lunedì 29 agosto 2022

Un Angelo per Ricominciare

 

Un angelo toccò toccò Elia e gli disse: «Àlzati e mangia». 

Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, 

camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio.

I Re 19,5.8



“ Anche a noi capita di essere stanchi e scoraggiati nella nostra fede.

Ci accade di avere la sensazione che tutto sia grigio, 

che più nulla serva a qualcosa.

Ci accade di divenire preda di una stanchezza immensa. 

In questi momenti, abbiamo voglia di smettere di camminare, 

di coricarci e  aspettare, 

di lasciarci andare all’indifferenza, alla passività, alla pigrizia. 


Ma a volte ci capita anche di ricevere la visita di un angelo: 

nella parola di un amico che ci tocca e ci smuove, in un incoraggiamento, 

in un dono, 

in una buona notizia, un’attenzione ricevuta, 

un versetto biblico che ci raggiunge e ci parla.

Allora, è come se una luce rischiarasse la nostra notte, 

come se anche a noi fosse rivolta questa parola: 

«Alzati e mangia, perché il cammino sarà molto lungo per te».

                                                                                                     Antoine Nouis

lunedì 22 agosto 2022

Assemblea Sinodo: il Sermone di apertura

Il Sermone di apertura di Domenica 21 Agosto 2022 

tratto da: www.chiesavaldese.org

“La speranza è la fede coniugata al futuro”


Il sermone del culto di apertura dell’Assemblea Sinodo delle chiese battiste, metodiste e valdesi


Daniele Bouchard - Lino Gabbiano*

«Poiché, ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra; non ci si ricorderà più delle cose di prima; esse non torneranno più in memoria.Gioite, sì, esultate in eterno per quanto io sto per creare; poiché, ecco, io creo Gerusalemme per il gaudio, e il suo popolo per la gioia. Io esulterò a motivo di Gerusalemme e gioirò del mio popolo; là non si udranno più voci di pianto né grida d'angoscia; non ci sarà più, in avvenire, bimbo nato per pochi giorni, né vecchio che non compia il numero dei suoi anni; chi morirà a cent'anni morirà giovane e il peccatore sarà colpito dalla maledizione a cent'anni. Essi costruiranno case e le abiteranno; pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non costruiranno più perché un altro abiti, non pianteranno più perché un altro mangi; poiché i giorni del mio popolo saranno come i giorni degli alberi; i miei eletti godranno a lungo l'opera delle loro mani. Non si affaticheranno invano, non avranno più figli per vederli morire all'improvviso; poiché saranno la discendenza dei benedetti del SIGNORE e i loro rampolli staranno con essi. Avverrà che, prima che m'invochino, io risponderò; parleranno ancora, che già li avrò esauditi. Il lupo e l'agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo», dice il SIGNORE» (Isaia 65, 17-25)

«Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo; infatti, noi che viviamo siamo sempre esposti alla morte per amor di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale». (II Corinzi 4, 7-11)

Care sorelle e cari fratelli,

è bello ritrovarci dopo 15 anni, Assemblea generale dell’Unione battista e Sinodo delle chiese valdesi e metodiste; è bello e istruttivo esaminare il percorso che abbiamo svolto insieme e ringraziare il Signore per tutte le situazioni in cui abbiamo saputo cogliere le possibilità di testimonianza comune. Avremo certamente anche da riconoscere gli errori commessi e le occasioni perse, ma a questo siamo abituati – non a caso poco fa abbiamo confessato il nostro peccato al Signore.

Ma la parte più difficile sarà un’altra. Sarà immaginare il futuro della nostra testimonianza comune. Basta soffermarci un istante su com’è cambiato il mondo – e le nostre chiese – dall’ultima volta che ci siamo visti e viste per renderci conto delle difficoltà. Chi nel 2007 avrebbe immaginato l’esperienza della pandemia o quella di una nuova, tragica guerra in Europa, con l’impatto, diretto e indiretto, che hanno avuto e ancora avranno sulla vita delle nostre chiese?

