sabato 28 maggio 2016

la Lumière - Domenica 29 maggio 2016

la Lumière 
foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito

Domenica 29 maggio 2016
- 2a DOPO PENTECOSTE
Testo Biblico (Versione Nuova Riveduta):
Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 4,19-26 
19 La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 
20 I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare». 
21 Gesù le disse: «Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 
22 Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 
23 Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. 
24 Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». 
25 La donna gli disse: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annuncerà ogni cosa». 26 Gesù le disse: «Sono io, io che ti parlo!»

BRICIOLE DI FEDE
per una fede NON in briciole

Maurizio ABBÀ
Gesù certo è anche profeta, ossia legge il presente nella memoria di quanto Dio ha operato per aprire breccie nel futuro e porgere speranza;
una speranza che ha una origine ben precisa: le Scritture d'Israele, la Bibbia Ebraica che i crisitani chiamano Antico Testamento (o Primo Testamento).
la salvezza viene dai Giudei: i nazisti, nel loro tragico delirio, avevano 'tagliato' questo frase. Frase che invece è decisiva:
Gesù è ebreo e non è un caso, non è un dettaglio insignificante. 
La salvezza proviene da Gesù, l'ebreo.
Questo testo insegna il coraggio dell'incontro.
La fede è incontrare, è dialogare, è testimoniare il cambiamento sorprendente ed improvviso che Dio ci regala.
- Non vi sono luoghi privilegiati per incontrare Dio, è Dio che ci raggiunge là dove siamo. Solitamente questo accade all'aria aperta, fuori dai recinti, fuori anche dai recinti religiosi. Ma anche lì occorre saper scrutare la sua presenza sussurrata. A volte, a tu per tu.




domenica 22 maggio 2016

la Lumière - Domenica 22 maggio 2016


la Lumière 
foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito


Domenica 22 maggio 2016
- 1a DOPO PENTECOSTE 
- DOMENICA DELLA TRINITÀ
Testo Biblico (Versione Nuova Riveduta)
 Efesini 2,18
perché per mezzo di Cristo gli uni e gli altri 
abbiamo accesso
al Padre in un medesimo Spirito.



BRICIOLE DI FEDE
per una fede NON in briciole

Maurizio ABBÀ

La Trinità i cristiani per dire 'Dio' dicono Dio-Trinità: Padre, Figlio, Spirito Santo. 
Per evitare di cadere nella concezione che vi sia una triade e per evitare quindi di scivolare nel triteismo si dice anche Triunità.
Bene, la teologia cristiana è pertanto una teologia trinitaria. O dovrebbe esserlo.
Domanda: ma si sentiva e si sente l'esigenza della dottrina trinitaria per affermare che Dio non è lontano ma ci è accanto? 
Non sarà l'ennesimo tentativo, proprio della teologia, di parlare (anzi di parlarsi addosso) in una sorta di linguaggio riservato a pochissimi? Se fosse così sarebbe davvero triste e sarebbe davvero angusto

- Triste, perché? - Non c'è d'aver paura di chi sostiene posizioni diverse. Tra questi ci furono gli antitrinitari che per amore di Dio temevano che la dottrina trinitaria minacciasse la sua unità. Forse non avevano ben compreso cosa s'intendeva? Può darsi. O forse chi doveva spiegarla non la sapeva bene? Può darsi. Può darsi tante cose.
Di sicuro: gli antitrinitari hanno scritto una pagina importante, nella storia del libero pensiero, segnando una diversità. Alcuni di essi, anche nel periodo dell'affermazione della Riforma protestante, pagarono con la vita le loro convinzioni. Convinzioni sbagliate? Sì almeno nell'ottica della fede cristiana ma in quel momento la pagina di libertà erano loro a scriverla. Chi sosteneva la purezza della dottrina trinitaria quando ne aveva la possibilità ricorreva alla coercizione fino all'eliminazione fisica di chi avversava la dottrina trinitaria. Triste, tristissima pagina. 
La dottrina trinitaria vorrebbe invece rendere testimonianza della grandezza di Dio ma, imposta con la forza, al contrario: dipinge un dio dai tratti minacciosi che respinge invece di accogliere.
- Chi ama Dio non dovrebbe mai dimenticare che: 
 il Dio Trinità vuole la libertà per una fede libera e liberata.

- Angusto, perché? - Angusto, quindi ristretto, proprio il contrario di quanto la dottrina trinitaria invece afferma: la grandezza di Dio, appunto, che il linguaggio umano non riesce e non può descrivere nella sua completezza e compiutezza tanto è grande.
- Chi ama Dio non dovrebbe mai dimenticare che: 
il Dio Trinità vuole, e crea, ampi spazi di accesso alla libertà e li presenta alla nostra attenzione, nella fede dobbiamo saperli cogliere.


Il passo biblico, sopracitato, è tratto dalla lettera ai discepoli di Cristo in Efeso (lettera agli Efesini appunto).  
Efeso è situata nell'odierna Turchia. 
In questa lettera apostolica (di 'scuola' paolina) si delinea un orizzonte di amicizia che ha buttato giù il muro di separazione che divideva gli Ebrei e gli Stranieri (Efesini 2,14).
Dalla caduta di questo muro non vi sono macerie che ostacolano e intristiscono ma vi sono semi di speranza. Speranza anche quando pare non esservi più speranza. 
Speranza che vince la disperazione.
 

