sabato 5 settembre 2015

la Lumière - Domenica 6 settembre 2015


foglio liturgico e di cultura biblica-teologica 
gratuito

Domenica 6 agosto 2015 - 15DOPO PENTECOSTE 
BIBLICA
Evangelo di Gesù Cristo secondo Marco  7,24-37
Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi.
Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia.
Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini».  «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli».
E Gesù le disse: «Per questa parola, va', il demonio è uscito da tua figlia».
La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.


Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mare di Galilea attraversando il territorio della Decapoli. Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; 
ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare».



Theologica  I.

Eugen DREWERMANN

   Fra i credenti ce ne sono alcuni che, o per una questione ideologica o per pudore, si vietano di pregare per cose che li riguardano. Nell’immagine che hanno del mondo non rientra credere che la natura, là fuori, si pieghi ai loro desideri per il semplice fatto di mettersi a implorare insistentemente Dio, e in tale spirito non si considerano degni di reclamare eccezioni al normale corso del mondo. Ma di solito sono proprio queste le persone che in unico caso non si stancano di pregare, quando cioè, una persona che amano si trova nel bisogno.

[…]

E tuttavia nell’amore non cesseremo di essere insieme con l’altro e procedere con lui. Allora la preghiera è il modo più profondo di fornirci questa assicurazione reciproca: «Non ci lasceremo mai». E così la preghiera è assolutamente vera, giusta e buona. Perché si esercita già ora a inserirsi nell’ordine di Dio presso il quale l’amore è eterno e senza limiti e nessuna legge umana la ostacolerà.

   La donna del territorio di Tiro e Sidone prega, in un certo senso in modo più terreno, più forzato, spinta dal bisogno. Perché lei ama la figlia che è un’ossessa, la peggiore sofferenza che è possibile immaginare nel cuore di un essere umano. Significa che crolla la comunicazione reciproca, che cessa la comprensione vicendevole, che non è più possibile riconoscere dietro le manifestazioni l’anima dell’altro. Essa è sottratta alla percezione, in balia com’è di un’influenza estranea. Queste zone inquietanti e sinistre la Bibbia le rende col termine di ‘possessione demoniaca’.
 
   Questa donna si rivolge a Cristo incondizionatamente e non c’è niente che possa respingerla. Spronata com’è dalla premura per la propria figliola, non si lascia cacciare via come una scocciatrice. Osa mettere in conto ogni genere di umiliazione, e si annulla sino a una forma di supplica che bisognerebbe chiamare canina, se in essa non si vedesse la grandezza della sua umanità. Mentre di solito siamo abituati a pregare nel modo in cui ci raccomanda il Padrenostro: «Sia fatta la tua volontà», in questo passo del Nuovo Testamento, come in una fantastica eccezione, accade che l’ordine si capovolga e Cristo si faccia proprio costringere fino al punto che deve dire: «Donna, sia fatta la tua volontà». 
Così potenti possono essere i legami dell’amore nella preghiera.


tratto da: - Eugen DREWERMANN, 
E imponeva loro le mani Prediche sui miracoli di Gesù
traduzione di Annapaola Laldi, (collana Spiritualità 91), Queriniana, Brescia, 2000, pp. 99-114, 
qui 100-101.

Theologica II.

