mercoledì 27 febbraio 2019

Grande Incoraggiamento Grande Speranza Grande Certezza

Io cercherò la perduta,
ricondurrò la smarrita,
fascerò la ferita,
rafforzerò la malata

          dal libro biblico: Ezechiele 34,16a

sabato 23 febbraio 2019

la Lumière - Domenica 24 febbraio 2019

foglio biblico-teologico-liturgico
gratuito

Domenica 24 febbraio  - SEXAGESIMA (60 GIORNI PRIMA DI PASQUA)

Evangelo di Gesù Cristo secondo LUCA 6,38

Date, e vi sarà dato; 
vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; 
perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi».



BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole

 Una lezione che dobbiamo imparare


Maurizio Abbà


Verbo Dare
L'Antico Testamento non conosce il verbo dare, è significativa quest'assenza.
Per noi dare rimanda subito ai soldi, dare denaro, ricevere soldi.

Noi diamo ogni giorno tante cose, oppure niente, oppure cosa diamo?
Facciamo attenzione a cosa diamo e a cosa riceviamo.
Di questi tempi si spandono cose pericolose: come il razzismo, l'antisemitismo.
Cose pericolose che si speravano parte di un passato che non sarebbe tornato.
Illusione.
Stavano lì, pronte a tornare prepotentemente. 

Bisogna accorgersi invece delle cose buone che riceviamo e da porgere a nostra volta.

Riceviamo tante cose buone, accorgiamocene. Cosa riceviamo?
Possibilità di costruire a partire dai nostri figli, nipoti e poi con le persone che incontriamo
ogni giorno, tutti i giorni, possibilità di vivere in maniera diversa.
Se non lo facciamo e diamo invece cose non buone, decisamente cattive, ahi!, 
poi le riceviamo di ritorno.
Tra queste cose cattive ed inquietanti: ci sono il razzismo e l'antisemitismo 
che stanno dilagando di nuovo anche nel nostro Bel Paese.
Sono lì a ricordarci di stare attenti, di vigilare.
Il razzismo vuole fare delle classifiche tra le persone,
vuole imporre gerarchie di superiorità e quindi d'inferiorità tra persone che invece sono UGUALI.

L'antisemitismo ricorre soprattutto nei momenti di crisi economica, 
nei periodi in cui prevale il disorientamento ideale,
è una forma devastante del devastante razzismo.

Antisemitismo: si attaccano gli ebrei e li si accusa di accuse false.
Tutto ciò è preoccupante, sappiamo già in quale buio ci porta.
Dopo gli ebrei è toccato ad altri essere accusati e perseguitati.
Tutto ciò ci riguarda.
Non restiamo indifferenti.
I razzismi sono tanti ma poi è uno solo: non si accetta la diversità,
ma ognuno è diverso, questo è il bello, questo ci fa UGUALI.
Cerchiamo d'imparare l'arcobaleno delle diversità.

Andiamo in pace,
in pace a scuola di antirazzismo,
in pace a scuola di uguaglianza nella diversità.






Note sul testo:

vi sarà versata  

la Bibbia TOB annota: " Lett. verseranno. Nelle lingue semitiche
questo plurale impersonale può indicare l'azione di Dio ".


in seno  
TOB: nel grembo  Trad. lett. Per raccogliere grano, 
l'orientale solleva la falda del proprio abito "  
la TOB indica un confronto con Rut 3,15









venerdì 22 febbraio 2019

L'Aye del nonno


Tre studenti di qene (poesia) che ogni giorno
tornavano dai loro studi nel vicino monastero,
incontrarono un monaco molto vecchio che avanzava
faticosamente, appoggiato ad un bastone
nodoso. L’anziano si fermò sotto un albero di ‘aye[1] e
lo scrutò a lungo: sembrava guardasse
estasiato la pianta, i cui bei frutti viola adornavano i
rami.
Gli studenti andarono da lui incuriositi e lui li pregò di
salire sui rami a prendere dei frutti
per assaggiarli: il più grande dei tre obbedì e ne prese
parecchi. I tre, seduti sotto l’albero,
stavano gustando i frutti quando l’anziano iniziò a
benedire la memoria di chi aveva seminato
la pianta, poi, al termine, prima che ognuno
riprendesse la sua strada, raccolse tutti i torsoli
e col bastone cominciò a scavare dei buchi nella
terra, per sotterrarli.
I ragazzi, stupiti, si domandarono l’un l’altro per quale
motivo l’anziano monaco lo facesse,
dato che ormai la sua vita volgeva al tramonto e ben si
sa che la pianta di ‘aye impiega molto tempo
a dare i suoi frutti. “Ci scusi, nonno”, chiese uno dei
tre “quanto pensa di poter vivere ancora,
e vedere questa pianta cresciuta, vista che con tanta
cura ne sta sotterrando i semi?”

