mercoledì 30 settembre 2015

IL CANTO DELLE STAGIONI


IL CANTO DELLE STAGIONI


Gesù è venuto a me come un albero primaverile,
ed io l’ho ricevuto come un albero primaverile,
fragrante fioritura di giovinezza,
fresco e ridente, libero e selvaggio,
recante in sé il verde dell’estate.


Gesù è venuto a me come un albero estivo,
ed io l’ho ricevuto come un albero estivo,
caldo al sole e maestosamente disteso,
modello di crescita attraverso luci ed ombre,
recante in sé il fuoco dell’autunno.


Gesù è venuto a me come un albero autunnale,
ed io l’ho ricevuto come un albero autunnale,
stagione di maturità, vivacemente fiammeggiante
come una torcia nella quiete del giorno che finisce,
recante in sé la selva dell’inverno.


Gesù è venuto a me come un albero invernale,
ed io l’ho ricevuto come un albero invernale,
di fronte alla croce, di fronte alla neve,
di fronte al cammino in cui Lui ed io avanziamo,
portando in sé i germogli della primavera.

Joy Cowley


tratto da:
Comitato italiano per la CEVAA Comunità di Chiese in missione.
Un Sentiero nella Foresta
raccolta di testi di fede, a cura di Renato Coïsson,
Stampato ma non pubblicato, 2006, Torre Pellice (TO), p. 31.

sabato 26 settembre 2015

la Lumière - Domenica 27 settembre 2015


foglio liturgico e di cultura biblica-teologica 
gratuito

Domenica 27 settembre 2015 - 18DOPO PENTECOSTE
BIBLICA    
Evangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,38-50

38 Giovanni gli disse: «Maestro, noi abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato perché non ci seguiva». 39 Ma Gesù disse: «Non glielo vietate, perché non c'è nessuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e subito dopo possa parlar male di me. 40 Chi non è contro di noi, è per noi. 41 Chiunque vi avrà dato da bere un bicchier d'acqua nel nome mio, perché siete di Cristo, in verità vi dico che non perderà la sua ricompensa. 42 «E chiunque avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare.
43 Se la tua mano ti fa cadere in peccato, tagliala; meglio è per te entrare monco nella vita, che avere due mani e andartene nella geenna, nel fuoco inestinguibile, 44 [dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne]. 45 Se il tuo piede ti fa cadere in peccato, taglialo; meglio è per te entrare zoppo nella vita, che avere due piedi ed essere gettato nella geenna, 46 [dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne]. 47 Se l'occhio tuo ti fa cadere in peccato, cavalo; meglio è per te entrare con un occhio solo nel regno di Dio, che avere due occhi ed essere gettato nella geenna, 48 dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne. 49 Poiché ognuno sarà salato con il fuoco. 50 Il sale è buono; ma se il sale diventa insipido, con che gli darete sapore? Abbiate del sale in voi stessi e state in pace gli uni con gli altri».


Theologica I.
Josè Antonio PAGOLA 
Sono amici, non avversari

Nonostante gli sforzi di Gesù per insegnare loro a vivere come lui, al servizio del regno di Dio, rendendo la vita delle persone più umana, degna e felice, i discepoli non riescono a comprendere lo Spirito che lo anima, il suo grande amore per i più bisognosi e l'orientamento profondo della sua vita.
Il racconto di Marco è molto illuminante. I discepoli informano Gesù di un fatto che li ha infastiditi molto. Hanno visto uno sconosciuto che «scacciava i demòni». Sta agendo «in nome di Gesù» e sulla sua stessa linea: si dedica alla liberazione delle persone dal male che impedisce loro di vivere in modo umano e nella pace. Tuttavia, ai discepoli non piace la sua opera di liberazione. Non pensano alla gioia di quelli che sono guariti da quell'uomo. Il suo comportamento pare loro un'intrusione che bisogna far smettere.
Espongono a Gesù la loro reazione: «...volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 
Quell'estraneo non deve continuare a guarire perché non è un membro del gruppo. 
Non sono preoccupati della salute della gente, ma del prestigio del gruppo. 
Pretendono di monopolizzare l'azione di salvezza di Gesù: nessuno deve guarire nel suo nome se non aderisce al gruppo.
Gesù respinge l'atteggiamento dei suoi discepoli e si pone in una logica radicalmente diversa. Lui vede le cose in un altro modo. La prima e più importante delle cose non è la crescita del loro piccolo gruppo, ma che la salvezza di Dio giunga a ogni essere umano, anche per mezzo di persone non appartenenti al gruppo. «Chi non è contro di noi è per noi». Chi rende presente nel mondo la forza di guarigione e di liberazione di Gesù è per il suo gruppo, a suo favore.
Gesù respinge la posizione settaria ed esclusiva dei suoi discepoli, i quali pensano solo al loro prestigio e al loro aumento, e adotta un atteggiamento aperto e inclusivo, in cui la prima cosa è la liberazione dell'essere umano da ciò che lo schiavizza e distrugge. È questo lo Spirito che deve animare sempre i suoi veri seguaci.
Nel mondo, al di fuori della Chiesa cattolica, si trova una quantità innumerevole di uomini e donne che fanno il bene e vivono operando per un'umanità più degna, più giusta e più libera. In loro è vivo lo Spirito di Gesù. Dobbiamo sentirli amici e alleati, non avversari. Non sono contro di noi, poiché sono per l'essere umano, come lo era Gesù.
[...]