Lidia MAGGI
In tanti episodi evangelici si affronta il tema del pregiudizio altrui nei confronti di Gesù; c'è invece un solo racconto dove viene trattato con coraggio ed autoironia il pregiudizio del Messia stesso, che si scioglie solo con la forza della discussione. Gesù non ci fa una gran bella figura ed è messo a tacere dall'arguzia teologica di una donna. Ne parla Marco nel capitolo 7: in un apparente racconto di guarigione emergono le tensioni tra due culture, due popoli due mondi: un uomo e una donna. Gesù incontra una donna pagana ed ha dei pregiudizi. La ritiene impura, ricca, forse anche un po' troppo snob. L'incontro avviene all'estero, fuori dalla Galilea dove il Messia si reca per riposarsi. Ha perso un amico importante, un riferimento per la sua missione: Giovanni Battista è stato decapitato e lui non ha potuto liberarlo. Ora è tempo di capire dove andare, cosa fare e per farlo Gesù cerca la quiete. Già da tempo voleva prendere i discepoli e andarsene, ma poi la folla affamata di pane e parole di vita eterna ha mosso le sue viscere alla compassione e lui ha parlato, ha donato pane. Ora però non deve essere disturbato. La donna invece entra nella casa e lo disturba. Ha bisogno di Gesù, ma questa volta la compassione non fluisce. È lo scontro più che l'incontro. Parlano i pregiudizi più che il dialogo. Due persone diverse, con esigenze ed aspettative diverse, si confrontano. Uno vuole essere lasciato in pace e riposare, l'altra richiede la guarigione della figlia.
Quante barriere tra loro: lui uomo, lei donna; lui ebreo, lei greca; lei proveniente dalla ricca fenicia, lui predicatore errante... Comunicare sembra davvero difficile.
Il rifiuto di Gesù è categorico. Alla donna, che chiede aiuto perché la figlia sta male, lui risponde con una metafora durissima: “Lascia che si sazino prima i figli perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Una similitudine inopportuna e offensiva che calpesta la donna. Una metafora di cattivo gusto rivolta a chi ha una figlia malata. Egli parla dei figli, proprio a lei che ha una figlia in fin di vita. Lei vuole entrare in relazione e lui invece si tira indietro, rifiuta l'incontro e costruisce un muro. Anzi, usa la donna per vendicarsi di quelle che a lui appaiono come evidenti ingiustizie sociali: questa volta lui, ebreo, povero e straniero può permettersi di farsi forza della sua identità e capovolgere le categorie della storia chiamando “cani” i cananei, appartenenti ad un popolo decisamente molto più forte e ricco di Israele. Gesù chiama invece “figli” i membri di un popolo povero e schiavizzato. Un no secco, severo, difficile da comprendere, visto il protagonista. Un no in contraddizione con tutto ciò che ci sembra di intuire della figura di Gesù: Egli è sempre così disponibile, pronto ad agire, gentile con la gente bisognosa... Gesù guarda con sospetto questa donna. Lui non sa niente di lei, ma l'ha già giudicata con sufficienza.
La svolta nella storia viene dalla donna che, invece di ascoltare la voce del rancore ed alimentare lo scontro, si adegua alla triste metafora. Ha fatto lo sforzo di comprendere le categorie di Gesù e usa il linguaggio dell'interlocutore per comunicare però quello che lei pensa. Riprende allora la metafora: “Dici bene o Signore, ma anche i piccoli cani sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli”. La donna accetta che questi la definisca parte di un popolo di pagani, che la chiami cane, che non ritenga di doverle qualcosa... però lo provoca insinuando che la grazia di Dio è così grande che può raggiungere anche chi non è ebreo.
Gesù è sedotto dalla dialettica di quella strana rabbina, una donna straniera che in una tradizione ortodossa viene definita teologa e apostola. “Per questa tua parola va, il demone è uscito da tua figlia”. Il dialogo è iniziato.
Entrambi hanno lavorato duramente per arrivare a capirsi: lui creando l'occasione materiale dell'incontro (ha superato il confine, è uscito fuori dal suo mondo); lei, attraverso la forza del suo desiderio, ha trasformato parole offensive in parole di rivelazione: ha forse per la prima volta capito come Gesù autocomprende se stesso e il suo popolo. Entrambi hanno dovuto superare i pregiudizi, imparare l'ascolto per capire realmente l'altro.
Umano è il pregiudizio di Gesù, altrettanto umana sembra tuttavia la sua capacità di mettersi in discussione e rivedere i suoi preconcetti. I pregiudizi sono tali anche se li ha il figlio di Dio, sembra ammonirci con leggerezza e una punta di ironia Marco.
Si superano nell'incontro, nel dialogo, nella discussione. Possa questa donna esserci maestra mentre entriamo, abitiamo ed annunciamo la Parola con voci di donne.
  
tratto da: - Lidia Maggi, Dire Dio al Femminile (da Cem Mondialità Nov 2004), riportato in: www.sestogiorno.it  
sul tema della donna Sirofenicia è intervenuta la pastora battista Lidia Maggi anche nel link:
https://www.youtube.com/watch?v=uOUpADH3-PM&list=PLywlz6X3Wx_qwV_3NYzHESVacmgpgLjtk&index=8
Parrocchia San Carlo Borromeo in Trento Mercoledì 14 gennaio 2015
Ciclo "Le Beatitudini "al femminile"
Terza serata: “Beati i miti” La Sirofenicia, una donna mansueta. 

Si veda anche il blog: alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it
link consultati in data 5 settembre 2015.

