, è piuttosto astratto e teorico, lontano dalla vita concreta di tutti i giorni.
Potrebbe essere la lingua del silenzio, che non di rado è più eloquente di tanti discorsi? No, perché anche quando è benefico, il silenzio resta però ambiguo, può significare molte cose e crea una comunione più apparente che reale: tutti stanno zitti, ma pensano cose diverse.
C’è una sola lingua universale che tutti capiscono, e voi sapete qual è, lo sappiamo tutti: è la lingua dell’amore. Ma perché è così poco praticata questa lingua che tutti capiscono, ma che così pochi parlano? Perché sembra avverarsi anche nel nostro tempo l’amara profezia di Gesù secondo la quale «per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà» (Matteo 24,12)? Forse perché come pensava Gioacchino da Fiore, monaco e abate cistercense del XII secolo (morto intorno al 1200) – uno dei pochi, forse addirittura l’unico teologo dello Spirito Santo della storia cristiana – quella che lui chiamava «la Terza Età», quella dello Spirito, deve ancora cominciare: Pentecoste deve ancora avvenire, l’antica promessa dello Spirito «sparso sopra ogni carne» deve ancora realizzarsi.
Ci troviamo dunque ancora nel «tempo sospeso» tra Pasqua e Pentecoste, dobbiamo ancora diventare «pentecostali». Ecco perché l’umanità non parla ancora l’unica lingua universale, la lingua dello Spirito, la lingua «pentecostale», la lingua dell’amore, l’esperanto di Dio, e neppure noi, che vorremmo essere discepoli e seguaci di Gesù, la parliamo veramente, neppure noi l’abbiamo imparata dopo tanti secoli: stiamo appena cominciando a balbettarla.
tratto da:
- Paolo Ricca, Sermoni, EDB Edizioni Dehoniane Bologna, 2020, 144-147.