I Dodici vogliono esercitare un controllo sull'attività di chi non appartiene al loro gruppo, poiché vedono in lui un rivale. Gesù, che cerca solamente il bene dell'essere umano, vede in lui un alleato e un amico. «Chi non è contro di noi è per noi».
La crisi di cui soffre oggi la Chiesa è un'opportunità affinché noi seguaci di Gesù ricordiamo che il nostro primo compito non è quello di organizzare e sviluppare con successo la nostra religione, ma di essere fermento di un'umanità nuova.
Per questo non dobbiamo essere gelosi, condannando posizioni o iniziative che non coincidono con i nostri desideri o schemi religiosi. Non è molto proprio della Chiesa di Gesù vedere sempre nemici ovunque. Egli ci invita piuttosto a rallegrarci del fatto che persone e istituzioni estranee alla Chiesa stiano operando a favore di uno sviluppo più umano della vita. Sono dei nostri perché lottano per la nostra stessa causa: un essere umano più degno della sua condizione di figlio di Dio.


tratto da: - José Antonio Pagola, La via aperta da Gesù 2 Marco 
Traduzione dallo spagnolo di Fabrizio Iodice, Borla, Roma, 2012, 149-151.





Theologica II.
Gianfranco RAVASI
«Ma non era dei nostri» (Mc 9,38): la tentazione integralistica e settaria è una delle grandi malattie del Cristianesimo anche dei nostri giorni. La tentazione di monopolizzare Dio in un movimento, in una classe, in un gruppo [...] è una degenerazione della fede anche se si illude di conservarne la purezza. 
In realtà essa fa morire la fede per asfissia.  

tratto da: - Gianfranco Ravasi, Celebrare e Vivere la Parola, Commento al lezionario festivo Anni A-B-CÀncora Editrice, Milano, 1997, 468.



Theologica III.
                                                                                               Lamar WILLIAMSON jr     

   L'argomento in discussione è se si debba accogliere benevolmente un profeta carismatico che invoca il nome di Gesù ma non appartiene al gruppo apostolico. Questa situazione era piuttosto frequente nella chiesa primitiva
[…] Il problema, così come viene presentato qui, non è che l'uomo non stesse seguendo Gesù, ma che non stava seguendo i Dodici («non ci seguiva», cioè non seguiva la leadership ufficiale della chiesa). La risposta di Gesù è categorica: «Non glielo vietate». I primi due detti contenenti un «perché» (vv.39b-40) sollecitano misericordia e generosità da parte dei discepoli nei confronti degli estranei al gruppo che invocano il nome di Gesù. Il terzo (v. 41), introdotto da un solenne «In verità vi dico», pronuncia una benedizione su tutti coloro che forniscono aiuto e conforto concreto, come un bicchier d'acqua, a un evangelizzatore in viaggio o a qualunque persona bisognosa che appartenga a Cristo. Il dare e il ricevere che caratterizza i discepoli non devono essere limitati a un gruppo ristretto ed esclusivo, ma estesi a tutti quanti portano il nome di Gesù Cristo.


tratto da: - Lamar Williamson jr, Marco

Edizione italiana a cura di Teresa Franzosi,

(Strumenti 17 - Commentari), Claudiana Editrice, Torino, 2004, 237-238.





