domenica 28 febbraio 2016

la Lumière - Domenica 28 febbraio 2016

foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito

                                                                 Domenica  28 febbraio 2016
                                                    - 3a DEL TEMPO DI PASSIONE- OCULI
I miei occhi sono sempre rivolti al Signore - Salmi 25,15
Evangelo di Gesù Cristo secondo Luca 13,6-9
Bibbia - Versione Nuova Riveduta

6 Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò.

7 Disse dunque al vignaiuolo: "Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercare frutto da questo fico, e non ne trovo; taglialo; perché sta lì a sfruttare il terreno?"

8 Ma l'altro gli rispose: "Signore, lascialo ancora quest'anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime.

9 Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai"».



 Theologica I.
 John R. DONAHUE
" Che cos'è una parabola?
Nella Bibbia le affermazioni riguardanti di Dio e gli interventi di Dio nel mondo sono formulate in un linguaggio per immagini che si snoda secondo le cadenze ritmiche della poesia ebraica. Dio è non soltanto potente ma colui che «fa morire e fa vivere; fa scendere alla sheol e fa risalire» (I Sam. 2,6). Egli non solo libera un popolo, ma lo fa uscire da una casa di schiavitù «con mano potente e braccio teso» (Deut. 5,15). La Bibbia ebraica immagina un Dio che getta le fondamenta della terra e chiude il mare tra porte (Giob. 38,4.8), che si mette alla ricerca di un popolo infedele spinto dal desiderio dell'amante respinto (Os. 2) e lo ricorda con l'amore di una madre (Is. 49,14-15). 
Il Dio biblico parla per immagini che toccano le profondità nascoste dell'esperienza umana e ricoprono tutta la varietà delle emozioni umane. La letteratura biblica non prova imbarazzo per questa profusione di immagini, che non sempre si possono facilmente conciliare tra loro.
    Gesù di Nazaret è sia erede di questa tradizione sia fonte di una tradizione nuova; non solo mette in guardia i discepoli dalle insidie che la sua sequela comporta, ma anche afferma che «se il sale perde la sua salinità, in che modo gli darete sapore?» (Mc. 9,50). Pur non rientrando nel genere poetico secondo i canoni occidentali più recenti, i discorsi di Gesù mostrano tratti tipici della poesia ebraica
(...)
Con la sua concretezza il linguaggio di Gesù cattura la nostra attenzione, con le sue cadenze ritmiche risuona nei nostri ricordi e con i suoi arcani ed enigmi ci impegna nel tentativo di comprenderlo.  "



tratto da: - John R. Donahue, Il vangelo in parabola
Metafora, racconto e teologia nei vangeli sinottici
(Introduzione allo studio della Bibbia Supplementi 69),
Paideia Editrice, Brescia, 2016, 13-14, (passi scelti), traduzione di Alessia Piana.



  
Theologica II.
Eberhard JÜNGEL
Il discorso della pazienza di Dio ci conduce a porre ancora di più l’accento, puntualizzando e precisando, in quale senso il Creatore e il Redentore del mondo sia un Dio appassionato. 
Dio è paziente – non quantunque – ma perché è appassionato.

(…)

la pazienza di Dio altro non è che il lungo respiro della sua passione.

(…) 
Il Dio paziente è un Dio che parla.

   Parlando, Egli si prende tempo, e parlando Egli assicura il tempo, che all’uomo abbisogna per adattarsi a Dio, e ciò significa sempre anche certamente: per disporsi profondamente in un altro modo. Parlando, Egli segue la sua creatura, per redimerla. Nel nome di Cristo, l’apostolo prega: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20), cosicché il Dio paziente appare qui perfino come il Dio che prega. Più chiaramente non si può esprimere quanto Dio sia paziente. Ma anche più chiaramente non si può annunciare quanto la pazienza divina persegua la sua meta. L’urgenza della preghiera deve essere grande, se essa è pronunciata in nome di Cristo, e  perciò di Dio. La rappresentazione, sommamente urtante non solo per il mondo antico, del Dio che prega, lascia riconoscere che la pazienza divina non tralascia alcuna possibilità della parola per raggiungere il suo fine. Al fanatico religioso piacerebbe di più, secondo la prassi «Si sono scambiate abbastanza parole», voler vedere finalmente delle azioni, delle azioni di forza da parte di Dio.

