venerdì 19 febbraio 2016

Il magistero di Gesù a tavola

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 domande per sapere risposte per domandare ancora
Recensione di Maurizio Abbà

- Enzo Bianchi
Spezzare il pane 
Gesù a tavola e la sapienza del vivere

(Frontiere Einaudi), Einaudi editore, Torino, 2015, pp. 110.
www.einaudi.it

 
Il riformatore protestante Giovanni Calvino indicava nel pane della Cena del Signore la sua importanza in quanto: nutre, alimenta, ci sostenta è dunque vitale ed è così anche per il corpo di Gesù Cristo: nutrimento, alimento, sostentamento per la nostra vita spirituale. 
- Da una prospettiva diversa, ma non distante, si muove l'importante riflessione di Enzo Bianchi proposta per i tipi dell'editore torinese Einaudi.

“ Sì, c’è un magistero di Gesù a tavola che dobbiamo conoscere, per diventare più umani, per scoprire o riscoprire la sapienza del vivere e del convivere.  “

(Enzo Bianchi, Spezzare il pane, 5).



Su questa solida base, il monaco priore della comunità monastica internazionale di Bose (a Magnano in provincia di Biella) Enzo Bianchi sviluppa in un saggio divulgativo, impegnato criticamente ma di gradevole lettura (non sempre, purtroppo, le due cose sono congiunte in pubblicazioni di questo genere) la tematica del cibo per tutti con sobrietà senza gli sprechi insulto per chi ha fame.
Pane come alimento e pane come ricerca di senso per una vita nutrita di cose vere, autentiche.
Senza banalità ma con una scrittura che richiama memoria e attualizzazione, vicende famigliari giovanili ed una matura in quanto temprata sensibilità biblica




Il tema dell’alimentazione riguarda, evidentemente tutti. Il cibo è messo a tema anche dalla Bibbia, anzi con grande rilievo.

Già la prima pagina biblica, Genesi 1,29-30, si sofferma sulla disposizione divina per l’essere umano e per tutti gli altri animali di un’alimentazione vegetariana. Il che significa, tra l’altro, che, nel disegno divino originario per alimentarsi non è necessario e non è proprio richiesto l’esercizio della violenza (né diretta né per delega).

L’ecologia richiede una riconsiderazione profonda del nostro stile di vita, evitando gli sprechi alimentari insulto a chi ha fame.



Ardite, decisamente ardite, ma dinamicamente appropriate sono le seguenti affermazioni di Enzo Bianchi che delineano un filo rosso davvero sorprendente per l’impatto che potrebbero avere nella ricerca e nell’affermazione, sacrosanta, della giustizia sociale:



Omnia sunt communia questa affermazione, che risale ai padri della Chiesa, è stata la bandiera della rivoluzione di Thomas Müntzer (1489-1525), la «rivoluzione dei contadini». Dal ’68 in poi appare come segno scritto lasciato da manifestanti che protestano, com’è accaduto a Milano, in occasione dell’inaugurazione di Expo 2015. Si può essere sorpresi dalla carente predicazione ecclesiastica degli ultimi decenni, soprattutto in Italia e nei Paesi a più alto reddito: una predicazione muta sui temi della giustizia e dell’equità, ma in verità noi troviamo questa affermazione nella costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II:



     Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità […] L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni […] Il concilio richiama urgentemente tutti […] affinché  memori della sentenza dei padri: «Da’ da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso» realmente mettano a disposizione e impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi [Gaudium et spes 69]

(Enzo Bianchi, Spezzare il pane, 23-24)





“ (…)  scoprii con grande meraviglia nella Bibbia, di cui ero divenuto un assiduo lettore, che nel tempio di Gerusalemme, luogo di incontro tra Dio e il suo popolo, proprio davanti al Santo dei santi, dove la Shekinah, la Presenza di Dio, aveva il suo trono e il suo sito, c’era una tavola coperta di oro, preziosa e splendente. Una tavola per Dio? Certo, Dio non mangiava, ma in quel modo si testimoniava che ogni tavola può diventare un pasto al quale Dio è presente.

Su questa tavola c’erano deposti «i pani del volto», cioè dodici pani posti l’uno sull’altro in due pile da sei, che venivano mangiati ogni sabato dai sacerdoti. Questi pani stavano dinanzi a Dio, quale unica realtà visibile davanti alla tenda che chiudeva il Santo dei santi, dunque testimoniavano la sua Presenza: non il pane era Dio, né stava al suo posto, ma si mangiava il pane davanti a Dio per aver comunione con lui. Chi andava al tempio e cercava la Presenza di Dio per contemplarla e adorarla, vedeva quei pani, nient’altro che quei pani. ” 

(Enzo Bianchi, Spezzare il pane, 88-89).


 
Il pane, inteso come alimento primario di base, come poterlo porgere a tutti?

I testi biblici degli Evangeli ci narrano di Gesù che invita a condividere quanto si ha, non moltiplicazione ma condivisione!, come nota molto bene Enzo Bianchi (a pagina 70).

Il pane e il companatico.

(Nell’Evangelo secondo Giovanni, il ‘riformatore’ tra i 4 evangeli canonici, il testo, precisamente in Giovanni 6,14 il testo greco ha Opsarion doppio diminutivo di opson (cibo cotto da mangiare col pane); successivamente assunse il significato di «pesce», in particolare «pesce secco e conservato», il termine originario andrebbe tradotto correttamente con: companatico. Si veda: Raymond E. Brown, Giovanni Commento al Vangelo spirituale Cittadella editrice, Assisi, 1979 seconda edizione, 302-303).



La lettura del saggio di Enzo Bianchi, un saggio agile e denso, presenta, a pagina 106, una breve e succosa nota bibliografica Per andare oltre

Intanto possiamo dire che ci sono delle buone basi per ripartire con una riflessione, anche biblico-teologica, che diventi concretamente un ausilio.
Pane per nutrirsi, pane per gustare l'arte, la cultura, il pane e il companatico.

Mi torna in mente il detto:
il pane e le rose non è uno slogan, è anche la possibilità di sbarcare sul pianeta della lettura:
molti libri sono tra queste "rose" e, qualche volta, sono anche "pane". Grazie.

Maurizio Abbà