sabato 19 settembre 2015

la Lumière - Domenica 20 settembre 2015


foglio liturgico e di cultura biblica-teologica 
gratuito

Domenica 20 settembre 2015 - 17DOPO PENTECOSTE
BIBLICA    
Evangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,30-37

Poi, partiti di là, attraversarono la Galilea; e Gesù non voleva che si sapesse. 
Infatti egli istruiva i suoi discepoli, dicendo loro: «Il Figlio dell'uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l'uccideranno; ma tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà». 
Ma essi non capivano le sue parole e temevano d'interrogarlo.
Giunsero a Capernaum; quando fu in casa, domandò loro: «Di che discorrevate per strada?» 
Essi tacevano, perché per via avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande. 
Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: «Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». 
E preso un bambino, lo mise in mezzo a loro; poi lo prese in braccio e disse loro: 
«Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato».                                             

                                                       Theologica I.

Bas van IERSEL

L'insegnamento di Gesù riguarda la sua esecuzione capitale e la sua risurrezione. Quanto alla scelta delle parole, esso differisce dalla predizione di 8,31, ma il contenuto  è praticamente lo stesso, anche se non c'è menzione della sofferenza, della sua necessità e delle autorità del tempio. 
La reazione dei discepoli è sbagliata come quella di Pietro in 8,32. 
Gesù, come qualsiasi altro maestro, vuole esser capito, ma i discepoli, anziché domandargli che cosa intende dire, rimangono in silenzio.
Il testo non dice perché hanno paura di fargli delle domande, né precisa quali sono le cose che essi non comprendono. Due sono le possibilità: o essi non comprendono affatto il detto, oppure, come in 9,10, non comprendono la parte relativa alla risurrezione. 
Per i lettori cristiani, dell'antica Roma o odierni, ciò non fa differenza. Essi conoscono benissimo ciò di cui Gesù sta parlando e non riescono a immaginare - pure se dubitano della risurrezione - che le parole di Gesù siano difficili da comprendere. 
I lettori non cristiani non avranno difficoltà a comprendere la prima parte del detto, e così tutti i lettori sono consapevoli della tensione provocata dal fatto che essi comprendono molto bene quanto rimane incomprensibile ai discepoli, ma non comprendono che cosa e perché tale linguaggio relativamente semplice rimanga a questi ultimi incomprensibile.

[…]
   Solo a questo punto il narratore informa i lettori che i discepoli avevano discusso la questione di chi fosse il più grande. La formulazione è così vaga e generale che il lettore, ponendosi nella posizione dei discepoli, può pensare a un certo numero di possibili risposte, per esempio, a Mosè, Elia, il Messia o lo stesso Gesù. Ma come risulta dalla reazione di Gesù, la questione non era affatto aperta, ma riguardava specificamente uno dei Dodici. Essa ha lo stesso senso della richiesta che il lettore troverà più avanti in 10,35, ma ai nomi di Giacomo e Giovanni là menzionati dovremmo perlomeno aggiungere il nome di Pietro, che non solo fa parte della ristretta cerchia dei Dodici, ma a volte agisce anche come portavoce di tutto il gruppo. Tutto ciò non viene però specificato nel racconto. 
Diversamente dalla prima predizione di 8,31 e dalla terza di 10,32-34, la seconda di 9,31 non è seguita da qualche nome. E ciò è esattamente quel che dà da pensare al lettore.

9,35. Il fatto che Gesù chiami quindi i Dodici conferma i detti successivi - i quali, presi di per se stessi, sono applicabili a chiunque - riguardano le relazioni all'interno del loro gruppo. La risposta di Gesù al loro silenzio non lascia dubbio che egli abbia messo il dito nella piaga. 

tratto da: - Bas van Iersel, Marco La lettura e la risposta Un commento
Traduzione dall'inglese di Carlo Danna     Edizione italiana a cura di Flavio Dalla Vecchia
(Commentari Biblici), Editrice Queriniana, Brescia, 2000, 279-280.




Theologica II. 
Lamar WILLIAMSON jr.

   Il problema della vera grandezza è alla base della politica e dell'antagonismo fra le nazioni (si pensi all'espressione «le grandi potenze»), delle lotte sociali per la supremazia e il potere economico, degli sport competitivi (si pensi all'espressione «sono il più grande»), dei rapporti tra famiglie e in seno alla famiglia, delle tensioni tra chiese diverse e all'interno delle singole chiese (si pensi a espressioni come «una grande chiesa», «un leader della chiesa di prima grandezza»). 
Gli interpreti che usano la pericope del lezionario 9,30-37 potranno proficuamente focalizzarsi su questa tematica così come viene definita dalle parole di Gesù: 
«Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l'ultimo di tutti e il servitore di tutti» (v. 35).
 Altri particolari àmbiti semantici da approfondire scaturiranno dall'esperienza delle singole comunità. 