Come sarà il mondo tra 15 anni? Come sarà cambiata la vita nel nostro Paese? Alcune cose sono facili da prevedere: saremo un paese più povero e più disuguale, la popolazione italiana sarà diminuita, l’età media sarà decisamente più alta – nonostante l’aumento dell’immigrazione –, gli investimenti nella sanità pubblica saranno ulteriormente diminuiti – con il conseguente effetto devastante in occasione della prossima pandemia – lo smantellamento della scuola pubblica e dell’università sarà proseguito, il clima sarà diventato più estremo.

E le nostre chiese? Proiettando la tendenza attuale, nel 2037, i membri delle chiese bmv, dagli attuali 20.000 saranno scesi a circa 16.000, i pastori e le pastore da 110 a una novantina. L’età media dei membri sarà certamente più alta, e di parecchio, scuola domenicale e catechismo degli adolescenti saranno diventate delle attività occasionali, saremo un po' più conosciuti nel nostro Paese, i rapporti ecumenici avranno fatto un altro passo avanti, ma la vita delle chiese sarà sempre meno centrata sulla dimensione comunitaria e sempre più sull’offerta di attività su richiesta – in larga parte online – e sulla diaconia comunitaria, per venire incontro alle esigenze alimentari, sanitarie, sociali e abitative del crescente numero di persone che saranno escluse dai servizi pubblici in corso di smantellamento per poter dirottare le risorse sul riarmo.

Non è una visione rosea.

Certamente, viste così, le cose non possono che darci da pensare e soprattutto farci preoccupare seriamente. Eppure, come Paolo ci ricorda quando parla della fede di Abramo, noi siamo chiamate e chiamati a «sperare contro speranza». Ho trovato una bella definizione di cosa è la speranza: «La speranza è la fede coniugata al futuro». Ecco allora che dal momento che stamattina stiamo facendo questo esercizio di guardare al futuro, di provare a immaginare il nostro futuro come chiese battiste, metodiste e valdesi, ci può aiutare magari farlo cercando di coniugare la nostra fede al futuro. 

Le parole di Isaia che abbiamo appena ascoltato sono bellissime, una promessa da parte di Dio che apre a un futuro diverso da quello che chi le ascolta si era immaginato. Un tempo in cui il mondo sarà rinnovato completamente e in maniera meravigliosa, ci sarà pace con Dio e tra le persone e nell’intero creato. La vita sarà piena, nel vero senso della parola. Il lavoro non sarà più meramente fatica fine a se stessa: «essi costruiranno case e vi abiteranno, non pianteranno perché un altro ne mangi», i genitori non si preoccuperanno più di come sarà il futuro dei propri figli.

“E certo”, mi direte voi, “ eppure tutto quello che vediamo al momento è completamente l’opposto, “non hai sentito quello che ha detto Daniele? Non leggi i giornali, dove vivi?”. 

Mi immagino quante volte Abramo se lo sarà sentito dire… “ ma sei sicuro?” “ ma non vedi che sei vecchio?” “Guardati attorno, osserva attentamente”.

E anche Israele con i mille problemi di una città e una identità da ricostruire avrà pensato la stessa cosa delle parole di Isaia. In fondo la loro esperienza era completamente l’opposto.

Eppure ascoltiamo queste parole e fermiamoci un attimo, ponderiamole attentamente e se proviamo a coniugare al futuro la nostra fede nel Dio che ha fatto queste promesse, che ha costantemente mantenuto fedeltà alla sua parola, ecco che allora tutto questo non è un vaneggiare o un ottimismo sfrenato ma una realtà che Dio ci apre davanti, che le nostre chiese possono vivere e portare al mondo intorno a noi.

Hai ragione Lino, mi sono fatto prendere dal pessimismo. Sono caduto nella trappola denunciata molti anni fa da Albert Camus quando scriveva «Questo mondo è avvelenato dall’infelicità e sembra compiacersene (…) Non rendiamocene complici». Non vogliamo, non possiamo compiacerci delle tragedie che viviamo. Senza sottovalutarne la gravità, né chiamarcene fuori come se non ci riguardassero, dobbiamo reagire, dobbiamo affrontarle, non ci è concesso cedere alla disperazione.