Theologica III.
Lidia MAGGI (2)
La sirofenicia, donna pagana, appartenente dunque a un’altra fede e cultura, ci indirizza verso una spiritualità ecumenica, aperta al confronto autentico. Essa conosce quel dialogo, tutt’altro che formale, capace di cambiare relazioni, aprire nuove opportunità, far cadere muri e ampliare orizzonti. Lo sa bene Gesù che, pur avendola incontrata in un momento inopportuno del suo ministero, è rimasto sopraffatto dall’arguzia teologica della donna, e, nel dialogo con lei, ha improvvisamente intuito qualcosa di nuovo e importante sulla sua missione.
   L’incontro tra i due si profila inizialmente come scontro. Due persone diverse, con esigenze e aspettative differenti, si confrontano senza capirsi: uno vuole essere lasciato in pace e riposare, l’altra richiede la guarigione della figlia. Le barriere tra loro sono tante: lui uomo, lei donna; lui ebreo, lei greca; lei proveniente dalla ricca Fenicia, lui povero predicatore errante. Comunicare sembra davvero difficile.
 Gesù non solo si rifiuta di venire incontro ai bisogni della donna, ma risponde con parole dure, a tratti offensive:
«Lascia che si sazino prima i figli perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» (Mc 8,27). Parole sbagliate che possono ferire. Come può parlare dei figli a una donna che rischia di veder morire la sua bambina?

   Ma la donna non ascolta la voce del rancore; riconosce invece prioritario il bisogno e il desiderio di incontrare l’altro. Per non interrompere la comunicazione si adegua allora al linguaggio dell’interlocutore e riprende la metafora, dilatandola:
«Dici bene, o Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli» (Mc 8,28). La donna accetta che Gesù la definisca parte di un popolo di pagani, che la chiami cane, che non ritenga di doverle qualcosa. Però lo sollecita a considerare che la grazia di Dio può essere più grande dei recinti da lui posti e può raggiungere anche chi non è ebreo.
   La tenacia e la sapienza della sirofenicia ci istruiscono su una spiritualità capace di uscire dall’autoreferenzialità per mettersi in ascolto dell’altro. Una spiritualità che fa la fatica di imparare i linguaggi stranieri, aperta ad ascoltare attentamente le esigenze dell’altro interlocutore, anche quando queste possono essere espresse in una forma lontana dalla nostra sensibilità e persino irritante.  Una spiritualità che ci educhi a sostenere il confronto e ad apprendere l’arte della mediazione.
   La donna cananea, con il suo desiderio di contatto e di confronto, ci invita a riconoscere, anche solo nelle briciole, il dono dell’altro, la novità di cui è portatore. È lei che ci sollecita a recuperare quella cultura del dialogo, squisitamente biblica, capace di arginare e scacciare i demoni dello scontro di civiltà.

tratto da: - Marco Guzzi (a cura di), Amedeo Cencini – Mauro Ceruti – Giuseppe Fornari – Antonio Gentili – Lidia Maggi – Roberto Mancini – Giuliana Martirani – Carlo Molari – Paolo Ricca – Marko Ivan Rupnik – Aldo Natale Terrin, 
Lo spartiacque Ciò che nasce e ciò che muore a Occidente 
(collana Crocevia 7), Paoline, Milano, 2006, pp. 88-89.


Theologica IV.

