sabato 26 marzo 2016

la Lumière - Domenica 27 marzo 2016 - PASQUA DI RISURREZIONE



foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito

Domenica 27 marzo 2016
- PASQUA DI RISURREZIONE -
BIBLICA

Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 20,1-18
1 Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. 
2 Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo».
3 Pietro e l'altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. 
4 I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; 
5 e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. 
6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, 
7 e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. 
8 Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. 
9 Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. 
10 I discepoli dunque se ne tornarono a casa.

11 Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, 
12 ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù. 
13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto». 
14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 
15 Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: «Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove l'hai deposto, e io lo prenderò». 
16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» 
17 Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli, e di' loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"». 
18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.



Theologica I.
Robert KYSAR
Maria di Magdala è l’ultima donna a presentarsi sulla scena giovannea e il meglio viene appunto riservato per la fine.

Se il lettore non ha ancora colto il quadro, l’evangelista glielo dipinge a tinte forti in questo paradigma femminile della fede. 
In Maria sono presenti tutte le caratteristiche dei fedeli credenti.

Mentre ricopre un ruolo di supporto nella prima scena culminante, Maria di Magdala è la protagonista del ruolo più importante assegnato ad una donna nell’intera narrazione.

Ella arriva alla tomba che crede che conservi il corpo di Gesù per esprimergli il suo affetto ma, scoprendola vuota, non può trattenere le lacrime. 
La sua devozione e il suo amore ci fanno pensare a Maria di Betania; quando il Cristo risorto le appare, lo riceve con gioia, richiamandoci la ricettività di Marta. 
Il suo ruolo è valorizzato ancor più quando Gesù le chiede di andare e dare l’annuncio della sua risurrezione agli altri discepoli. Maria immediatamente va e adempie esattamente quanto le è stato chiesto, riportandoci alla mente l’immagine della testimonianza della donna samaritana.

Devozione, amore, ricettività e testimonianza: queste sono le caratteristiche del discepolato, tutte presenti in una figura femminile.

    Maria di Magdala è la personificazione di tutto quello che significa essere un discepolo. Ma è anche qualcosa di più: ricopre un ruolo preminente in quanto prima testimone della tomba vuota, prima testimone del Cristo risorto e prima ad annunciare l’evangelo della risurrezione. Come Raymond E. Brown ha indicato, Maria di Magdala è la prima donna apostolo, infatti rende testimonianza al Cristo risorto e viene inviata per annunciare la risurrezione: è una apostolo inviato agli apostoli, («apostola degli apostoli», R.E. Brown, La comunità del discepolo prediletto, Cittadella editrice, Assisi, 1982, 225). "


tratto da: - Robert Kysar, Giovanni. Il Vangelo indomabile Traduzione di Domenico Tomasetto. Revisione di Stefano Frache («Piccola collana moderna» Serie biblica n. 84), 
Claudiana Editrice, Torino, 2000, 233.


Theologica II.

 Elisabeth MOLTMANN-WENDEL

"  Paolo non è a conoscenza di alcuna apparizione del Risorto alle donne, ma alcuni accenni nel vangelo di Giovanni, che Gesù chiami Maria Maddalena per 'nome' e che essa sia quindi da annoverare tra i 'suoi' ed appartenga quindi alle pecorelle che ascoltano la sua voce (Gv 10,3-5; 13,1; 20,16), fanno persino pensare che abbia partecipato all'ultima Cena.   "
tratto da: - Elisabeth Moltmann-Wendel, Le donne che Gesù incontrò  
Traduzione dal tedesco di Anna Gelosia e Rossana Kaminskij-Paniccia
Edizione italiana a cura di Maria Cristina Bartolomei
(Nuovi Saggi Queriniana 51), Editrice Queriniana, Brescia, 1989, 85.