“Sì, è vero, l’ ‘aye dà frutti dopo molto tempo ed è
probabile che io non riuscirò a mangiarli
perché non ci sarò più, però la vita è una catena e noi
siamo gli anelli che la formano.
Vedete, altri prima di noi hanno seminato i semi di
tutte queste piante benedette, così noi ne
abbiamo potuto mangiare il frutto. Io ho benedetto la
memoria di coloro che hanno piantato questo
albero, e adesso tocca a me interrare quello che poi
diventerà un albero e darà tante belle ‘aye.
Un giorno passerà un altro come me, mangerà il frutto
dell’albero e benedirà, forse, anche il mio
nome”. Ai ragazzi le parole dell’anziano sembrarono
più che mai sagge e istruttive e si sentirono
veramente appagati.
Il monaco, prima di proseguire il suo cammino, aveva
detto ai ragazzi: “Figlioli, ricordatevi che gli
alberi e i loro frutti sono beni del Creatore, bisogna
preservarli, difenderli e diffonderli”.
Si narra che l’anziano monaco abbia vissuto ancora e
lungo e sia riuscito addirittura a vedere i
nipoti di questi tre ragazzi.



             Habrè Weldemarian – Eritrea
             Da “Habré Weldemarian: La terra di Punt
             Miti, leggende e racconti dell’Eritrea” Collana
             Mondialità E.M.I. Bologna. Pag. 59-60




tratto da: Allarga la tua Tenda 
raccolta di testi di fede
Comitato italiano per la CEVAA  Comunità di Chiese in missione
Raccolta  e traduzione testi a cura di Renato Coïsson

Stampato ma non pubblicato

Luserna S. Giovanni (To), Agosto 2016, 192-193.



[1] ‘Aye è un frutto selvatico simile alla prugna. Così almeno lo
ricorda l’autore che, fanciullo, ne vide tanti ad ‘Addarasso, nel
bassopiano del versante orientale eritreo. Ricorda che c’erano
parecchie piante lungo il torrente Danabeb

lunedì 18 febbraio 2019

La Rosa Bianca. Giovani contro Hitler


il 18 febbraio 1943 vennero arrestati i membri del movimento della "Rosa Bianca", un gruppo di studenti dell'Università di Monaco di Baviera che si impegnarono in prima persona per opporsi al nazionalsocialismo. La loro vicenda è raccontata da Lorenzo Tibaldo nel volume
- Lorenzo Tibaldo  La Rosa Bianca  Giovani contro Hitler
ed. Claudiana



  • La Rosa Bianca, gruppo di Resistenza cristiana non violenta a Hitler
  • Sophie e Hans Scholl, Alexander Schmorell, Willi Graf, Christoph Probst, Kurt Huber e altri
  • Intelligenza, cultura, solidarietà e fede contro la barbarie nazista

Sotto la ferocia del tallone nazista, un gruppo di studenti dell'Università di Monaco di Baviera distribuisce, tra l'estate del 1942 e il febbraio del 1943, alcune serie di volantini firmati "Weise Rose" – "Rosa Bianca" – incitando il popolo tedesco a ribellarsi al nazionalsocialismo in nome della libertà, della giustizia e della fratellanza tra i popoli. Il nucleo di giovani resistenti cristiani è costituito dai fratelli Scholl, Sophie e Hans, da Alexander Schmorell, Willi Graff, Christoph Probst e dal professor Kurt Huber, legati tra loro da profonda amicizia. I principali esponenti del gruppo furono ghigliottinati nel 1943, ma la loro vicenda resta un fulgido esempio di altruismo e abnegazione, preziosa testimonianza di un impegno civile al servizio della dignità umana.