Theologica IV.
Daniel MARGUERAT
[…]
Ma prima di cassare l’esorcismo sulla base delle pratiche pre-scientifiche, vale la pena di interrogarsi sull’origine di questa teoria esplicativa. Di dove proviene, e per spiegare che cosa?
Di fronte alla malattia, l’Antichità ha sviluppato due eziologie.
Da un lato, la malattia è considerata come una disfunzione del corpo dovuta all’abbassamento della sua energia vitale; la si chiamava astenia, dal greco asthenia, che significa «debolezza».
La medicina ippocratica, dal nome del grande medico del V secolo a.C., ha potentemente contribuito a questo modello esplicativo.
Contro la malattia-astenia la terapia consiste nel ridare forza e vitalità al malato e a sopprimere l’organo difettoso. La farmacopea popolare conteneva una quantità di prodotti destinati a guarire. 
A questa eziologia corrisponde il miracolo di guarigione, in cui il guaritore carismatico sopprime nell’individuo la mancanza che rovina la sua salute.
L’altra eziologia della malattia si basa sulla credenza animista: demoni e angeli si disputano la condotta del mondo, e gli umani sono presi in questi risucchi. 
Il malfunzionamento del corpo è allora inteso come il risultato della penetrazione di uno spirito malvagio.
Colonizzato, l’individuo è consegnato alla potenza che lo occupa, al punto che non è in lui. La terapia adeguata è un atto attraverso il quale l’esorcista combatte questa potenza occupante e la domina per espellerla dal malato. Gli esorcismi erano praticati sia da personalità carismatiche, come Gesù, sia da maghi. Per questo gli avversari di Gesù, non riconoscendo il suo carisma, lo tacciano di magia:
«Costui  è posseduto da Beelzebùl» e «scaccia i demoni per mezzo del capo dei demòni» (Mc 3,22). Notiamo di passaggio che gli scribi che parlano qui non contestano il successo degli esorcismi di Gesù; essi mettono in dubbio l’origine del suo potere, che attribuiscono al potere del Male.
Nella malattia-possessione, a differenza della malattia-astenia, l’esorcista si trova di fronte al Male radicale. Egli ha di fronte non solo un essere sofferente, ma l’incarnazione stessa del Male che sfigura l’umanità. Ma circolava la credenza che il demonio, che è una potenza spirituale, identificava anche lui gli esseri spirituali. Per questo lo spirito malvagio del malato di Cafarnao grida: «Io so chi tu sei: il santo di Dio!» (Mc 1,24). Egli sa l’origine di Gesù, conosce l’origine del suo potere carismatico e si adira di esservi sottomesso.
Noi non possiamo, oggi, ratificare questa rappresentazione mitologica del mondo. In compenso, i racconti di esorcismo ci lasciano due questioni, una antropologica, l’altra teologica.
La questione antropologica: è vero che l’umano può vedere la sua libertà alienata al punto di non essere più padrone consapevole dei propri atti? È vero che può commettere azioni di cui più tardi dirà «non sapevo quello che facevo»? Se questo quadro clinico è corretto, noi ci troviamo di fronte a una patologia che gli Antichi avevano già colto e spiegato con l’aiuto di una rappresentazione mitologica  della realtà – una patologia di cui ci rendiamo conto oggi con le categorie della psichiatria -.
La questione teologica: è vero che Cristo è in grado di rendere all’individuo una libertà che egli aveva perduto? 
È vero che, di fronte alla parola di Gesù, l’individuo può ritrovare la padronanza delle sue scelte e dei suoi valori?

tratto da: - Daniel Marguerat, Esorcismo la parte oscura dei vangeli«Il mondo della Bibbia Rivista di Cultura Biblica », Rivista bimestrale internazionale, marzo-maggio 2014 n. 2 anno 25°, Editrice Elledici, Torino, 19-24.