BRICIOLE DI FEDE

PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE  
Maurizio ABBÀ

- mentre era ancora buio  nella vita a volte occorre agire anche quando le condizioni non sono tra le più agevoli, questo a volte accade...;

- pietra tolta dal sepolcro  ... accade anche che ciò che pare essere un ostacolo insormontabile non ci sia più, questo ci sorprende con una punta di paura... la morte non è al suo posto, la morte non c'è più ma noi, con Miryam la Maddalena siamo in ansia, siamo talmente abituati al posizionamento della morte, ai suoi sepolcri;


- le fasce uno dei due discepoli che giunge di corsa al sepolcro poi si china vede le fasce, cioè vede quello che fasciava il corpo di Gesù, ma il corpo di Gesù non c'è più; le fasce da una parte ed il sudario da un'altra parte, non c'è il disordine della morte, è tutto a posto, ordinato, ripiegato, la morte è, come dire, 'spiazzata', la sua routine inesorabile è spezzata. Lo s'imparerà poi che spezzata una volta spezzata per sempre. La risurrezione di Lazzaro (Giovanni 11) era stata 'provvisoria', ora la risurrezione di Gesù è per l'eternità, primizia delle nostre risurrezioni. Ma gli apostoli non capivano ancora. Pasqua è Pasqua, ma ci vuole tempo per capirne la portata, non si possono biasimare i discepoli, Pasqua è sconvolgente, gradevolmente sconvolgente, ma all'inizio è sconvolgente e basta;

- due angeli  gli angeli: nella storia delle religioni sono presenti da età antichissima, gli angeli della Bibbia hanno una particolarità sono messaggeri di Dio e sono presenti soltanto nell'incontro con le persone. Non si tratta di fare dottrina e culto sugli angeli al riguardo, nessuna angelologia dunque.  Importante è che, nella Bibbia, l'incontro con l'angelo è un incontro sacro in uno spazio pubblico che diventa sacro in quel momento e solo in quel momento (si veda: - Claus Westermann, 'Angeli', in: Dizionario del Pensiero Protestante, Herder - Morcelliana, Roma - Brescia, 1970, 19-27, in particolare: 25), questo insegnamento è magistrale, ma non è stato sempre ripreso. 
Nel concreto: il sepolcro se diventa il.. Santo Sepolcro.. troppo amore per il Santo Sepolcro ha prodotto le Crociate con tanti morti e tanti altri sepolcri;

- piangere  i due discepoli tornano a casa, la discepola piange. Effettivamente paiono le due uniche possibilità: si torna a casa con la sconfitta ancora più amara in tasca oppure si piange, è comprensibile. Chi è che non avrebbe fatto così?

- Chi cerchi? La differenza sta nelle domanda e poi nell'affermazione che Gesù rivolge a Miryam la Maddalena. Ricordiamo che tra i significati del nome Miryam troviamo: 'amara', 'addolorata'. L'amarezza della perdita del suo Maestro, il dolore del distacco traumatico, tragico. Non può neppure piangere la salma. La domanda di Gesù inizia come quella degli angeli: "Donna, perché piangi?", la differenza che suscita interesse in Miryam è l'aggiunta: "Chi cerchi?", lei ancora, inevitabilmente, è racchiusa nel suo dolore, cerca la salma per gli onori funebri; e ora arriva l'affermazione di Gesù che scardina i pensieri bui, non è una formula magica, è, semplicemente, ma davvero tanto semplicemente! La pronuncia del nome della discepola: "Miryam!", sentire la voce del Risorto sarà segno del Regno di Dio che c'incontra e c'interpella personalmente (ma non isolatamente ossia individualmente ma non individualisticamente, insomma sarà per una notizia da offrire, da condividere!).

- Rabbunì Maestro! Il Maestro è stato ritrovato. L'avventura di fede ricomincia!