 

Biografia dell'autore


Lorenzo Tibaldo
studioso di storia dell'Ottocento e del Novecento, in particolare delle organizzazioni del movimento dei lavoratori e della Resistenza, per Claudiana ha pubblicato: Sotto un cielo stellato. Vita e morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (Torino 2008); Il viandante della libertà. Jacopo Lombardini (1892-1945), (Torino 2011); Nicola SACCO, Bartolomeo VANZETTI, Lettere e scritti dal carcere (a cura di; Torino 2012); Willy Jervis (1901-1944). Una vita per la libertà (Torino 2014).

tratto dal sito: www.claudiana.it

domenica 17 febbraio 2019

La Festa Valdese del 17 febbraio

Maurizio Abbà

La Festa del XVII Febbraio è una festa celebrata dai Valdesi.
Dal 1848.
La Memoria è quella di festeggiare la concessione dei diritti civili ai Valdesi
e pochi giorni dopo agli Ebrei.
Una festa per la libertà.
Per tutti.

Il cammino della Libertà risulta però ancora lungo, molto lungo,
in quanto razzismo ed antisemitismo, purtroppo, non sono ricordi di un tragico passato lontano,
ma continuamente affiorano nella loro violenza fisica e verbale.

- Diventa allora ancora più necessario fare Memoria dei momenti in cui
in alcune fessure della Storia dei raggi di luce sono arrivati ad illuminare.

Si festeggia il 17 Febbraio sia per gratitudine alle generazioni precedenti per quanto
hanno dato anche per il nostro presente libero, sia per dare impulso a dare sempre
più spazio e più respiro alla Libertà in ogni luogo, in ogni angolo.


Appropriate le parole di Gustavo Zagrebelsky che afferma giustamente:
i "Diritti della coscienza: o sono universali o sono privilegi" 
si veda il sito: www.chiesavaldese.org 


Il 17 febbraio è anche la giornata nazionale del Gatto.
Simpatica ricorrenza per i nostri amici a quattro zampe,
i diritti degli animali non sono secondari e denotano la loro concessione e ampliamento
anche più umanità da parte delle persone. 
Ma, c'è chi si chiederà: "cosa c'entra questo con la Festa della Libertà del XVII Febbraio"?
- Ci vogliono 'occhi di gatto' per riuscire a scrutare nel buio la profondità
che la ricerca delle libertà richiede.
Libertà, anche la libertà religiosa e la libertà di coscienza e così tutte le libertà, è una parola
che dobbiamo ancora imparare a declinare e a costruire.




Alla ricerca delle libertà che non ci sono ancora


Paolo Ricca 17 febbraio oggi. In cerca di quale libertà?


Mensile di religioni - politica - società
7 febbraio 2019
Teologo, pastore e docente emerito di Storia della Chiesa alla Facoltà valdese di teologia di Roma.