Theologica V.
Mariella BOMBARDIERI
Parole chiave del servizio

    Proviamo ad individuare alcune parole chiave che possono aiutarci a connotare la parola "servizio".
1) Creare legami: il servizio è creare legami attraverso lo scambio, la condivisione, l'esperienza  
    della prossimità.
2) Generatività: Il servizio vero genera, crea novità dentro e fuori l'essere umano.
3) Restituzione del dono: Il servizio deve educare alla reciprocità. 
     Per chi riceve è bello poter ricambiare, con le proprie risorse e le proprie capacità.
4) Fiducia: Per mettersi al servizio ci deve essere un'apertura di credito verso l'altro; serve sapersi 
     mettere in gioco cogliendo il buono nella persona che si avvicina. Ciò permette la cooperazione.
5) Speranza: Il servizio vero apre alla speranza come attesa, come augurio, come promessa. 
    La speranza non nasce dal nulla, nasce dall'avere valori che guidano la persona, da relazioni che ti sostengono, da qualcuno che ascolta la tua storia e le dà dignità di parola.
6) Accoglienza: essa è rispetto e non assimilazione; è essere centrati sull'ospite, 
    sulle sue caratteristiche e sulle sue risorse. È non ridurre l'altro a cosa. 


tratto da: - «Servizio della Parola», strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee, n. 469 settembre/ottobre 2015, 30 agosto / 11 ottobre, 
Editrice Queriniana, Brescia, 126. 






BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE  
 Evangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,38-50
                                                                                                                                     Maurizio Abbà
Condanna dell'atteggiamento settario
imparare una fede per : cosa significa? Significa una fede che sa costruire e vuol essere solidale.

Offrire il servizio 
il servizio autentico: una sensibilità che agisce nella concretezza e la concretezza è sensibilità
che si esprime  in gesti molto semplici nella loro quotidianità 
come offrire un bicchiere d'acqua.

Sale 
dare sapore alla vita: quindi alla vita di fede, per una fede concreta e sensibile verso i 'piccoli' nella fede,  qui i 'piccoli' sono coloro che hanno una fede più fragile del solito, una fede più vulnerabile del solito, a volte questa è anche la nostra fede. 
Allora occorre porgere (saper porgere!) e ricevere (saper ricevere!) quei sapori che, nonostante tutto, colorano la vita: questo lo dobbiamo sapere. 
Per trovare pace dentro di noi e con gli altri, la vita è relazione non settaria ma solidale.



L’angolo della preghiera

per non deporre la preghiera in un angolo

Ho sempre fretta, Gesù, una dannata fretta
quando si tratta di giudicare
comportamenti al di fuori
dei miei binari e della mia logica, 
quando si tratta di escludere
chi non è dei miei
chi non porta il mio distintivo,
chi non si comporta a modo mio,
chi esce dai miei schemi etici o religiosi.

Ho sempre bisogno, Gesù, di assicurarmi
l'affermazione delle mie idee,
l'approvazione dei miei progetti,
il raggiungimento degli obiettivi da me prescelti,
a tutto detrimento dei pensieri, 
delle opinioni, degli intendimenti degli altri.
E inevitabilmente mi trovo ad escludere
chi non sta dalla mia parte,
chi non approva il mio operato,
chi non parteggia per le mie decisioni.

Tavolta arrivo addirittura
a motivare ogni cosa
trovando dei puntelli nelle tue parole.

Tu mi chiedi determinazione, sì,
ma in un senso contrario:
mi domandi di mostrare fretta
nel togliere tutto ciò che in me
crea scandalo nei confronti degli altri,
nello sradicare quanto è contrario
al tuo Vangelo, al tuo progetto,
nel fare piazza pulita
di tanti miei atteggiamenti piccini,
di tanti miei sentimenti poco nobili.


La Preghiera, di Roberto Laurita, 

Servizio della Parola strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee, 

n. 469 settembre/ottobre 2015, 30 agosto / 11 ottobre, Editrice Queriniana, Brescia, 152.






sabato 19 settembre 2015

la Lumière - Domenica 20 settembre 2015


foglio liturgico e di cultura biblica-teologica 
gratuito

Domenica 20 settembre 2015 - 17DOPO PENTECOSTE
BIBLICA    
Evangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,30-37

Poi, partiti di là, attraversarono la Galilea; e Gesù non voleva che si sapesse. 
Infatti egli istruiva i suoi discepoli, dicendo loro: «Il Figlio dell'uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l'uccideranno; ma tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà». 
Ma essi non capivano le sue parole e temevano d'interrogarlo.
Giunsero a Capernaum; quando fu in casa, domandò loro: «Di che discorrevate per strada?» 
Essi tacevano, perché per via avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande. 
Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: «Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». 
E preso un bambino, lo mise in mezzo a loro; poi lo prese in braccio e disse loro: 
«Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato».                                             

                                                       Theologica I.