(…) La vittoria dell’amore

   La Bibbia da parte sua annuncia invero simili azioni di forza per la fine dei tempi: scompariranno cielo e terra. Queste sono immagini apocalittiche che ci atterriscono, che vengono gettate all’orizzonte di un mondo che trova la sua fine.

Certo lo si può interpretare nel senso che allora anche la pazienza divina ha una fine. Noi siamo però meglio informati se vediamo quegli annunci nel senso che essi si volgono ad attendere un nuovo cielo e una nuova terra, e quindi vogliono inculcare non la fine, bensì il fine della pazienza divina: cioè la vittoria dell’amore, il cui fuoco poi in effetti brucerà – ma non per distruggere, bensì per purificare e trasformare ciò che necessita di purificazione e trasformazione mediante la forza dell’amore. Così come certo anche in ogni cuore umano, nel quale la pazienza dell’amore di Dio già adesso raggiunge la sua meta, s’accende il fuoco dell’amore che arde, purifica e trasforma e che ora aspetta dall’uomo il lungo respiro della passione, che merita di essere chiamato pazienza, pazienza colma d’amore. "



tratto da: - Eberhard Jüngel, Pazienza di Dio – Pazienza dell’Amore 
in: Eberhard Jüngel – Karl Rahner, La pazienza di Dio e dell’uomo

(Il pellicano), Editrice Morcelliana, Brescia, 1985, 11-12.34-35, traduzione di Orlando Boldi.



Theologica III.
Gabriella CARAMORE
“ (…) Ecco allora che, in un’epoca dominata da fretta e impazienza, sarà forse possibile rinvenire – e anche creare – spazi pazienti per provare a stare al mondo. Forse sarà possibile scoprire che la pazienza, sparita dall’orizzonte contemporaneo come qualità del tempo, la si potrà trovare, trasformata, in una qualità della relazione tra gli esseri umani, a cui si potrà dare il nome di «cura». Intendendo, con ciò, un dinamismo pensoso, ma sgombro di veleni; una dialettica quieta, ma non passiva; un movimento attivo della presenza capace di trasformazione. 
Dove «pazienza» e «impazienza» entrano in un contrasto talora fecondo, incalzandosi a vicenda correggendosi, fronteggiandosi.  “


tratto da: - Gabriella Caramore, Pazienza  
(Parole controtempo) editrice il Mulino, Bologna, 2014, 18.







" C'è un lato attivo della pazienza: il senso dell'attesa, della costruzione di futuro, di una fattiva speranza. Il bambino che cresce ha bisogno di tempo, e dunque di pazienza. Ne hanno bisogno coloro che si amano, per custodire il loro sentimento. Ne ha bisogno l'albero, che aspetta la primavera e l'estate per i fiori e i frutti. Quanto noi possiamo fare è creare un ambiente favorevole a questa crescita paziente, grazie alla cura che poniamo verso l'altro e nelle cose in cui siamo impegnati. In questo modo si rovescia anche l'idea di pazienza come regno del privato, del piccolo sé; e grazie alla cura dell'altro si attribuisce a quel termine tutto il suo valore spirituale, etico, civile, politico. "



tratto da: - Gabriella Caramore, La pazienza

(Confronti) Monastero di Bose, Magnano (BI), CDaudio, 23 novembre 2014, (dalla IV di copertina). 






 
 



BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE
Maurizio ABBÀ

La parabola, lucana, del fico: breve e intensa nella sua, multiforme, radicalità misericordiosa.
Il 'tale' al vignaiolo dice, riferito al fico: "taglialo" (v. 7),
il vignaiolo intende porgere ancora delle cure e sposta ad un eventuale futuro il gesto di tagliare il fico: e si rivolge al proprietario (il 'tale'), e gli dice: "lo taglierai" (v. 9),
- è da notare che se il taglio risulta, o dovesse risultare in futuro, da considerarsi inevitabile, nessuno dei due però intende farlo, ora o tra un anno, in prima persona ma chiede che sia l'altro a procedere - .
Nel frattempo c'è tempo, c'è ancora tempo, il tempo del prendersi cura (v. 8), quanto più siamo convinti dell'impegno in questo periodo tanto più ci sarà possibilità di tornare a porgere frutti. 
- Nel frattempo è richiesta vigilanza, e cura, appunto. 
Per iniziare a portare frutto.
Ci vuole dunque pazienza. Pazienza che diventa determinazione creativa.