- Non trattenermi  il 'Noli me tangere' dipinto tante volte nella storia dell'arte, tutto subito ci pare incomprensibile, come può Miryam non desiderare l'abbraccio incredibile con il Risorto? Infatti vorrebbe esprimere la gioia per aver ritrovato il suo Maestro ma Gesù la trattiene. 
- Questo però è proprio il sigillo della vera fede, Gesù non vuole sudditi, vuole discepoli liberi, discepoli che non si rinchiudono nei sepolcri tenebrosi ma vivono la vita luminosa.
Gesù Cristo non può essere prigioniero delle nostre teologie, non può essere rinchiuso nei nostri schemi religiosi che ci farebbero tornare nei sepolcri tenebrosi.

- Maria Maddalena: come diceva il biblista cattolico Raymond Edward Brown: 
"apostola degli apostoli"!


L'angolo della preghiera
per non deporre la preghiera in un angolo

di Maurizio Abbà

Frammenti di una Pasqua che pare non arrivare mai.
- C'è l'Avvento del Natale e l'Avvento della Pasqua.
La Pasqua quando arriva, sovente, ha il sapore del Venerdì Santo,  
il sapore di una pasqua crocifissa dal dolore e dalla morte.
Gioia e vita devono prendere il loro posto, in prima fila. 

Frammenti da raccogliere e da mettere insieme.

Pasqua non è mangiare l'agnello o il capretto.
Pasqua invece è: nutrire pensieri, parole ed azioni di sincerità e verità nell'amore. 
Gesù Cristo è l'Agnello immolato, riuscire ad assimilare le sue parole, i suoi insegnamenti, 
rinnovare la sua prassi: questi sono i frammenti significativi della Pasqua!


  

 

venerdì 25 marzo 2016

la Lumière - venerdì 25 marzo 2016 - Venerdì Santo

foglio liturgico e di cultura biblico-teologica
gratuito

venerdì 25 marzo 2016 Venerdì Santo

Theologica
 Jürgen MOLTMANN

 “ La croce non è amata, né può esserlo. E tuttavia soltanto il Crocifisso procura una libertà capace di trasformare il mondo, perché essa non teme più la morte. Come un tempo egli fu considerato scandalo e follia, così anche ai nostri giorni è inattuale porlo come centro della fede cristiana e della teologia. Eppure soltanto questo ricordo inattuale di lui libera gli uomini dal potere esercitato da fatti e leggi del nostro tempo, dalle coercizioni della storia, e li apre ad un futuro che non ripiomba nell’oscurità. Ciò che oggi importa è che la chiesa e la teologia riflettano sul Cristo crocifisso per mostrare al mondo la sua libertà; soltanto così potranno realizzare, in un modo diverso, ciò che presumono di essere: chiesa di Cristo e teologia cristiana.  “ 
(…)
    La critica alla chiesa e alla teologia, giustificata da motivi sociologici, psicologici e ideologici — che abbiamo avuto la fortuna di sperimentare — può essere assunta e radicalizzata soltanto mediante una teologia critica della croce.
(…)
La crisi che la chiesa sta attraversando nella società attuale non deriva soltanto dal suo sforzo di adattamento o dalla sua condizione di ghetto; è la crisi che coinvolge la sua stessa esistenza come chiesa del Cristo crocifisso.
Ogni critica, che realmente la colpisca dall’esterno, è soltanto un sintomo della sua crisi cristologica interiore. “

“ Secondo me la chiesa cristiana e la teologia cristiana riescono rilevanti nella problematica del mondo moderno soltanto quando svelano il «solido nucleo» della propria identità nel Cristo crocifisso e vengono da lui poste in questione assieme alla società in cui vivono. 
 
tratto da: - Jürgen Moltmann,  
Il Dio crocifisso la croce di Cristo,  fondamento e critica della teologia cristiana
traduzione dal tedesco di Dino Pezzetta,
(Biblioteca di Teologia Contemporanea 17), Editrice Queriniana, Brescia, 1982 terza edizione,
7.8.9;




domenica 20 marzo 2016

la Lumière - Domenica 20 marzo 2016

foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito

                                                                 Domenica  20 marzo 2016
                                                               - DOMENICA DELLE PALME
                  Bibbia - Versione Nuova Riveduta
             Salmi 31,14-15a
             14 Ma io confido in te, o SIGNORE;
        io ho detto: «Tu sei il mio Dio».
            15 I miei giorni sono nelle tue mani;