Libertà – parola magica e potente, che ammalia i cuori, avvince le coscienze e solleva i popoli; parola rivoluzionaria per eccellenza: tutte le grandi rivoluzioni della storia umana sono avvenute nel suo nome; parola amata come poche altre: molti l’hanno amata più della loro stessa vita («libertà va cercando ch’è sì cara» – dice Virgilio a Marco Porcio Catone all’ingresso del Purgatorio, parlando di Dante – «come sa chi per lei vita rifiuta»); parola temuta come poche altre: il padrone teme la libertà del servo, l’uomo teme la libertà della donna, il marito teme la libertà della moglie, i genitori temono la libertà dei figli, i generali temono la libertà dei soldati, il vescovo teme la libertà del prete, il prete teme la libertà dei laici, e il Governo teme la libertà dell’Opposizione, e così via; è la libertà dell’altro che fa sempre un po’ paura.
Parola magica, potente, amata e temuta, però anche parola misteriosa come poche altre, perché da un lato è un’esigenza insopprimibile di cui l’uomo in quanto tale, in ogni epoca della sua storia,qualunque sia stata o sia la sua cultura, razza, posizione sociale, religione o rifiuto di essa, non può e non vuole fare a meno, come se la libertà fosse, in fin dei conti, la ragione stessa della sua vita, come dice il poeta francese Paul Eluard (1895-1952) in uno splendido poema intitolato appunto Liberté, che si conclude così: «Per il potere di una parola, ricomincio la mia vita. Sono nato per conoscerti, per pronunciare il tuo nome: Libertà».
È vero che «la libertà non si mangia», come mi disse (e il discorso finì lì) una persona anziana, di umile condizione, alla quale mi sforzavo di illustrare il valore incomparabile della libertà; aveva ragione lei: il pane viene prima della libertà e nessuna libertà può sostituire il pane. Anche nel Padre Nostro, la richiesta del pane («Dacci oggi il nostro pane quotidiano») precede la richiesta della libertà («Liberaci dal male» o «dal Maligno»). Ma è anche vero che «non di pane soltanto vive l’uomo», e come nessuna libertà può sostituire il pane, così nessun pane può sostituire la libertà: l’uno e l’altra sono necessari, anzi indispensabili, perché entrambi vitali, esigenze umane insopprimibili.
Ma proprio qui si cela un mistero:
come mai la libertà, bisogno profondo come le radici stesse dell’essere, condizione e ragione di vita, può così facilmente degenerare e diventare licenza, arbitrio, prepotenza; oppure può essere lasciata cadere, negata o rifiutata come un fardello troppo pesante, perché libertà significa inevitabilmente responsabilità, ma non tutti ne sopportano il peso, e c’è chi preferisce non essere libero per non essere responsabile.
Così il nostro rapporto con la libertà è ambivalente: da un lato la desideriamo intensamente, la invochiamo e siamo smaniosi di possederla; dall’altro, quando l’abbiamo, facilmente ne abusiamo oppure vi rinunciamo. La pratica della libertà è più difficile del sogno della libertà. Non si è liberi una volta per sempre: esserlo è un esercizio da imparare di nuovo ogni giorno.
Il 17 Febbraio 1848, quando i valdesi, sparuta minoranza evangelica miracolosamente sopravvissuta a secoli di persecuzioni e angherie di ogni tipo subite nel cattolicissimo Stato sabaudo, ottennero alcune libertà civili (non ancora quella religiosa, riconosciuta solo un secolo più tardi, con la Costituzione repubblicana del 1948), è solo una tappa, importante per l’Italia, di una storia infinita, che continua oggi e continuerà nel prossimo futuro.
Perciò, alla domanda «17 Febbraio oggi: in cerca di quale libertà?» risponderei semplicemente così:
in cerca di tutte le libertà negate, conculcate, calpestate, o anche solo minacciate, o controllate, o ridotte in varia misura, o del tutto soppresse, in tutti gli ambiti dell’esistenza umana, individuale e collettiva, quello politico, sociale, culturale, religioso, non solo nei regimi più o meno teocratici, o autoritari, o apertamente dittatoriali, ma anche in quelli democratici, perché anche in questi ci sono libertà in pericolo che devono essere difese, e libertà non ancora riconosciute che devono essere sancite e istituite.
C’è poi tutto l’ampio capitolo delle libertà che nascono non dall’uomo, ma da Dio, perché «il Signore è lo Spirito, e dove è lo Spirito, ivi è libertà» (II Corinzi 3,17), la cui massima manifestazione è la libertà di amare: non si è mai tanto liberi come quando si ama. «17 Febbraio 2019: in cerca di quale libertà?». Risposta: di tutte quelle che non ci sono ancora.
la fonte del testo è il mensile interreligioso di Religioni, Politica, Società: Confronti.
Il testo è stato poi riportato sul blog: alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com 

Libertà Religiosa Oggi in Italia


  • Nuovi e vecchi scenari religiosi della nostra società
  • I nodi essenziali della libertà religiosa in un’Italia dalle molte fedi
  • La necessità democratica di una legge quadro per superare la normativa fascista sui «culti ammessi»
Nella prospettiva di una società aperta e capace di valorizzare le sue diverse componenti, 
il volumetto propone una riflessione che nasce da sguardi attenti e informati – quelli di Paolo Naso, Franco Becchino, Alessandra Trotta, Ilaria Valenzi, Miguel Gotor e del curatore Giuseppe Platone – su diversi aspetti, critici e non, della libertà religiosa in un’Italia sempre più pluralista anche sotto il profilo confessionale.