Il seguente passo lucano è in feconda (fruttuosa!) tensione con la parabola del fico:

Luca 3,9: " Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. "

Giovanni il Battista nella sua predicazione ammoniva sull'urgenza della conversione, che non può essere minimizzata e dall'altra la parabola del fico, raccontata da Gesù, procede in parte in quella direzione e, al contempo, con energia porge ancora la possibilità del tempo per la salvezza, non per attardarsi, ma per una Buona Notizia incisiva e decisiva, la Buona Notizia salvifica. 
La Buona Notizia è che Dio è Amore, Dio non è guerra.
L'idolo bellicoso dei fondamentalisti religiosi vuole la fine tragica di tutto e di tutti;
Dio invece vuole indicarci il fine di una misericordia radicale, un orizzonte nuovo dove poter abitare, dove poter vivere insieme.
Per questo: occorre zappare intorno, mettere del concime: Luca 13,9, per superare ogni tipo di rassegnazione, per non cadere nel fatalismo, per evitare il: ... era destino ..., no non è destino, Dio ci chiama a libertà e a vita. La vita: quella degli altri e la nostra, la vita del Suo creato.
Prendiamoci il tempo necessario per questo, anche il tempo per noi stessi per poter ripartire - pazientemente e con slancio! - .  
Nell'ambito dell'anno liturgico questa Domenica è denominata: Oculi "I miei occhi sono sempre rivolti al Signore", Salmi 25,15, la pazienza di Dio ci offre in dono uno sguardo diverso, uno sguardo paziente: attento e profondo per poter essere di aiuto, per provare empatia, è una sensibilità nuova dal sapore antico, ed è gratuita.
- La pazienza di Dio è Dio che prega.  
Sì, Dio Padre Figlio Spirito Santo prega per noi.
Allora Buona Notizia a tutti e Buona Vera Pazienza a tutti.

 

 


domenica 21 febbraio 2016

la Lumière - Domenica 21 febbraio 2016

foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito

                                                                 Domenica  21 febbraio 2016
                                                    - 2a DEL TEMPO DI PASSIONE -  REMINISCERE
                                                 Ricordati, o Signore, delle tue compassioni - Salmi 25,6
                                                                ROMANI 5,1-11
                                                          Bibbia - Versione Nuova Riveduta

1 Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore,
2 mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; 3 non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, 4 la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. 5 Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato.
6 Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi.
7 Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; 8 Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9 Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira. 10 Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 11 Non solo, ma ci gloriamo anche in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, mediante il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazione.



BRICIOLE DI FEDE

PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE  
Maurizio ABBÀ

Giustificati dunque per fede è uno dei cardini della Riforma Protestante. 
Innanzitutto dovrebbe essere uno dei pilastri della fede cristiana, di ogni credente in Gesù Cristo.

Gloria a Dio non è uno slogan pubblicitario è l'affermazione di voler fiduciosamente affidarsi a Dio.

Afflizione dolori, tormenti, preoccupazioni molto forti, tribolazioni, torti subiti, possono essere tanti e diversi tra loro. Possono avvelenarci l'esistenza Ma non devono prevalere  e occorre allora l'antidoto, ossia il rimedio. L'antidoto è la resilienza: la capacità di autoripararsi dopo un danno. 
Attenzione però: l'autoripararsi non dev'essere frainteso con una forma di isolamento, l'autoripararsi sa ascoltare e sa autoripararsi in maniera sociale cioè insieme.
Pazienza la pazienza è arte dell'attesa, ma non attesa infinita, la pazienza sa far scaturire la scintilla del desiderio. Desiderio di cambiamento, desiderio di trasformazione, desiderio di gustare il viaggio e la sua meta, di gustare l'attesa ed il suo compimento.

Speranza è proprio la speranza la scintilla che origina lo slancio determinato così che l'attesa trovi il suo compimento.

Spirito Santo è la sorgente di vita, è la forza pacifica che cambia tutto, che vince le nostre paure e ci porge il coraggio necessario.

Gesù Cristo  è il riferimento di una fede concreta, una fede non superficiale, una fede che, pur nella sua fragilità, sa essere quando occorre robusta, nonostante tutto.
 