Theologica I.
Walter BRUEGGEMANN
     "  Per chi li studia, i salmi sono uno strano esempio di letteratura sembrano diretti e chiari; non paiono oscuri, tecnici o complicati. Tuttavia, quando sospendiamo il loro studio, siamo consapevoli che perdura un indefinibile fascino. Qualsiasi commento sui salmi è inevitabilmente parziale e provvisorio, 
(...)
ma la ragione del carattere parziale e provvisorio dello studio dei salmi non è dovuto semplicemente a tali limiti, bensì alla loro stessa natura. Vi è più di quanto si possa toccare e intuire. "

tratto da: - Walter Brueggemann, La Spiritualità dei Salmi 
(meditazioni 173), Editrice Queriniana, Brescia, 2004, 5;
Traduzione dall'inglese americano di Maria Sbaffi Girardet. 



Theologica II.
N.T. WRIGHT 
 " (...) 
I salmi, che costituiscono il grande innario nel cuore della Bibbia, sono stati la linfa vitale quotidiana dei cristiani, e naturalmente del popolo ebraico, fin da tempi più antichi. Eppure, in molti ambienti cristiani di oggi, i salmi sono caduti in disuso. Laddove sono ancora utilizzati, sia recitati sia cantati, sono spesso ridotti a pochi versi con la funzione di "riempitivo" fra altre parti della liturgia o del culto.
(...)
    Supponiamo che i salmi fossero andati perduti senza essere mai stati pubblicati in alcuna Bibbia o in altri libri di preghiera. Supponiamo che poi siano stati ritrovati su una pergamena sbiadita ma ancora leggibile, scoperta dagli archeologi nelle sabbie della Giordania o in Egitto.
Che cosa accadrebbe?
Una volta decifrati e tradotti, sarebbero sulla prima pagina di tutti i giornali del mondo.
Una miriade di studiosi delle più svariate discipline ammirerebbe la bellezza e il contenuto di questi antichi canti e poesie di adorazione. 
    I salmi sono tra le più antiche poesie al mondo, e ancora oggi vincono il confronto con qualunque poesia appartenente a qualsivoglia cultura, antica o moderna, proveniente da qualsiasi parte del mondo. 
Sono pieni di forza e di passione, profonda miseria e giubilo sfrenato, tenera sensibilità e potente speranza. Chiunque abbia un cuore aperto a nuove dimensioni dell'esperienza umana, chiunque ami la buona scrittura, chi desideri una finestra sulle luci scintillanti e sugli angoli oscuri dell'animo umano, chiunque sia aperto a una visione più ampia della realtà raccontata con una scrittura impeccabile, dovrebbe reagire alla lettura di queste poesie con la stessa voracità di chi non ha consumato un pasto di qualità da una o due settimane. Tutto qui. "

tratto da: - N.T. Wright, I Salmi perché sono essenziali
(Spiritualità 11), Claudiana editrice, 2015, 7-8;
Traduzione: Daniela Salusso




Theologica III.
Paolo RICCA
[...] 

Così l'onnipotenza, riferita a Dio, non è un titolo onirifico e decorativo o un'iperbole retorica; 

al contrario è il suggello stesso della divinità. 

Un Dio non onnipotente potrebbe essere tante cose, tranne che Dio. 

Ci sarebbe infatti qualcuno più potente di lui, e a questo qualcuno spetterebbe allora di essere considerato Dio.



[...] 