Indice testuale

Prefazione
di Giuseppe Platone
171 anni fa: i primi falò della libertà
1848-1948: un secolo decisivo
Perché parlare oggi ancora della libertà religiosa?
I contenuti dell’opuscolo 
1. Antico e nuovo pluralismo religioso in Italia
di Paolo Naso
La svolta del dopoguerra
Un pluralismo «clandestino» e il caso islamico
Un nuovo scenario post-secolare 
2. Libertà religiosa: la posizione dei protestanti
di Franco Becchino
Libertà di coscienza e di religione
I protestanti italiani tra «franchezza evangelica» e impegno ecumenico
Il panorama dei rapporti fra lo Stato e il fatto religioso
Il contributo protestante all’affermazione della libertà religiosa
Castellione contro Calvino
Il protestantesimo tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento
Alessandro Vinet e il separatismo moderno
Il protestantesimo italiano 
3. Chiese e società, il nodo della libertà religiosa. Dialogando con Franco Becchino
di Alessandra Trotta
Una comune posizione protestante
Tra franchezza evangelica e impegno ecumenico
Una vocazione profetica  
4. Libertà religiosa in Italia: nuovi interrogativi
Intervista a Ilaria Valenzi di Giuseppe Platone 
5. La conquista della tolleranza: alle origini della libertà religiosa
di Miguel Gotor
Definizione
Le origini del problema
Le guerre di religione e il dibattito sulla tolleranza
La politica della tolleranza
Dalla tolleranza alla libertà, dall’illuminismo alla rivoluzione francese 
Bibliografia essenziale 
Gli autori

 

Biografia dell'autore

Giuseppe Platone,
pastore valdese in emeritazione, è vice-presidente della Società di Studi Valdesi, già direttore del settimanale “Riforma, settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste, valdesi” (2003-2010), nella collana di monografie edite in occasione del 17 febbraio ha pubblicato Valdesi e Riforma nel passaggio di Chanforan (1532), Claudiana, Torino 2014. Sul tema dell’opuscolo di quest’anno ha curato il testo Religioni e libertà: quale rapporto? Claudiana, Torino 2008.


tratto dal sito: www.claudiana.it



sabato 16 febbraio 2019

la Lumière - Domenica 17 febbraio 2018

foglio biblico-teologico-liturgico
gratuito

Domenica 17 febbraio - SEPTUAGESIMA (70 GIORNI PRIMA DI PASQUA)

Evangelo di Gesù Cristo secondo Luca 6,17-26

17 Sceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante, dove si trovava una gran folla di suoi discepoli e un gran numero di persone di tutta la Giudea, di Gerusalemme e della costa di Tiro e di Sidone,  
18 i quali erano venuti per udirlo e per essere guariti dalle loro malattie.  
19 Quelli che erano tormentati da spiriti immondi erano guariti; e tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva un potere che guariva tutti.


20 Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi che siete poveri, perché il regno di Dio è vostro.
21 Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. 22 Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno da loro, e vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell'uomo.  
23 Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perché, ecco, il vostro premio è grande nei cieli; perché i padri loro facevano lo stesso ai profeti.
24 Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
25 Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
26 Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi, perché i padri loro facevano lo stesso con i falsi profeti.



BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole 


Cercare di sanare le ferite 
con il potere della consolazione



Maurizio Abbà


La prima parte di questo testo evangelico, vv. 17-19, 
Gesù ha chiamato discepoli e tra questi gli apostoli, i 12.
(Dodici come dodici sono le tribù d'Israele).
Dodici provenienti da estrazioni sociali e politiche diverse, molto diverse.
"Gesù è riuscito quindi a polarizzare gente proveniente da diversi orizzonti
e da diverse scelte politiche come lascia intendere il v.17". 
(tratto da: - Daniel Attinger, Evangelo secondo Luca il cammino della benedizione
Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (BI), 2015, 186).

 v. 19: "da lui usciva un potere che guariva tutti".
Da Gesù esce una forza, un'energia che dovrebbe essere contagiosa,
terapeutica, un balsamo di consolazione, 
un medicamento per ristabilire il gusto della vita,
un potere contagioso, che scaturisce per sanare, sorge per guarire.
Ben diverso dal Potere che, da sempre, divora e distrugge quotidianamente l'essere umano
e devasta l'ambiente in cui viviamo noi e le generazioni future.