Gerd THEISSEN
Il racconto della donna cananea è uno dei più bei racconti di miracoli contenuti nei Vangeli, e tuttavia rimane difficile predicare su questo testo. Affronta dei temi che spesso, nella discussione, predono una brutta piega. […]
   Il racconta tocca tre tipi di rapporti sociali, ostacolati dal pregiudizio: il rapporto fra uomo e donna; il rapporto fra ebrei e non-ebrei; e il rapporto fra paesi ricchi e paesi poveri. I dibattiti su questi argomenti spesso degenerano, perché sono ostacolati da pregiudizi inespressi. […]
   In questo racconto i pregiudizi sono presenti nell’atteggiamento stesso di Gesù. Si avvicina a lui una donna disperata, una straniera: chiede aiuto per la figlia malata; ma viene allontanata. Prima dai discepoli – e questo è ancora sopportabile – ma poi anche da Gesù. E non basta! Viene umiliata. Gesù spiega di non essere venuto per degli stranieri; che non è bene togliere il pane ai propri bambini per gettarlo ai cani. «Cani» dice Gesù. Bisogna essere pii in maniera davvero indecorosa per non trovarlo scandaloso! […] Perché Gesù non si comporta come altri taumaturghi ebrei? Come Elia, quando aiutò la vedova di Sarepta? * Come Eliseo, quando aiutò Naaman il siro?** Perché questo rifiuto di una straniera? […] E non dovremmo scagionarci facilmente sostenendo che questo episodio, in realtà, non è avvenuto nei termini descritti; che si tratta certamente di una elaborazione della comunità primitiva, per esprimere i contrasti, esistenti e in seguito superati, relativi alla missione fra i pagani. Certo, una volta si dava questa interpretazione al racconto. Ma siamo certi che, in origine, fosse questo il suo scopo? Io ne dubito. […] In ogni caso, i primi cristiani hanno attribuito a Gesù un atteggiamento di pregiudizio. Da qui non si esce.
* I Re 17,8-24.
** II Re 5,1-19. 
Forse questo racconto ci può essere utile per liberarci dai pregiudizi nei confronti dei nostri stessi pregiudizi. Se perfino Gesù aveva dei pregiudizi, chi potrebbe ancora sostenere di esserne privo? Se Gesù stesso è stato incitato da un’altra persona a liberarsi dai pregiudizi – chi non sarebbe pronto  a lasciarsi aiutare per liberarsi dai propri? Questo è il senso del racconto. Sono state erette barriere, ma vengono superate. Si parla in maniera disumana, ma si agisce in modo umano. […]
Gesù riconduce il suo comportamento ad un denominatore comune: «Grande è la tua fede!», le dice. In questo contesto fede significa semplicemente una fiducia irremovibile che un altro possa  con un suo intervento personale, sprigionare una forza che guarisce ed aiuta. Grande è questa fede, perché vince l’avversione profondamente radicata negli altri.
   A ragione questa donna è diventata un modello di fede, perché la sua fede supera le barriere. Infatti questa fede vince sia le barriere che separano gli esseri umani fra loro, sia quelle che separano gli uomini da Dio. […] Che fede è questa? Da dove attinge la sua forza? La risposta è molto più semplice di quanto si possa immaginare: è la fede di una donna che lotta per la sua bambina malata. […] Là dove noi constatiamo che convinzioni teologiche e tradizioni cristiane hanno come conseguenza la sofferenza, abbiamo il diritto e il dovere di contestare.
   Forse direte: possiamo ancora affidarci a un simile Gesù? A un Gesù imperfetto? Un Gesù che viene svergognato da una donna straniera, verso la quale si è comportato in modo disumano? Io penso che possiamo accordare la nostra fiducia proprio a un Gesù siffatto. Un Gesù che si è lasciato tirar fuori dai suoi pregiudizi da una donna. Proprio in un Gesù così fatto noi possiamo riconoscere un volto umano. Egli è quel Gesù che si lascia battezzare da una altro ebreo per ottenere il perdono dei peccati. È quel Gesù che rifiuta di essere chiamato «maestro buono», perché uno solo è buono, Dio, e nessun altro. È quel Gesù che dà ragione a una donna e si lascia svergognare!
tratto da: - Gerd THEISSEN, La Porta Aperta Variazioni bibliche 
Edizione italiana a cura di Giuliana Gandolfo, (collana «Meditazioni bibliche»), Claudiana, Torino, pp. 61-70, qui: pp. 62-65.68-70.
Theologica V.

Samuele RIVA
Effatà. "Effatà " è una delle espressioni programmatiche che costituiscono il manifesto della missione del Signore: tutto ciò che è chiuso, ovvero occhi, orecchi, cuori, menti, vite, tutto viene aperto dalla potenza salvifica di Dio. Non vi è catena o prigione che possano resistere alla sua forza, se non il cuore dell'uomo, quando si chiude a riccio e si impedisce l'ascolto e l'apertura semplicemente perché non ne vuole sapere. Davvero è necessaria l'energia smisurata della Pasqua, quella che ha fatto risorgere Gesù ed ha spalancato la sua tomba, rimuovendo un macigno mastodontico, per aprire certi cuori, più sigillati che il sepolcro di Cristo.
   La liberazione che Cristo offre è una vocazione al disarmo del cuore, all'ascolto e al discernimento. L'uomo così, non solo è guarito fisicamente, ma relazionalmente, poiché riscopre la comunicazione effettiva ed affettiva […]
   Il discorso, a questo punto si allarga dal piano personale a quello comunitario. un gigantesco "Effatà" andrebbe pronunziato su molte comunità cristiane di vario genere ed entità: quante parrocchie, quanti gruppi e movimenti, quante strutture ecclesiastiche avrebbero bisogno di aprirsi al soffio dello Spirito per liberarsi da quei pregiudizi, ideologie, chiusure che li attanagliano, e chiudono menti e cuori. Lasciamo libera azione al Signore che apre e che libera, ma diamoci pure da fare, a tutti i livelli ecclesiali, perché l'"Effatà" divenga una vera e propria regola pastorale.

tratto da: - Samuele Riva in Servizio della Parola 
Editrice Queriniana, Brescia,  n. 469, settembre/ottobre 2015, 30 agosto/11 ottobre, anno XLVII, 90.



BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE

La fede ha i suoi ingredienti. A volte sarà un piatto dolce, persino dolcissimo, a volte per le aspettative ed i contrasti sarà agrodolce, qualche volta, nonostante tutto, sarà purtroppo amara, ma sarà sempre il nutriente piatto della fede.

Primo ingrediente: una tenacia che rasenta l’effrazione (come nel racconto dell’Evangelo secondo Giovanni, ma lì sarà Gesù Risorto che supera le porte chiuse, attraverserà le barriere erette dai discepoli che dalla paura sono chiusi dentro e lo farà due volte con tenacia, lo farà per amore dei suoi discepoli: Giovanni 20,19.26). Effrazione evangelicamente intesa: ricevere l’accoglienza e l’attenzione desiderata oltrepassando le barriere.



Secondo ingrediente: far sapere della propria situazione, non c’è da vergognarsi, c’è la salute di mezzo. A volte per la fede basta un sussurro, ma ci sono dei momenti in cui occorre il grido che sale da una situazione di schiavitù e che invoca libertà come insegna già il libro-matrice della liberazione: l’Esodo 2,23-24.


«Il grido della fede, che assomiglia a quello di Pietro (14,30; cf. Sal. 22,20 ecc.), è sufficiente: «Signore, aiutami!». Così Matteo sottolinea sia la fedeltà di Dio verso Israele sia il miracolo della fede della pagana.» 
(Eduard Schweizer, Il vangelo secondo Matteo, Paideia, Brescia, 2001, p. 308).

Terzo ingrediente: quando c’è fede c’è spazio per tutti, la fede è dialogo non monologo, la fede è inclusiva non esclude; perché? perché la fede agisce ed ascolta.

«Quello che la donna cananea percepisce con grande intuito, è che al banchetto del regno il pane non è contato: ce n’è in sovrabbondanza per tutti, e nessuno corre il rischio di rimanerne senza. Questo, ovviamente, lo sa bene anche il Signore»
- Silvano Fausti - Vincenzo Canella, Alla Scuola di Matteo Un Vangelo da rileggere, ascoltare, pregare e condividere

(Parola di Vita), Àncora Editrice, Milano, 2007, 313.


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Uomini e Profeti trasmissione radiofonica di radioraitre
a cura di Gabriella Caramore
La donna, i figli, i cagnolini
Marco 7,24-37
con Marinella Perroni
Domenica 28 ottobre 2012
La trasmissione radiofonica è riascoltabile su internet collegandosi al link:
(la puntata della trasmissione è una panoramica su Marco 7-8,26, con alcuni approfondimenti esegetici)
consultata in data 5 settembre 2015.

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L’angolo della preghiera
per non deporre la preghiera in un angolo

Tu non guarisci da lontano, Gesù, 
a distanza di sicurezza,
ma accetti un contatto fisico
con la malattia, con l'handicap,
per portare alla guarigione.

Tu non agisci in modo plateale,
per far crescere la tua popolarità,
per destare l'ammirazione della folla,
ma prendi in disparte il sordomuto
per sottrarlo all'ingerenza della gente.

Tu prendi a cuore la sofferenza
di chi non riesce a comunicare
perché non può sentire 
e non riesce a parlare
e decidi di aprirlo alla relazione
con quanti gli stanno attorno.

Mostra anche a me, Gesù,
la stessa compassione che ti ha condotto 
a guarire il sordomuto
e liberami da quanto ostacola,
impedisce, riduce la mia capacità
di ascoltare gli altri,
di intendere i loro problemi,
di interpretare le loro richieste.

Strappami all'egoismo e alla durezza del cuore
perché le parole che escono dalla mia bocca
non siano deturpate
dal veleno della gelosia o dell'invidia,
ma siano limpide e benevole.

Insegnami le parole sincere,
quelle che portano con sé
il sapore della fraternità
il profumo della misericordia.

Roberto Laurita,  la Preghiera 
in:  Servizio della Parola 
Editrice Queriniana, Brescia,  n. 469, settembre/ottobre 2015, 30 agosto/11 ottobre, anno XLVII, 91.