Riconciliazione è proprio in Gesù Cristo che riusciamo a comprendere quanto l'amore di Dio sia più grande della nostra piccola fede, questo ci rincuora.
Questi sono gli effetti della giustificazione ottenuta per fede, una fede operosa.

venerdì 19 febbraio 2016

Il magistero di Gesù a tavola

Librarsi 
 domande per sapere risposte per domandare ancora
Recensione di Maurizio Abbà

- Enzo Bianchi
Spezzare il pane 
Gesù a tavola e la sapienza del vivere

(Frontiere Einaudi), Einaudi editore, Torino, 2015, pp. 110.
www.einaudi.it

 
Il riformatore protestante Giovanni Calvino indicava nel pane della Cena del Signore la sua importanza in quanto: nutre, alimenta, ci sostenta è dunque vitale ed è così anche per il corpo di Gesù Cristo: nutrimento, alimento, sostentamento per la nostra vita spirituale. 
- Da una prospettiva diversa, ma non distante, si muove l'importante riflessione di Enzo Bianchi proposta per i tipi dell'editore torinese Einaudi.

“ Sì, c’è un magistero di Gesù a tavola che dobbiamo conoscere, per diventare più umani, per scoprire o riscoprire la sapienza del vivere e del convivere.  “

(Enzo Bianchi, Spezzare il pane, 5).



Su questa solida base, il monaco priore della comunità monastica internazionale di Bose (a Magnano in provincia di Biella) Enzo Bianchi sviluppa in un saggio divulgativo, impegnato criticamente ma di gradevole lettura (non sempre, purtroppo, le due cose sono congiunte in pubblicazioni di questo genere) la tematica del cibo per tutti con sobrietà senza gli sprechi insulto per chi ha fame.
Pane come alimento e pane come ricerca di senso per una vita nutrita di cose vere, autentiche.
Senza banalità ma con una scrittura che richiama memoria e attualizzazione, vicende famigliari giovanili ed una matura in quanto temprata sensibilità biblica




Il tema dell’alimentazione riguarda, evidentemente tutti. Il cibo è messo a tema anche dalla Bibbia, anzi con grande rilievo.

Già la prima pagina biblica, Genesi 1,29-30, si sofferma sulla disposizione divina per l’essere umano e per tutti gli altri animali di un’alimentazione vegetariana. Il che significa, tra l’altro, che, nel disegno divino originario per alimentarsi non è necessario e non è proprio richiesto l’esercizio della violenza (né diretta né per delega).

L’ecologia richiede una riconsiderazione profonda del nostro stile di vita, evitando gli sprechi alimentari insulto a chi ha fame.



Ardite, decisamente ardite, ma dinamicamente appropriate sono le seguenti affermazioni di Enzo Bianchi che delineano un filo rosso davvero sorprendente per l’impatto che potrebbero avere nella ricerca e nell’affermazione, sacrosanta, della giustizia sociale:



Omnia sunt communia questa affermazione, che risale ai padri della Chiesa, è stata la bandiera della rivoluzione di Thomas Müntzer (1489-1525), la «rivoluzione dei contadini». Dal ’68 in poi appare come segno scritto lasciato da manifestanti che protestano, com’è accaduto a Milano, in occasione dell’inaugurazione di Expo 2015. Si può essere sorpresi dalla carente predicazione ecclesiastica degli ultimi decenni, soprattutto in Italia e nei Paesi a più alto reddito: una predicazione muta sui temi della giustizia e dell’equità, ma in verità noi troviamo questa affermazione nella costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II:



     Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità […] L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni […] Il concilio richiama urgentemente tutti […] affinché  memori della sentenza dei padri: «Da’ da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso» realmente mettano a disposizione e impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi [Gaudium et spes 69]

(Enzo Bianchi, Spezzare il pane, 23-24)





“ (…)  scoprii con grande meraviglia nella Bibbia, di cui ero divenuto un assiduo lettore, che nel tempio di Gerusalemme, luogo di incontro tra Dio e il suo popolo, proprio davanti al Santo dei santi, dove la Shekinah, la Presenza di Dio, aveva il suo trono e il suo sito, c’era una tavola coperta di oro, preziosa e splendente. Una tavola per Dio? Certo, Dio non mangiava, ma in quel modo si testimoniava che ogni tavola può diventare un pasto al quale Dio è presente.