Se commisurate ai criteri di Gesù, le aspirazioni di grandezza umane, rispecchiate dai budget delle nazioni, dai programmi delle chiese, da tante conversazioni private, sono eloquentemente descritte dall'Ecclesiaste, che le definisce «un correre dietro al vento» (Eccl. 1,17; 2,11; 4,4; 6,9).
   Una fondamentale convinzione umana è che la grandezza si misuri in termini di potere, sotto forma di forza fisica, coraggio, potenza militare, danaro, fama, o qualunque altra cosa
ci permetta di appagare i nostri desideri o di imporre agli altri la nostra volontà. Noi definiamo il raggiungimento di uno o l'altro di questi obiettivi «successo». Gesù misura la grandezza non in base al successo, ma in base al servizio. Egli si identifica con il bambino, che non è potente, ma vulnerabile.
   Il nostro grado di immersione nei valori del mondo è tale, e tale è la familiarità di queste parole di Gesù, che raramente ne avvertiamo l'incisività e il rigore. Quei primi discepoli li avvertirono così acutamente da restarne ammutoliti.
[…]
E i discepoli, anche non potevano ancora comprenderlo appieno o farlo proprio, ne afferrarono il senso, perché videro in lui la vera grandezza.

tratto da: - Lamar Williamson jr, Marco
Edizione italiana a cura di Teresa Franzosi,
(Strumenti 17 - Commentari), Claudiana Editrice, Torino, 2004, 240-241.





BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE  
                Evangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,30-37
                                                                                                                                     Maurizio Abbà
Tema: per una Fede senza il potere 
     
Poi c'è quasi sempre un poi, anche nei momenti più ostici ci può essere un poi per 
ri-cominciare e per intraprendere nuovi viaggi per dare sapore all'avventura della vita.
Partire anche senza andare tanto lontano, semplicemente per ri-trovarsi, non è semplice, anzi è un percorso impegnativo!
In questo percorso per la fede cristiana deve tornare centrale Gesù Cristo
Il nostro discorrere per Via deve ritrovare le parole che riempiono di contenuti la fede evangelica cioè una fede che porge una Buona Notizia controcorrente, per aprire squarci ad una speranza che per quanto ridotta a brandelli si fa strada, occorrono gli occhi della fede per vederlo. 
Per vedere che la fede autentica si fa strada in mezzo a tante inutili e vane credulonerie.
Si fa strada senza il Potere. 
Si fa strada in quanto fragile, vulnerabile e giocosa, sì giocosa nonostante tutto. Il gioco rettamente inteso: consiste nel togliere importanza alle cose che si reputano grandi e invece non lo sono, e di volgere lo sguardo del cuore a ciò che è ritenuto secondario ed è  davvero di primaria importanza: l'Amore che supera ogni confine e che non ricerca il potere.
La fede allora sarà solida, energica e... sempre giocosa per mettere in crisi ed in questione tutti i Poteri: anche i poteri religiosi, anche i poteri politici, anche i poteri economici.

Senza potere ma con la fede: questa è una storia ancora tutta da scrivere, ma non siamo soli, che dite? Iniziamo a scrivere una pagina di questa Storia? 




L’angolo della preghiera
per non deporre la preghiera in un angolo


È duro, Gesù, rinunciare
alla mia voglia di primeggiare,
al mio bisogno di emergere.
alla mia sete di potere,
di condurre gli altri
per strade da me tracciate,
e accettare la tua logica
che stravolge completamente tutto.

È difficile Gesù, scegliere
il ruolo meno ambito,
il servizio più umile e faticoso,
la missione meno gloriosa
e accettare il posto degli ultimi,
dove non arriva la luce dei riflettori,
né la segnalazione ad onorificenze.

Eppure, Gesù, è questa la logica
che ha guidato tutta la tua vita:
ti sei fatto piccolo e povero,
hai donato attenzione e importanza
ai sofferenti, ai peccatori, agli emarginati,
non hai cercato il favore dei potenti,
il sostegno di quelli che contano.

Proprio per questo sei stato rifiutato,
calunniato e calpestato,
criticato e condannato
e hanno tentato di toglierti di mezzo.
Come ammettere, infatti, che la logica di Dio
sia così contraria alla logica degli uomini?
Come aderire ad una salvezza
che si realizza attraverso la croce,
una pienezza che prevede lo svuotamento,
una gioia che passa per il sacrificio,
una risurrezione che viene dopo una morte straziante.

La Preghiera, di Roberto Laurita, 
Servizio della Parola strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee, 
n. 469 settembre/ottobre 2015, 30 agosto / 11 ottobre, Editrice Queriniana, Brescia, 132.