Dio condividendo la nostra debolezza, non ne approfitta per imporsi come extrema ratio, come ultima risorsa quando tutte le altre hanno fallito. E allora ricorriamo a Dio, che però non vuole essere l'ultima risorsa, ma la prima: prima che nella malattia, vuol essere riconosciuto e invocato nella salute; non quando siamo in crisi, ma quando stiamo bene; non nei giorni difficili, ma in quelli felici; non quando siamo deboli, ma quando siamo forti. 

Nella nostra debolezza, Dio non ci dice: «Adesso non puoi più fare a meno di me». No, Dio non ragiona così, non ci prende per il collo (se così si può dire); 

vuole che la fede sia un atto di libertà, non di necessità.



tratto da: - Paolo Ricca, Onnipotenza e Fragilità: attributi dello stesso Dio?

in: A cura di Brunetto Salvarani, 

La fragilità di Dio contrappunti teologici sul terremoto

(Itinerari Collana di spiritualità Dottrina esperienze testimonianze),

EDB Edizioni Dehoniane Bologna, 2013, Bologna, 141-156, qui 142-143.155;
già pubblicato nel post del 29 luglio 2015.



Theologica IV.

James L. MAYS
   "  Tra tutte le espressioni ormai familiari per indicare la fiducia in Dio, ce ne sono due che si trovano unicamente in questa preghiera. (...)
«Nelle tue mani rimetto il mio spirito» (v.5). Poiché nel Vangelo di Luca queste parole sono le ultime mormorate dalle labbra di Gesù prima di spirare (Lc. 23,46) e nel libro degli Atti degli apostoli le ultime parole mormorate dal protomartire Stefano mentre lo lapidavano sono simili a queste (At. 7,59) , attraverso i secoli quell'affermazione di fiducia è stata usata dai credenti quale preghiera di addio alla vita di chi muore nella fede: nel novero di costoro si sono, per esempio, Policarpo, Bernardo di Chiaravalle e Lutero. 
La dichiarazione divenne un'intensa liturgia personale del moribondo per acconsentire, in fiducia, al ritorno del suo spirito al Dio che lo aveva dato.

Tuttavia, in ebraico e nel contesto del Sal. 31 la frase significa, più o meno,  «affido la mia vita al tuo volere sovrano»; è, in sostanza, una confessione esistenziale di massima impotenza, di dipendenza totale, di fiducia illimitata; un modo per dire, nel momento dell'afflizione, «Decidi tu, Dio, ciò che sarà per me; io sono pronto ad accettare la tua decisione». 

L'altra espressione esclusiva del nostro salmo è una variante per dire sostanzialmente la medesima cosa.  «I miei tempi sono in mano tua» (v. 15) non significa che dipende da Dio quanto a lungo vivremo, ma che il nostro destino (le occasioni quando accadono le cose che determinano la nostra vita) è nelle mani di Dio. 
Queste sono affermazioni che appartengono tanto alla vita quanto alla morte. 
In realtà, ci si deve chiedere se esse possono essere pronunciate in verità e sincerità alla fine di un cammino, se non sono state la confessione di fede per tutto il viaggio. 
Messe sulle labbra di Gesù, quelle parole rappresentano sicuramente una profonda interpretazione di tutta la sua vita. 
Calvino disse che se una persona non pratica tale fiducia nella provvidenza di Dio nel corso della sua vita, «non ha ancora imparato correttamente che cosa significhi vivere» .  "  

tratto da: James L. Mays, Salmi
Edizione italiana a cura di Franco Ronchi
(Strumenti 50 commentari), Editrice Claudiana, Torino, 2010, 164-165.




BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole 
Maurizio ABBÀ

- Confidare ... in chi? In che cosa?
il dizionario ci porge come risposta alla voce 'confidare' i seguenti possibili significati:
nella propria stella, nelle proprie capacità, nel tempo, nella clemenza dei giudici;
- nella propria stella: ma chi si affida all'astrologia resta presto deluso, l'umanità non può essere comodamente suddivisa in sole 12 parti distinte, la situazione è, come dire, più complessa. Miliardi di volte più complessa, ogni individuo è particolare, ogni persona è speciale. Non ci sono stelle che tengano. 
Se sapremo attingere alle nostre risorse interiori più profonde, più vere, più autentiche allora arriveremo a toccar le stelle e forse anche più su, cioè a confidare: 
- nelle proprie capacità, altro possibile significato, ritrovare l'autostima anche per poter stimare gli altri, senza dimenticare il coraggio di saper chiedere aiuto;
- nel tempo, può essere un semplice aspettare condizioni meteo favorevoli (le condizioni del tempo favorevoli per gli uni potrebbero però essere sfavorevoli per altri), oppure  
nel tempo, questa dimensione che ci sfugge, che scivola via, il tempo che ci accompagna e, al contempo, ci supera, una dimensione che ci proietta al Passato, la nostra Memoria, con i ricordi (anche olfattivi!) e poi il Futuro che non sappiamo, in cui speriamo e, al contempo, ci preoccupa, a volte ci spaventa, a volte invece lo attendiamo radioso e ci dà impulso a vivere. 
E poi c'è il Presente: dipende da noi se il nostro presente ripiegato e prigioniero del passato e disperso nel futuro oppure se se è agile e libero nell'attualità;
- nella clemenza dei giudici  questa possibilità del confidare ci chiede, fra l'altro, quando siamo noi i 'giudici' degli altri siamo clementi e misericordiosi? E sappiamo esserlo con noi stessi? 
Non si tratta di auto-assoluzione ma di cercare di buttare fuori i veleni che corrodono senza riversarli su gli altri, in una parola: non avvelenare le relazioni neppure la relazione con noi stessi.

- Confidare: in Dio, altro possibile significato alla voce 'confidare' del dizionario Treccani, su internet, ci porge il 'confidare in Dio' come primo significato di 'confidare'. 
Ma davvero per prima cosa confidiamo in Dio?

- Dio è onnipotente? Sì, attenzione però non è l'onnipotenza dell'uomo ingigantita al quadrato, su questo occorre riflettere, spiritualmente: occorre meditarci su.

- Dio è fragile? La fragilità è uno dei dati che la Domenica delle Palme ci lascia, come dire, in eredità, Gesù è celebrato dalle folle e poco dopo sarà processato e condannato, (una parte) della folla prima celebrante poi gli sarà avversa, mortalmente avversa. Gesù sarà crocifisso dal potere romano come un malfattore.    

Dio è fragile? Sì perché è Dio. 
Se fosse un idolo non sarebbe accaduto, l'idolo non è mai messo in questione.
L'idolo è il non-Dio.
L'idolo è muto quindi rimanda i desideri al mittente senza una critica costruttiva, senza empatia, senza fede,
ma con: adulazione distruttiva, indifferenza, superstizione, in quanto l'idolo è un manufatto dell'uomo, l'idolo non è Dio (come ci ricordano, tra gli altri, i profeti biblici Isaia e Geremia).
  
Una sana e feconda dialettica tra onnipotenza e fragilità.
Solo Dio è onnipotente e questo ci libera dalla presunzione di essere noi dio e ci aiuta anche a non confidare in altri dèi. 
Liberi quindi da sudditanze anche dalle sudditanze ai fantasmi delle nostre paure ed angosce.
Il riconoscimento dei nostri limiti è la nostra fragilità, riconoscere questo è una grande conquista e, tutto sommato, una vera liberazione dalle nostre pretese impossibili che ci opprimono. 
Solo Dio è Dio
 
Su questa base, al contempo solida e fragile, ecco la 'forte rocca' 
(espressione di fede tratta, com'è noto, dal Salmo 46 e ripresa da Lutero nel suo celebre inno), una fede delicata e fiorente perché costruttiva.
Una fede, per utilizzare un termine coniato recentemente, petalosa.

- I nostri giorni sono allora in mani sicure quelle del Dio d'Israele-Dio di Gesù Cristo
è il nostro tempo quindi non sciupiamolo.