Bas van IERSEL

L'insegnamento di Gesù riguarda la sua esecuzione capitale e la sua risurrezione. Quanto alla scelta delle parole, esso differisce dalla predizione di 8,31, ma il contenuto  è praticamente lo stesso, anche se non c'è menzione della sofferenza, della sua necessità e delle autorità del tempio. 
La reazione dei discepoli è sbagliata come quella di Pietro in 8,32. 
Gesù, come qualsiasi altro maestro, vuole esser capito, ma i discepoli, anziché domandargli che cosa intende dire, rimangono in silenzio.
Il testo non dice perché hanno paura di fargli delle domande, né precisa quali sono le cose che essi non comprendono. Due sono le possibilità: o essi non comprendono affatto il detto, oppure, come in 9,10, non comprendono la parte relativa alla risurrezione. 
Per i lettori cristiani, dell'antica Roma o odierni, ciò non fa differenza. Essi conoscono benissimo ciò di cui Gesù sta parlando e non riescono a immaginare - pure se dubitano della risurrezione - che le parole di Gesù siano difficili da comprendere. 
I lettori non cristiani non avranno difficoltà a comprendere la prima parte del detto, e così tutti i lettori sono consapevoli della tensione provocata dal fatto che essi comprendono molto bene quanto rimane incomprensibile ai discepoli, ma non comprendono che cosa e perché tale linguaggio relativamente semplice rimanga a questi ultimi incomprensibile.

[…]
   Solo a questo punto il narratore informa i lettori che i discepoli avevano discusso la questione di chi fosse il più grande. La formulazione è così vaga e generale che il lettore, ponendosi nella posizione dei discepoli, può pensare a un certo numero di possibili risposte, per esempio, a Mosè, Elia, il Messia o lo stesso Gesù. Ma come risulta dalla reazione di Gesù, la questione non era affatto aperta, ma riguardava specificamente uno dei Dodici. Essa ha lo stesso senso della richiesta che il lettore troverà più avanti in 10,35, ma ai nomi di Giacomo e Giovanni là menzionati dovremmo perlomeno aggiungere il nome di Pietro, che non solo fa parte della ristretta cerchia dei Dodici, ma a volte agisce anche come portavoce di tutto il gruppo. Tutto ciò non viene però specificato nel racconto. 
Diversamente dalla prima predizione di 8,31 e dalla terza di 10,32-34, la seconda di 9,31 non è seguita da qualche nome. E ciò è esattamente quel che dà da pensare al lettore.

9,35. Il fatto che Gesù chiami quindi i Dodici conferma i detti successivi - i quali, presi di per se stessi, sono applicabili a chiunque - riguardano le relazioni all'interno del loro gruppo. La risposta di Gesù al loro silenzio non lascia dubbio che egli abbia messo il dito nella piaga. 

tratto da: - Bas van Iersel, Marco La lettura e la risposta Un commento
Traduzione dall'inglese di Carlo Danna     Edizione italiana a cura di Flavio Dalla Vecchia
(Commentari Biblici), Editrice Queriniana, Brescia, 2000, 279-280.




Theologica II. 
Lamar WILLIAMSON jr.

   Il problema della vera grandezza è alla base della politica e dell'antagonismo fra le nazioni (si pensi all'espressione «le grandi potenze»), delle lotte sociali per la supremazia e il potere economico, degli sport competitivi (si pensi all'espressione «sono il più grande»), dei rapporti tra famiglie e in seno alla famiglia, delle tensioni tra chiese diverse e all'interno delle singole chiese (si pensi a espressioni come «una grande chiesa», «un leader della chiesa di prima grandezza»). 
Gli interpreti che usano la pericope del lezionario 9,30-37 potranno proficuamente focalizzarsi su questa tematica così come viene definita dalle parole di Gesù: 
«Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l'ultimo di tutti e il servitore di tutti» (v. 35).
 Altri particolari àmbiti semantici da approfondire scaturiranno dall'esperienza delle singole comunità. 