Domanda: - e da noi cosa esce dalle nostre azioni e dalle nostre parole
per cercare di sanare le ferite della vita?
Se solo i cristiani si decidessero a fare davvero i cristiani. 
E questo da quando dovrebbe iniziare? ... Da subito. 
Almeno cercare di realizzarlo.
Con la forza grandiosa della consolazione 
questo è certamente alla nostra portata.
Saper consolare ed accettare di essere consolati,
infatti, accettare di essere consolati richiede altresì molta saggezza).

- Di consolazione ci parlano anche le Beatitudini.


La seconda parte, vv. 20-26, è il testo lucano delle Beatitudini 
(il testo parallelo è nell'Evangelo secondo Matteo ed è incorniciato nella radicalità 
del Sermone della Montagna).

Sulle Beatitudini messaggio controcorrente sempre di attualità
ecco le incisive parole del teologo, scrittore e psicoterapeuta Eugen Drewermann:


" Ma cosa accadrebbe se rinunciassimo semplicemente a tutto il ciarpame di indolenti
autodimostrazioni di 'virilità' e di 'forza' e avessimo il coraggio di esprimere quello che
ci addolora forse fin dai giorni dell'infanzia;
se negassimo tranquillamente il dovere di passare sempre sopra al dolore,
di stringere i denti e marciare diritto;
se dicessimo che davanti a Dio e agli uomini esiste il diritto di esprimere
ciò che fa male e ciò che ha fatto male, e se ci fosse una sensibilità del
dolore al posto giusto? Beate le persone, dice Gesù, che osano vivere in questo modo.
Queste persone non hanno più niente da temere, né rifiuto né vergogna; 
esse cominciano ad essere reali. E sono vicine, proprio vicine a Dio.
Lui le consolerà.
(tratto da: - Eugen Drewermann
Dal Discorso della Montagna  Le Beatitudini e il Padre nostro
traduzione dal tedesco di Annapaola Laldi, Editrice Queriniana, Brescia, 1997, 36-37).

giovedì 14 febbraio 2019

Pieno di riconoscenza


È giunto il momento


Signore,
sono giunto al momento della mia vita
dove le infermità dell’età
mi rendono difficile ogni lavoro.
Privo delle mie forze
non posso far fronte a tutte le mie necessità.
La mia memoria spesso viene meno
e il mio spirito non è più così vivace come un tempo.
Aiutami a vedere chiaramente
ciò che posso ancora fare e ciò che debbo lasciare.
Aiutami ad accettare i miei limiti,
a prendere la mia vita così com è,
con serenità e senza compiangermi.
Aiutami, soprattutto, a rimanere pieno di riconoscenza
per tutto ciò che la vita mi ha dato
malgrado io abbia dovuto subire molte prove.
Poiché ci sono molte cose
per le quali io posso ringraziarti.
La mia esistenza è stata lunga e le mie giornate ben
occupate.
Tu mi lasci ancora del tempo per vivere,
aiutami a farne buon uso
fino a quando la mia giornata arriverà alla fine
e Tu mi prenderai nella tua casa.


                         William Barclay - Scozia


tratto da: Allarga la tua Tenda 
raccolta di testi di fede
Comitato italiano per la CEVAA  Comunità di Chiese in missione

Raccolta  e traduzione testi a cura di Renato Coïsson

Stampato ma non pubblicato

Luserna S. Giovanni (To), Agosto 2016, 168.

sabato 9 febbraio 2019

la Lumière - Esodo 3,1-8a - Domenica 10 febbraio 2019

foglio biblico-teologico-liturgico
gratuito

DOMENICA 10 febbraio - 5a DOPO L'EPIFANIA

ESODO 3,1-8a


1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb.  
2 L'angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
3 Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!»  
4 Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi».  
5 Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». 
6 Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
7 Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. 
8 Sono sceso per liberarlo  




BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole

vocazione all'improvviso
verso la libertà
e il segreto dell'amore

Maurizio Abbà

Il libro biblico dell'Esodo/Nomi
è la chiave interpretativa del messaggio biblico di liberazione.
Il Dio dell'Esodo è Dio che si rivela per liberare.

Uscire da situazioni tristi, infelici.

Esodo viaggio che può essere anche travagliato, non lineare
ma è certo verso la Libertà.
Mi soffermo ancora su questo testo celeberrimo,
che narra della vocazione di Mosè. 
Mosè è chiamato nella quotidianità di quel momento,
così all'improvviso.