Come dice l’apostolo Paolo, noi siamo tribolati in ogni maniera – diciamo pure che siamo in seria difficoltà, – ma non siamo ridotti all’estremo; siamo perplesse – quanto siamo perplesse – ma non siamo disperate; siamo perseguitati – non più dall’inquisizione o dal cattolicesimo oppressivo degli anni ’50, ma dalle difficoltà interne delle nostre chiese, dalla paura di non trovare un modo efficace di vivere nelle tragedie del nostro mondo – ma non siamo abbandonati; siamo atterrate – quando una chiesa locale si spacca o chiude i battenti, quando intorno a noi le persone si impoveriscono, subiscono ogni sorta di violenza e si disperano – ma non siamo uccise.

Forse allora dovremmo avere il coraggio di Paolo e riconoscere nella fragilità delle nostre chiese, nel venire a mancare delle persone che ci rassicuravano e dei punti di riferimento, nell’incertezza che viviamo riguardo al futuro quel vaso di terracotta che porta dentro di sé il tesoro dell’Evangelo. Forse dobbiamo osare riconoscere che queste nostre fragilità, queste nostre sofferenze sono ciò che ci fa portare il morire di Gesù nel nostro corpo ecclesiastico, affinché proprio questa nostra realtà ecclesiastica, così difettosa, così traballante, possa essere il luogo in cui la Vita di Gesù si manifesta – a noi e, per mezzo nostro, al mondo intorno a noi.

Esattamente. Possiamo essere tribolati, perplessi, e, specie in questo periodo, disorientati. Siamo un po’ come quel pugile che avendo ricevuto un “gancio” barcolla cercando di non cadere. Gli ultimi due anni ci hanno dato un colpo che ci ha fatto traballare e stiamo cercando di ritrovare l’equilibrio, poco a poco. Abbiamo bisogno di riorientarci nella direzione che il Signore ci invita a seguire, quella che porta verso la croce e alla nuova vita in Cristo. E abbiamo bisogno di guardarci attorno ed essere coscienti che il Regno non è venuto meno, continua, come il granello di senape, a crescere attorno a noi.

Possiamo scegliere di arrenderci e dichiararci sconfitti oppure, prendendo spunto da chi ci ha preceduto nella fede, “sperare contro speranza”. La vita di fede come ben sappiamo non è spesso un cammino semplice, in pianura; dobbiamo attraversare valli e scalare monti, prendere vie secondarie e a volte fermarci per la stanchezza, ma quello che ci fa andare avanti è la coscienza che non siamo sole e soli ma insieme a noi ci sono sorelle e fratelli e soprattutto il Signore è al nostro fianco. 

La Parola di questa mattina ci invita a guardare avanti con ottimismo, che non è ingenuità, è fede coniugata al futuro. È nostro compito prendere sul serio questa parola e, anche in questi giorni che Dio ci dà per stare insieme, portare una parola di speranza per questo nostro Paese e per le nostre chiese, specie in un momento in cui le parole che vengono urlate attorno a noi prospettano tutt’altro. 

Sì, è giusto, è necessario. Coniughiamola al futuro questa nostra fede!

Noi crediamo che Dio ci dona un futuro. Noi crediamo che Gesù Cristo è, e sarà, la nostra speranza. Noi crediamo che il Soffio di Dio continuerà a rinnovare questo nostro mondo e a riaccendere, sempre di nuovo, la speranza per mezzo della sua Chiesa.

E voi, sorelle e fratelli? Di fronte alle tragedie che viviamo, riuscite a confidare nel futuro che Signore ci dona? Come immaginate l’esistenza delle nostre chiese tra quindici anni?

Per esempio, c’è qualcuno di voi che pensa che tra quindici anni la propria chiesa locale avrà convertito un significativo numero di persone? Invito chi lo pensa ad alzarsi in piedi. 

E chi di voi è convinto o convinta che la nostra predicazione darà dei frutti nei prossimi quindici anni – qualunque essi siano? Prego anche queste sorelle e questi fratelli di alzarsi in piedi. 

Chi di voi pensa che nei prossimi quindici anni l’azione diaconale delle nostre chiese avrà un effetto positivo nella società italiana? Alzatevi anche voi in piedi.

Chi è convinto che nei prossimi quindici anni troveremo delle risposte fondate sull’Evangelo alle nuove sfide che la società ci porrà? Alzatevi in piedi.

Chi pensa che la prossima Assemblea-Sinodo (tra quindici anni, o anche un po’ prima) farà degli ulteriori passi avanti nella fraternità e nella testimonianza comune delle chiese battiste, metodiste e valdesi? Alzatevi.