Se commisurate ai criteri di Gesù, le aspirazioni di grandezza umane, rispecchiate dai budget delle nazioni, dai programmi delle chiese, da tante conversazioni private, sono eloquentemente descritte dall'Ecclesiaste, che le definisce «un correre dietro al vento» (Eccl. 1,17; 2,11; 4,4; 6,9).
   Una fondamentale convinzione umana è che la grandezza si misuri in termini di potere, sotto forma di forza fisica, coraggio, potenza militare, danaro, fama, o qualunque altra cosa
ci permetta di appagare i nostri desideri o di imporre agli altri la nostra volontà. Noi definiamo il raggiungimento di uno o l'altro di questi obiettivi «successo». Gesù misura la grandezza non in base al successo, ma in base al servizio. Egli si identifica con il bambino, che non è potente, ma vulnerabile.
   Il nostro grado di immersione nei valori del mondo è tale, e tale è la familiarità di queste parole di Gesù, che raramente ne avvertiamo l'incisività e il rigore. Quei primi discepoli li avvertirono così acutamente da restarne ammutoliti.
[…]
E i discepoli, anche non potevano ancora comprenderlo appieno o farlo proprio, ne afferrarono il senso, perché videro in lui la vera grandezza.

tratto da: - Lamar Williamson jr, Marco
Edizione italiana a cura di Teresa Franzosi,
(Strumenti 17 - Commentari), Claudiana Editrice, Torino, 2004, 240-241.





BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE  
                Evangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,30-37
                                                                                                                                     Maurizio Abbà
Tema: per una Fede senza il potere 
     
Poi c'è quasi sempre un poi, anche nei momenti più ostici ci può essere un poi per 
ri-cominciare e per intraprendere nuovi viaggi per dare sapore all'avventura della vita.
Partire anche senza andare tanto lontano, semplicemente per ri-trovarsi, non è semplice, anzi è un percorso impegnativo!
In questo percorso per la fede cristiana deve tornare centrale Gesù Cristo
Il nostro discorrere per Via deve ritrovare le parole che riempiono di contenuti la fede evangelica cioè una fede che porge una Buona Notizia controcorrente, per aprire squarci ad una speranza che per quanto ridotta a brandelli si fa strada, occorrono gli occhi della fede per vederlo. 
Per vedere che la fede autentica si fa strada in mezzo a tante inutili e vane credulonerie.
Si fa strada senza il Potere. 
Si fa strada in quanto fragile, vulnerabile e giocosa, sì giocosa nonostante tutto. Il gioco rettamente inteso: consiste nel togliere importanza alle cose che si reputano grandi e invece non lo sono, e di volgere lo sguardo del cuore a ciò che è ritenuto secondario ed è  davvero di primaria importanza: l'Amore che supera ogni confine e che non ricerca il potere.
La fede allora sarà solida, energica e... sempre giocosa per mettere in crisi ed in questione tutti i Poteri: anche i poteri religiosi, anche i poteri politici, anche i poteri economici.

Senza potere ma con la fede: questa è una storia ancora tutta da scrivere, ma non siamo soli, che dite? Iniziamo a scrivere una pagina di questa Storia? 




L’angolo della preghiera
per non deporre la preghiera in un angolo


È duro, Gesù, rinunciare
alla mia voglia di primeggiare,
al mio bisogno di emergere.
alla mia sete di potere,
di condurre gli altri
per strade da me tracciate,
e accettare la tua logica
che stravolge completamente tutto.

È difficile Gesù, scegliere
il ruolo meno ambito,
il servizio più umile e faticoso,
la missione meno gloriosa
e accettare il posto degli ultimi,
dove non arriva la luce dei riflettori,
né la segnalazione ad onorificenze.

Eppure, Gesù, è questa la logica
che ha guidato tutta la tua vita:
ti sei fatto piccolo e povero,
hai donato attenzione e importanza
ai sofferenti, ai peccatori, agli emarginati,
non hai cercato il favore dei potenti,
il sostegno di quelli che contano.

Proprio per questo sei stato rifiutato,
calunniato e calpestato,
criticato e condannato
e hanno tentato di toglierti di mezzo.
Come ammettere, infatti, che la logica di Dio
sia così contraria alla logica degli uomini?
Come aderire ad una salvezza
che si realizza attraverso la croce,
una pienezza che prevede lo svuotamento,
una gioia che passa per il sacrificio,
una risurrezione che viene dopo una morte straziante.

La Preghiera, di Roberto Laurita, 
Servizio della Parola strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee, 
n. 469 settembre/ottobre 2015, 30 agosto / 11 ottobre, Editrice Queriniana, Brescia, 132.