Mosè "pascolava e guidava il gregge", egli giunge con il gregge in una zona montuosa desertica denominata Horeb (o Oreb).
Oreb abbiamo già preso nota che significa: "terra desolata".
Siamo lontani, appunto, come annota Terence E. Fretheim da luoghi specificamente religiosi
(Esodo, traduzione di Domenico Tomasetto, Claudiana Editrice, 2004, 77).
Dalla desolazione di tanti luoghi e situazioni il testo biblico qui riparte.
In un contesto non dai tratti 'religiosi'.
Qui si spalancano orizzonti di significato su di una fede non religiosa (Dietrich Bonhoeffer),
la dimensione della laicità come spazio dove vivere il proprio Credere.

Certo, tutto ciò è vero e c'impegna nel comprendere dentro la fede,
ma c'è tanto altro.

Il pruno brucia ma non si consuma. 

L'Amore fuoco che brucia ma non dura?
Si pensi alle lezioni di Massimo Recalcati in televisione su Rai 3: 'Lessico Amoroso',
in cui si pongono le domande sulla sintesi che pare non trovarsi tra innamoramento 
passionale che brucia ma non vi sarebbe il durare nell'arrotolarsi del tempo.
- Giustamente in ricerca che s'interroga,
si pongono queste domande, infatti, è bene che l'educazione ai Sentimenti ed alle Emozioni trovi (finalmente!) spazi di alta divulgazione.

Il testo biblico 
L'Amore per essere fuoco che brucia senza consumare richiede il rinnovo permanente 
della fiammella 
che si ravviva senza sacrificio paludoso ma con entusiasmo vitale
(e, in parte ma solo in parte, è l'impegno richiesto anche per l'Amicizia).

Nell'innamoramento l'amore richiede che nel tempo lo sguardo sia lo stesso dell'inizio.

Il segreto di una relazione di coppia, di un matrimonio che si accende senza spegnersi 
è di ... viverlo 
viverlo come se si fosse... ancora fidanzati.

Liberare l'amore dalla schiavitù che lo ingabbia.

Liberare l'amore e portarlo dai soliti deserti verso terre - anche interiori! -
di libertà e di amore. 













venerdì 8 febbraio 2019

Spunti di riflessione da un testo di Fernando Pessoa

                                                                                                           Maurizio Abbà

A volte accettare delle situazioni può esserci di aiuto
anche per essere lucidi nell'affrontarle e capirle.
Questa può essere la condizione per rialzarsi e tornare a vivere.

Fare luce dentro il nostro vissuto,
sapendo dei nostri limiti
e delle nostre possibilità.
Senza rassegnazione ma con tranquillo coraggio.



Ecco, di seguito, un testo di Fernando Pessoa (Lisbona 1888 - 1935):




Dio sa meglio di quanto sappia io
Chi sono io
Perciò la sorte che mi ha dato

È quella in cui sto meglio.

Dio sa chi io sia e allinea
                Le mie azioni
Secondo una forma che non è mia
Ma che ha intime ragioni.


4 febbraio 1915.


                                                                    Fernando Pessoa 
                                                                   

tratto da: - Fernando Pessoa, Sono un sogno di Dio Poesie,
A cura di José Tolentino Mendonça
Traduzione e note di Manuele Masini
Edizioni Qiqajon Comunità di Bose,
Magnano (BI), 2015, 26.

martedì 5 febbraio 2019

l'impossibile diventa possibile

Il comandamento di Dio è la permissione di vivere come uomini 
davanti a lui. 
Il comandamento di Dio è permissione
Esso si distingue da tutte le leggi umane per il fatto che comanda la libertà
Dimostra di essere un comandamento di Dio per il fatto che supera
questa contraddizione, 
che l'impossibile diventa possibile,
che quanto sta al di là di tutto il comandabile, la libertà, è il suo vero
oggetto. 
A queste altezze, e non più in basso, si libra il comandamento di Dio. 