Chi di voi crede che nel corso dei prossimi quindici anni, qualunque cosa accada, il Signore continuerà a camminare insieme a noi, nonostante i nostri limiti e le nostre infedeltà?

Fratelli e sorelle, celebriamo il Dio che ci dona un futuro e ci permette di sperare contro speranza, cantando insieme l’inno 27 dell’Innario cristiano.


* Il testo che pubblichiamo è il sermone del culto che ha aperto la sessione congiunta dell'Assemblea dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia e del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, a Torre Pellice, domenica 21 agosto. La predicazione è stata svolta a due voci; le parti in carattere tondo sono state pronunciate da Daniele Bouchard, le parti in corsivo da Lino Gabbiano.



 

 

 

 

 

 

mercoledì 17 agosto 2022

NO all'abbandono degli Animali

 

«Rinunciare al Paradiso, piuttosto che

abbandonare un cane»

Sergio Manna

Yudhishthira disse: «Si dice che l’abbandono di una creatura devota e fedele sia un gravissimo peccato, pari nel mondo all’atto di uccidere un brahmano! Per questo io oggi non abbandonerò in alcun modo questa creatura, o grande Indra, per mero desiderio della mia personale felicità. Una creatura spaventata, che mi è devota, che è tormentata perché non ha altro rifugio, che si è rivolta a me, che è misera e incapace di proteggere sé stessa, che desidera salvare la propria vita. Possa io compiere ogni sforzo per non abbandonare mai una simile creatura, neppure a costo della mia stessa vita». (Mahabharata, parvam 17, adhyaya 3, strofe 7-16). 

Siccome mi piace quando la riflessione biblica è incentrata sul tema che è al centro della nostra rivista mensile, ho deciso per una volta di attingere a una fonte extrabiblica che mi sembrava più appropriata. La Bibbia, infatti, fatta eccezione per il riferimento ai cagnolini che mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni (Matteo 15, 27) non riporta grandi esempi di interazioni positive tra cani e umani. Per contro, devo ammettere che mi ha sempre commosso un racconto contenuto nel Mahabharata, poema epico indiano composto in sanscrito tra il IV sec a.C. e il IV sec. d.C (uno dei testi religiosi più importanti dell’Induismo). In esso Yudhishthira, il primo e più virtuoso dei cinque fratelli Pandava (eroi in conflitto con i loro cugini Kaurava), dopo aver abbandonato tutto e giunto alle porte del cielo, pronto ad entrare in Paradiso, viene fermato dal dio Indra che gli ingiunge di lasciare il cane randagio che, sbucato fuori dal nulla, lo aveva accompagnato nella difficile ultima ascesa al sacro monte. Yudhishthira prega il dio di lasciar entrare il cane perché ne ha compassione, ma Indra insiste dicendo che in Paradiso i cani non entrano e che non c’è nulla di male nell’abbandonare quella bestia. Al che l’eroe risponde che quello sarebbe un atto ignobile e che preferisce non accedere alla prosperità del Paradiso se per giungere a essa deve abbandonare una creatura fedele. All’ennesima replica di Indra che non vede alcuna crudeltà nell’abbandono del cane e che gli impone di scegliere tra quella bestia e il Paradiso, Yudhishthira pronuncia le parole riportate nei versetti del Mahabharata scelti per questa riflessione e decide di restare con il cane, rinunciando al Paradiso, piuttosto che abbandonarlo. Da cristiano che ama gli animali e convive con un cane e un gatto, devo dire che mi sento profondamente toccato da questo testo antico che appartiene a una tradizione religiosa e spirituale molto diversa dalla mia, ma che parla al mio cuore. E spero che parli anche alle lettrici e ai lettori del nostro giornale e a coloro che ritengono che l’amore del prossimo possa o debba includere anche gli animali. A ogni modo, mi piace il fatto che il racconto indiano in realtà si concluda con un lieto fine. Quello dell’abbandono del cane si rivelerà, infatti, essere un’ennesima prova di fede e di virtù, superata la quale Yudhishthira entrerà in Paradiso. 