Su questa tavola c’erano deposti «i pani del volto», cioè dodici pani posti l’uno sull’altro in due pile da sei, che venivano mangiati ogni sabato dai sacerdoti. Questi pani stavano dinanzi a Dio, quale unica realtà visibile davanti alla tenda che chiudeva il Santo dei santi, dunque testimoniavano la sua Presenza: non il pane era Dio, né stava al suo posto, ma si mangiava il pane davanti a Dio per aver comunione con lui. Chi andava al tempio e cercava la Presenza di Dio per contemplarla e adorarla, vedeva quei pani, nient’altro che quei pani. ” 

(Enzo Bianchi, Spezzare il pane, 88-89).


 
Il pane, inteso come alimento primario di base, come poterlo porgere a tutti?

I testi biblici degli Evangeli ci narrano di Gesù che invita a condividere quanto si ha, non moltiplicazione ma condivisione!, come nota molto bene Enzo Bianchi (a pagina 70).

Il pane e il companatico.

(Nell’Evangelo secondo Giovanni, il ‘riformatore’ tra i 4 evangeli canonici, il testo, precisamente in Giovanni 6,14 il testo greco ha Opsarion doppio diminutivo di opson (cibo cotto da mangiare col pane); successivamente assunse il significato di «pesce», in particolare «pesce secco e conservato», il termine originario andrebbe tradotto correttamente con: companatico. Si veda: Raymond E. Brown, Giovanni Commento al Vangelo spirituale Cittadella editrice, Assisi, 1979 seconda edizione, 302-303).



La lettura del saggio di Enzo Bianchi, un saggio agile e denso, presenta, a pagina 106, una breve e succosa nota bibliografica Per andare oltre

Intanto possiamo dire che ci sono delle buone basi per ripartire con una riflessione, anche biblico-teologica, che diventi concretamente un ausilio.
Pane per nutrirsi, pane per gustare l'arte, la cultura, il pane e il companatico.

Mi torna in mente il detto:
il pane e le rose non è uno slogan, è anche la possibilità di sbarcare sul pianeta della lettura:
molti libri sono tra queste "rose" e, qualche volta, sono anche "pane". Grazie.

Maurizio Abbà






domenica 14 febbraio 2016

la Lumière - Domenica 7 e Domenica 14 febbraio 2016

foglio liturgico e di cultura biblica-teologica

gratuito

Domenica 14 febbraio 2016
- 1a DEL TEMPO DI PASSIONE -  INVOCAVIT 
Egli mi invocherà, e io gli risponderò Salmi 91,15
 Evangelo di Gesù Cristo secondo Luca 4,1-13
(Bibbia - Versione Nuova Riveduta)
1 Gesù, pieno di Spirito Santo, ritornò dal Giordano, e fu condotto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni, dove era tentato dal diavolo. 
2 Durante quei giorni non mangiò nulla; e quando furono trascorsi, ebbe fame. 
3 Il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane». 
4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo"».
5 Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un attimo tutti i regni del mondo e gli disse:

6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni; perché essa mi è stata data, e la do a chi voglio. 
7 Se dunque tu ti prostri ad adorarmi, sarà tutta tua». 
8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: "Adora il Signore, il tuo Dio, e a lui solo rendi il tuo culto"».9 Allora lo portò a Gerusalemme e lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; 
10 perché sta scritto:
"Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, di proteggerti"  
11 e "Essi ti porteranno sulle mani,
perché tu non urti col piede contro una pietra"».
12 Gesù gli rispose: «È stato detto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
13 Allora il diavolo, dopo aver finito ogni tentazione, si allontanò da lui fino a un momento determinato.




Theologica. 
Giulio OSTO
   " Uno dei commenti più geniali al racconto delle tentazioni di Gesù è la grande messa in scena letteraria della Leggenda del Grande Inquisitore presente ne I fratelli Karamazov di F.M. Dostoevskij.
Immaginando il ritorno di Cristo, la sua cattura come eretico e il dialogo processuale con l'inquisitore, quest'ultimo elabora tutta la sua accusa rimodellando il brano delle tentazioni. Gesù viene condannato dall'inquisitore perché ha scelto di lasciare liberi gli uomini, destinandoli quindi (secondo lui) a una possibile rovina. Il testo evangelico mette con determinazione al centro della scena il conflitto tra la libertà dell'uomo e l'esercizio del potere, tra una religione che ha il potere di promuovere la libertà delle persone e il potere di una religione che invece vuole solo dominare. "

tratto da: - Giulio Osto, Servizio della Parola strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee  
n. 475 Anno XLVIII - febbraio/marzo 2016, 10 febbraio/26 marzo,  Editrice Queriniana, Brescia, 80.



BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole
  Maurizio ABBÀ 
Qui Gesù Cristo non compie miracoli, questo è un insegnamento davvero 'miracoloso': possiamo farcela anche noi, sì proprio noi che non siamo in grado di fare 'segni potenti in parole ed opere'. 
Questo è l'incoraggiamento: si può, si deve, resistere al 'male', anche quando si traveste, apparentemente, da 'bene', anche se cita, distorcendola, la Bibbia.

Si può, si deve, resistere alle tentazioni:
- si può, si deve, resistere,
- si può, si deve, resistere al veleno del potere
- si può, si deve, resistere ad una religiosità che vuole ostentare forza.

Gesù Cristo invece ha insegnato, praticandola, la fede concreta nel Regno di Dio che c'incontra.


L'angolo della preghiera
per non deporre la preghiera in un angolo 

La tua missione non è ancora cominciata
e tu, Gesù, sei subito sottomesso alla prova.
Hai scelto di essere il testimone fedele,
colui che rende visibile l'amore di Dio
nella carne di un uomo povero e mite.
Ed ecco arrivare subito il momento della tentazione.
Il diavolo non perde tempo!

E ti sottopone in modo subdolo
a proposte accattivanti,
che ti porterebbero lontano
dalla volontà del Padre.
Se sei Figlio di Dio devi avvalerti
delle enormi possibilità
che hai a disposizione...

Perché soffrire la fame e la sete
come un comune mortale
dal momento che puoi trarti d'impaccio
con un miracolo strepitoso!
Perché rinunciare a sorprendere
con qualche gesto straordinario
che obblighi tutti a credere
e quindi abbatta ogni avversario?
E perché ostinarsi ad annunciare il messaggio che dà speranza
senza utilizzare mezzi e strumenti
che assicurano il consenso,
senza usare "a fin di bene"
i molteplici mezzi a disposizione?

Ma proprio perché sei Figlio di Dio,
tu ti fidi totalmente del Padre 
e quindi accetti di essere
il Messia disarmato che porta il suo amore. 

tratto da: - La Preghiera di Roberto Laurita
Servizio della Parola strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee
n. 475 Anno XLVIII - febbraio/marzo 2016, 10 febbraio/26 marzo,
Editrice Queriniana, Brescia, 84. 




la Lumière - Domenica 7 febbraio 2016

foglio liturgico e di cultura biblica-teologica

gratuito
Domenica 7 febbraio 2016
- ESTO MIHI  Sii per me una forte rocca! - Salmi 31,2
(Bibbia - Versione Nuova Riveduta)
Salmi 31,2
Porgi a me il tuo orecchio;
affrèttati a liberarmi;
sii per me una forte rocca, una fortezza dove tu mi porti in salvo.







BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE  

Maurizio ABBÀ 
Essere ascoltati, vuol dire essere considerati, sempre.
La preghiera, lo sappiamo, è risorsa.
La preghiera nutre la fede, la fede rivitalizza la preghiera, 
è vicendevole.
Quando la preghiera è invocazione? - Quando la preghiera sa a chi affidarsi.
Affidarsi oltre ogni dubbio, affidarsi superando le incertezze, affidarsi vincendo così le paure.
Essere ascoltati vuol dire anche essere liberati dall'isolamento e anche dall'auto-isolamento in cui, a volte, ci rinchiudiamo da soli, purtroppo.
La fede è fragile ma si affida al Dio d'Israele-Dio di Gesù Cristo: forte rocca. 
Fortezza di libertà e di nonviolenza che reca la salvezza.
- Come al solito c'è tanto da imparare: allora adesso dobbiamo fare i compiti...
Sì dobbiamo fare i compiti diligentemente, non per obbligo ma in quanto discepoli di nostro Signore Gesù Cristo in quanto alunni alla Scuola della Parola liberatrice.
Questa è una scelta, una scelta di fede da fare insieme.