 
                                                                          Dietrich Bonhoeffer




tratto da: 
- Dietrich Bonhoeffer 

    Voglio Vivere questi Giorni con Voi

A cura di Manfred Weber
Traduzione dal tedesco di Andrea Aguti e Guido Ferrari
(books), Editrice Queriniana, Brescia, 2007,49.

sabato 2 febbraio 2019

la Lumière - Esodo 3,1-15 Domenica 3 febbraio 2019

foglio biblico-teologico-liturgico
gratuito
(esce se e quando può)


4a   DOPO L’EPIFANIA
Esodo 3,1-15
1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. 
2 L'angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
3 Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» 
4 Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi».  
5 Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». 
6 Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
7 Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni.  
8 Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei.  
9 E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire.  
10 Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall'Egitto i figli d'Israele?» 12 E Dio disse: «Va', perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d'Israele e avrò detto loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi", se essi dicono: "Qual è il suo nome?" che cosa risponderò loro?»  
14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d'Israele: "l'IO SONO mi ha mandato da voi"». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d'Israele: "Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi". Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.



BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole 

Di alcune cose che ci riguardano

Maurizio Abbà


Questo racconto ci parla di alcune cose, molto ma molto importanti.

- Ci parla di una teofanìa. Cos'è una teofanìa?
Deriva da due parole greche e vuol dire manifestazione di Dio, manifestazione divina.
(Nel libro biblico dell'Esodo anche al capitolo 19 ai versetti da 16 a 19).
Teofanìe si hanno anche nel Nuovo Testamento:
al battesimo di Gesù nel Giordano; alla trasfigurazione di Gesù.
In riferimento a Gesù Cristo si parla di cristofanìa.


La manifestazione di Dio appare improvvisa, inaspettata. Non è racchiudibile in forme 'religiose' programmate e prevedibili. Questo ci sorprende ma è buono questo. In quanto non dipende da noi,
la manifestazione di Dio quindi non dipende dalle nostre (poche ed esauste) forze.


- Ci parla di un grido (v. 7), è il grido dell'oppressione.
La creatura oppressa prega, anzi grida.
La preghiera qui non è un sussurro. Non è una raffinata esposizione teologica di tematiche religiose.
Qui la preghiera è grido dell'oppresso. 
Grido che rimbalzando dalla terra squarcia il cielo.
Grido, qui, ASCOLTATO.

- Ci parla del Nome di Dio: l'IO SONO (v. 14).
Il Nome di Dio. Ebraico: Jahvé o Yahweh nome personale di Dio nell'Antico Testamento.
Un nome che abbraccia, nell'ebraico, le tre dimensioni temporali: io sono - ero - sarò.
Non si tratta quindi di fare speculazioni metafisiche, 
ma di cogliere l'impegno attivo di Dio nella Storia, in un dinamismo che attraverso il tempo.
Attraversa il tempo e raggiunge gli spazi più impensati, quelli più aridi (il deserto!)
e non c'è bisogno di luoghi particolari, 
infatti, ogni luogo è sotto la signoria di Dio.

Gesù nell'Evangelo secondo Giovanni
definisce se stesso "Io sono ..." con queste affermazioni:
"via, verità e vita", "buon pastore", "luce del mondo", "pane di vita".

Questa è dolce musica per la fede




 

Theologica
Terence E. Fretheim

    Dio sceglie come luogo della rivelazione una montagna nel deserto
chiamata Horeb («terra desolata»). L’incontro fra Mosè e Dio avviene molto distante dalle luci e dai suoni della comunità religiosa. Non c’è alcun tempio nelle vicinanze dove egli avrebbe potuto aspettarsi una teofania, nessun segno sulla sacralità del luogo. Diversamente dal proprietario del gregge, Mosè non è né sacerdote, né profeta; questo è per lui uno spostamento ordinario, quotidiano, senza alcuna motivazione «religiosa». La localizzazione è nel deserto e la vocazione di Mosè è del tutto mondana (vedi Gen. 46,34; Num. 27,17; Sal. 78,70-71). Eppure, questa non sarebbe stata l’ultima volta che Dio appare in un deserto con un annuncio di pace e di benevolenza. Non sarebbe stata l’ultima volta che Dio sceglie una localizzazione non tradizionale e non religiosa per far risuonare la sua voce.


tratto da:
- Terence E. Fretheim
Esodo
Edizione italiana a cura di Teresa Franzosi
(Strumenti 19 Commentari), Claudiana Editrice, Torino, 2004, 77.