* pastore valdese a Rorà 


tratto da: Riforma L'Eco delle Valli Valdesi freepress AGOSTO 2022 numero otto

www.riforma.it

lunedì 15 agosto 2022

La festa valdese del 15 agosto

 

Il popolo della chiesa in festa

«Una festa disciplinata». Storia della festa valdese del 15 agosto

Ogni anno la Commissione esecutiva del I Distretto delle chiese valdesi e metodiste, corrispondente al territorio delle Valli valdesi (provincia di Torino), organizza, in collaborazione con una delle chiese locali, una riunione all’aperto il giorno del 15 agosto.

Si tratta di una festa a carattere popolare, che al di là del momento di culto e degli interventi legati a temi diversi è caratterizzata soprattutto dall’atmosfera di incontro, scambio di notizie, in un clima di fraternità che si manifesta a vari livelli.

la festa del 15 agosto L'incontro trae origine dalla situazione di segregazione imposta ai valdesi dalle leggi del Regno di Sardegna anteriori al 1848. Nella giornata del 15 agosto, dedicata all'assunzione di Maria e giorno festivo nel regno sabaudo, ogni attività lavorativa era vietata e il divieto si estendeva anche ai sudditi di religione valdese.

Per utilizzare in modo evangelico una festività loro imposta, i valdesi decisero di radunarsi per un momento di culto e di edificazione spirituale. Il loro 15 agosto risultava così essere una contro festività del culto mariano.

Sulle origini e gli sviluppi di questa festa si veda la pubblicazione di Bruno Bellion, "«Una festa disciplinata». Storia della festa valdese del 15 agosto" (ed. Claudiana, collana opuscoli del 17 febbraio della Società di Studi Valdesi) nella quale sono ricostruite le vicende storiche nell’arco di più di un secolo e mezzo, analizzandone i luoghi di ritrovo, gli argomenti trattati, gli anni particolarmente significativi (gli anniversari storici), gli ospiti e le iniziative di contorno.

Dall’esame delle linee di continuità e dei cambiamenti, emerge uno spaccato della vita ecclesiastica e culturale dei valdesi delle Valli dall’Ottocento ai giorni nostri.


tratto da: www.chiesavaldese.org

Festa valdese 15 agosto 2022

 

lunedì 15 agosto 
Pramollo (To):
 il consueto incontro delle chiese valdesi del Pinerolese e delle valli Pellice, Chisone e Germanasca, si tiene quest’anno a Pramollo, località Ruata. 

Il culto alle 10 sarà a cura dei diaconi Karola Stobaeus e Massimo Long, con la partecipazione dei trombettieri della Val Pellice e i loro gemellati del Baden. 

Al termine del culto, i consueti saluti della moderatora della Tavola valdese, Alessandra Trotta, e del presidente della Commissione esecutiva del Distretto (Ced), coorganizzatrice dell’incontro, pastore Stefano D’Amore. Per il pranzo, ci sarà la possibilità, previa prenotazione, di pranzare nell’area proloco, oppure si potrà consumare il proprio pic nic. 

Nel pomeriggio sono previsti gli interventi della presidente della Fondazione Centro culturale valdese, Bruna Peyrot, sulla recente esperienza di scuola estiva per la democrazia, e di Marco Poët, regista del docu film Coscienza e resistenza. Giosuè Gianavello - il Leone di Rorà

Intermezzi musicali a cura di Giovanni Battaglino. Per tutta la giornata saranno disponibili banchi di prodotti locali e di ristoro. In caso di maltempo tutto il programma verrà spostato nel tempio e nelle sale della chiesa.

La chiusura della giornata è prevista per le 16,30.

tratto da: www.riforma.it

domenica 14 agosto 2022

Fortificarsi nella Fede

 

E anche io,

piccola creatura,

sconosciuta e inutile per ogni mio simile,

ma cara a te come tu consideri ogni tuo servitore,

vengo a chiederti di fortificarmi sempre

maggiormente nella fede,

in un'assoluta fiducia in te.

                                     Emma Forti Cardoso Laines

mercoledì 10 agosto 2022

Quando muore un Animale

 

QUANDO MUORE UN ANIMALE

La morte di un animale da compagnia può sembrare "meno grave", ma non è così, in particolare per un bambino o per un anziano.
Il pesce rosso, il criceto, il cane o il gatto possono far talmente parte della vita familiare che quando muoiono hanno diritto ai rituali di sepoltura e di commemorazione, come esseri viventi a cui ci siamo affezionati e che hanno accompagnato la nostra crescita o hanno allietato la vecchiaia.

Una signora mi raccontava quanto fosse andato in crisi il padre, anziano e malato, quando morì il gatto, investito da un'automobile sulla statale. Sembrava inconsolabile e in quel periodo, nonostante la presenza e l'affetto dei familiari, le sue condizioni di salute peggiorarono. Inoltre, non accettava assolutamente di sentir parlare della possibilità di avere un altro animale accanto.

In seguito alla morte della sua gatta, cui era molto affezionato, Leonardo, di diciassette anni ha composto una canzone con la chitarra. Gli ho chiesto di parlarmi di questo distacco così mi ha fatto avere questo breve biglietto: «La morte ti rende più sobrio. Vivere la morte del tuo gatto preferito può essere il tasto giusto per far iniziare un pensiero che prima non sarebbe sorto. Una parte del tuo dolore può essere trasformata in energia se incanalata nell'espressione artistica».

Bisogna fare molta attenzione a non ridicolizzare o sminuire la situazione. Non è giusto dire: «Poteva andare peggio, se moriva qualcun altro». E non si dovrebbe sostituire subito l'animale con uno identico, perché, anche se della stessa razza o tipo, non sarà mai come l'altro. Bisogna lasciar passare un po' di tempo e concordare con la persona più affezionata quando è giunto il momento e come potrebbe essere la nuova presenza, magari ricorrendo a un'associazione che ospita animali abbandonati.

Può succedere che a un bambino, a cui sono già morte persone care, la morte di un animale amico riproponga problemi che sembravano superati. È il segnale che occorre riprendere il dialogo sull'argomento. Occorre ascoltare, consolare e affondare ciò che era rimasto sopito o in sospeso. Oppure può essere la prima grande occasione di educazione alla mortalità, si può iniziare a parlare di come si sta di fronte alla perdita e al distacco. Come genitori, pur accogliendo a pieno il dolore dei figli, può essere l'occasione per prepararsi ad affrontare ciò che pensiamo della morte e come reagiremo anche nei confronti dei bambini di qualche parente o amico.


(citazione tratta da: 

- Maria Varano, Tornerà? Come parlare della morte ai bambini

postfazione di Luigi Ciotti, EGA editore, Torino, 2002, pp. 31-32).

mercoledì 3 agosto 2022

Quando muore un animale: che ne sarà di lui?

tratto dalla - rubrica "Dialoghi con Paolo Ricca

del settimanale Riforma del 19 ottobre 2007:


«Fido» è morto: che ne sarà di lui?

Nei giorni scorsi è morto il mio cane: una cardiopatia associata a un edema polmonare lo ha stroncato nel giro di poche (ma quanto sofferte!) ore di agonia. Vorrei sapere: per i nostri animali domestici, c’è speranza? La loro fine segna il loro definitivo distacco dalla vita? Saranno tutti, e per sempre, dissolti nel nulla? Non li rivedremo mai più? Che senso ha, allora, il loro dolore? Il cristianesimo non ha nulla da dire su di loro e per loro? Grazie.

Andrea Guercio – Mombercelli (Asti)


«"Fido" è morto: che ne sarà di lui?» – così ho riassunto la lettera del nostro lettore, che pone una bella domanda, ahimé alquanto trascurata dalla teologia cristiana sia classica sia moderna, con pochissime eccezioni. La prima è ovviamente quella di Francesco d’Assisi (1182-1226), che secondo quanto scrive il suo primo biografo Tommaso da Celano «chiama col nome di fratello tutti gli animali, benché in ogni specie prediliga quelli mansueti». Una seconda eccezione è Albert Schweitzer (1875-1965), che riassunse la sua vita e il suo pensiero nel principio del «rispetto per la vita» in ogni sua manifestazione: «Un uomo è morale soltanto quando considera sacra la vita come tale, quella delle piante e degli animali tanto quanto quella dei suoi simili, e quando si dedica ad aiutare ogni vita che ne ha bisogno». Una terza eccezione è Karl Barth (1886-1968), che nella sua Dogmatica ha dedicato agli animali (ma anche alle piante) molte pagine estremamente suggestive e istruttive, nel quadro della dottrina della creazione, ma non solo. Queste eccezioni, purtroppo, non hanno fatto scuola. La pur bella e pregevole Encyclopédie du protestantisme pubblicata a Ginevra e Parigi in prima edizione nel 1995 e in seconda «rivista, corretta e accresciuta» nel 2006, contiene una voce sugli angeli (il che va benissimo), ma non una sugli animali e tanto meno sulle piante (il che va malissimo). Speriamo in una terza edizione ulteriormente «corretta e accresciuta» che contenga queste voci ora mancanti. La loro mancanza rivela una lacuna, per non dire un vuoto, che sta dentro di noi. Anche la Dogmatica in tre volumi di Gerhard Ebeling, peraltro eccellente, parla molto della Natura, ma non specificatamente di animali e piante. Ne parla invece il nostro lettore, con una domanda molto specifica: c’è un aldilà per gli animali? (per quelli «domestici», dice lui, ma io allargherei il discorso a tutti).

La sua domanda però ne contiene molte altre, a cominciare da quella fondamentale della differenza tra l’uomo e l’animale, molto netta nel racconto biblico, che parla di un «dominio» dell’uomo sugli animali (Genesi 1, 28). Va però precisato che questo dominio, comunque fatale per gli animali, non comportava, all’inizio, il diritto dell’uomo di uccidere gli animali per cibarsene. Questo diritto venne affermato solo più tardi, dopo il

diluvio (Genesi 9, 3). La differenza tra l’uomo e l’animale è stata espressa, tra gli altri, in termini classici da Tommaso d’Aquino il quale, pur sostenendo che Dio è in qualche modo «presente» in tutte le cose da lui create, quindi anche negli animali, afferma però che tutti gli animali, anche quelli superiori, sono «situati a grande distanza dall’immagine di Dio» (longe a similitudine divina remota), «mentre l’uomo si dice formato "a immagine e somiglianza" di Dio». La differenza, secondo la tradizione biblica, è questa, ed è grande. In altre tradizioni religiose invece, soprattutto orientali, la differenza sembra meno netta, tanto che in quelle che credono nella reincarnazione (il Buddismo e alcune correnti dell’Induismo) la differenza è così labile che l’anima dell’uomo può cadere così in basso da finire, almeno provvisoriamente, nel corpo di un animale – dottrina, questa, impensabile nel quadro del pensiero biblico.

Detto questo, resta però il fatto innegabile – tutti lo sanno, ma non sempre lo ricordano – che l’uomo è un mammifero come tanti altri animali, è dunque anche lui anzitutto un animale. Aristotele lo definiva animale «razionale» (in greco loghikòn) e «politico» (in greco: politikòn), ma pur sempre un animale. Prima di lui già il racconto biblico della creazione aveva significativamente accostato l’uomo al mondo animale, collocando la sua creazione non in un giorno speciale riservato a lui solo, ma associandolo nello stesso giorno, il sesto, alla creazione degli animali terrestri. Prima di parlare della differenza, occorrerebbe dunque illustrare la vicinanza e comune appartenenza delle due condizioni, quella animale (che tra l’altro ha la precedenza nell’ordine della creazione) e quella umana (che segue). In questo quadro non è forse inutile riferire una considerazione di carattere generale sul rapporto uomo-animali fatta dallo scrittore francese Montaigne (1533-1592), segnalatami dal pastore Angelo Cassano di Locarno (Ticino), che ringrazio. Nei suoi celebri Essais Montaigne rimprovera all’uomo il suo orgoglio e la sua presunzione quando si arroga il diritto di giudicare gli animali: «Come può l’uomo conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale confronto fra essi e noi deduce quella bestialità che attribuisce loro? Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa se essa non faccia di me il suo passatempo più di quanto io faccia con lei?». Noi li consideriamo bestie; forse anche loro ci considerano bestie. In fondo, comprendiamo poco di loro, come loro comprendono poco di noi. Perciò «bisogna che osserviamo la parità che c’è tra noi. Noi comprendiamo approssimativamente il loro sentimento, così le bestie il nostro, pressappoco nella stessa misura». Dunque, dice Montaigne, il rapporto uomo-animali non va impostato in termini di superiorità e inferiorità, ma di parità. Queste considerazioni ci introducono bene alla domanda del nostro lettore: «C’è un aldilà per gli animali?».


A questa domanda non c’è, che io sappia, nella Sacra Scrittura, che è la nostra guida e norma nelle questioni di fede e vita, una risposta diretta ed esplicita. Ci sono però tre ordini di pensieri che consentono una risposta relativamente sicura, benché indiretta. Il primo è la creazione, il secondo è il patto, il terzo è la promessa messianica.

1. Nella visione biblica la creazione è anzitutto creazione di animali (e piante). L’uomo viene dopo, ed è confinato sulla terra, mentre gli animali popolano anche il cielo e il mare. Come sarebbe vuoto il creato se ci fosse solo l’uomo! Non sarebbe il creato uscito dalle mani di Dio. Un creato senza animali è biblicamente impensabile. Ecco perché insieme a Noè vengono salvati nell’arca anche gli animali: questo può valere come figura di una salvezza comune. Persino il Mar Morto, secondo il profeta Ezechiele, non resterà per sempre morto e quindi senza pesci: dal Tempio uscirà un torrente che vi si immergerà rendendo le sue acque «sane» (47, 5) e quindi anch’esse popolate di animali marini (v. 9). Insomma, gli animali fanno parte integrante della creazione, e non c’è alcun motivo per ritenere che non facciano parte (in forme che, certo, non possiamo immaginare) della nuova creazione, cioè di un nuovo cielo e una nuova terra (il mare, a quanto pare, purtroppo, non ci sarà più, secondo Apocalisse 21, 1, a meno di una bella sorpresa finale; comunque ci sarà un grande fiume e acqua in abbondanza).

2. Non solo gli animali sono benedetti da Dio, come la coppia umana, in vista della procreazione (Genesi 1, 22 e 28), ma essi sono inclusi ed esplicitamente menzionati nel Patto che Dio stabilisce con Noè, il cui simbolo è l’arcobaleno (Genesi 9, 8-17). Questo patto è «perpetuo» (v. 16) e il suo contenuto è la vita che, in tutte le sue espressioni e manifestazioni, non sarà più distrutta. Chi è nel Patto – e gli animali ci sono – non è nella morte, ma nella vita. L’uomo e gli animali sono ugualmente mortali (Ecclesiaste 3, 19-21!!), ma, in virtù del Patto, la loro morte non è definitiva.

3. Secondo Isaia 11, 6-9 la promessa messianica è un mondo animale riconciliato al suo interno («il lupo abiterà con l’agnello») e con l’uomo («il lattante si trastullerà sul buco del serpente»). Questa promessa, che associa uomini e animali, può essere collegata con il discorso di Paolo sulla creazione che ora è «sottoposta alla vanità», cioè alla morte, e perciò «geme insieme ed è in travaglio», ma «sarà anch’ella liberata dalla servitù della corruzione», cioè restituita a una vita senza la morte dentro (Romani 8, 20- 23). In questa creazione liberata, come ho detto al punto 1, ci sono anche gli animali.

C’è dunque speranza per «Fido»? Sì, come c’è per il suo padrone e per tutti. C’è però una sottile insidia che può annidarsi nella domanda del nostro


lettore e che è bene segnalare. L’insidia è di considerare l’Aldilà una sostanziale fotocopia dell’Aldiquà e il mondo futuro una semplice replica (migliorata) di quello attuale. Sarà invece un mondo nuovo, e non si insisterà mai abbastanza sulla portata di questo aggettivo. I rapporti tra le persone e quelli con gli animali non saranno più quelli odierni, ma saranno trasfigurati, cioè trasformati in rapporti completamente diversi, luminosi, trasparenti, felici, perché saranno unificati in Dio, che sarà «tutto in tutti» (I Corinzi 15, 28).


tratto dalla - rubrica "Dialoghi con Paolo Ricca" del settimanale Riforma del 19 ottobre 2007.



martedì 2 agosto 2022

Germoglia la misericordia

 

Bacio il sole, abbraccio la luna e la tengo stretta.

Mi basta quel che fanno germogliare. 

Che cosa dovrei  desiderare di più di cui non ho alcuna necessità?

Tutto mi dimostra misericordia.

Posso abitare nella casa del mio Re, 

sedermi alla mensa regale,

perché sono una figlia del Re.


                                                            Ildegarda di Bingen