Importante: in alcuni dei codici antichi, (che hanno tramandato le Scritture divenute canoniche, in particolare riguardo alla Lettera agli Efesini), manca il riferimento "a Efeso". Poteva quindi essere una comunicazione scritta, rivolta non solo alla comunità efesina, ma rivolta, più ampiamente, anche alle diverse Chiese ubicate nella zona geografica dell'Asia Minore di cui Efeso costituiva il centro più rilevante.
Domanda: allora la missiva è rivolta solo alla comunità di Efeso o, più in generale, anche ad altre comunità? Tutte e due. Una comunità ben precisa perché ogni comunità ha le sue caratteristiche, ed è, a suo modo, speciale
Nel contempo c'è un legame solido e libero fra le diverse comunità che non sono sole.
La teologia trinitaria vuol dire questo, solo questo, ma niente di meno di questo: 
Dio ti è accanto, non ti lascia solo. Dio ti accoglie.
Dio uno e trino, Padre Figlio Spirito Santo. 
Il Padre non è il Figlio e non è lo Spirito Santo, e viceversa.
Questo si dovrebbe riflettere anche nella Sua Comunità come Dio la vuole: 
speciale e unita


 
 

venerdì 13 maggio 2016

la Lumière - Domenica 15 maggio 2016


foglio liturgico e di cultura biblica-teologica

gratuito

Domenica 15 maggio 2016
- PENTECOSTE - 
BIBLICA
Atti 2,1-18


1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. 

2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano seduti. 

3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. 

4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
 

5 Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. 

6 Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 

7 E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? 

8 Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? 

9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 

12 Tutti stupivano ed erano perplessi chiedendosi l'uno all'altro: «Che cosa significa questo?» 

13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».

14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici, alzò la voce e parlò loro così:
«Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, vi sia noto questo, e ascoltate attentamente le mie parole. 15 Questi non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del giorno; 16 ma questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele:
 

17 "Avverrà negli ultimi giorni", dice Dio, "che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; 
i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, 
i vostri giovani avranno delle visioni,
 e i vostri vecchi sogneranno dei sogni.
 

18 Anche sui miei servi e sulle mie serve,
 in quei giorni, spanderò il mio Spirito, e profetizzeranno.


BRICIOLE DI FEDE

PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE 

Maurizio ABBÀ

- Pentecoste di congiunzione il testo greco inizia con una ‘E’ di congiunzione, letteralmente: “E in il compiersi del giorno della pentecoste”. Risulta molto importante questa ‘E’, infatti, collega, seppur idealmente, la Pentecoste all’Ascensione. Ascensione: non è Gesù che ci lascia e quindi l’abbandono della fede, tutt’altro è la liberazione della fede, una fede che cresce: Gesù vuole discepoli liberi non sudditi paurosi. La ‘E’ che inizia un testo letterariamente, solitamente, non si usa, invece la Bibbia inizia più volte con una e iniziale. Questo porge il senso di una narrazione che è generazione e la generazione è narrazione. L’uomo è Homo narrans (Jean-Pierre Sonnet, Generare è narrare, Vita e Pensiero), almeno, dovrebbe esserlo.

- Pentecoste a maturazione: ora l’accento è sul compimento (Il testo letteralmente suona così: E in il compiersi del giorno della pentecoste), è frutto maturo e succoso.

- Pentecoste dove … il luogo dove si è svolto quanto narrato negli Atti, dov’è? È nella «sala di sopra» Atti 1,13 luogo di ritrovo abituale dei discepoli? Oppure, data la quantità di persone prefigurata dal testo, forse sarebbe probabile allora un luogo ben più ampio, potrebbe essere il cortile del tempio? Per noi resta la domanda più incisiva: dove accade Pentecoste? Non c’è un luogo privilegiato, (sospiro di sollievo), non c’è una particolare ‘Terra Santa’ da difendere o da riconquistare con le armi. Poi, consideriamo che la chiesa non è un edificio ma sono le creature che la compongono, la chiesa è di ‘pietre viventi’. 
 
- Le Pentecosti: al plurale per due motivi.

Primo motivo: una festa, ma due radici e due significati: festa dal sapore molto antico, originariamente festa del raccolto, della mietitura e, successivamente,  dopo il 70 e.v., anche festa del dono della Torah. Una festa ebraica.
“ LA CHIESA NASCE MENTRE CELEBRA UNA FESTA EBRAICA” (Paolo Ricca)

Secondo motivo: le Pentecosti: oltre al testo di Atti 2 vi sono altre Pentecosti, per così dire, altre scintille di significati, ad esempio: Giovanni 14,15-31; I Corinzi 12,13.



Pentecoste come …quel come è un vero toccasana, è un autentico antidoto al veleno del fondamentalismo religioso (vi sono purtroppo molti fondamentalismi non solo religiosi). Si comprende come il linguaggio umano sia limitato (anche il linguaggio teologico? Soprattutto il linguaggio teologico) e può rinviare solo una pallida idea dei doni che Dio ci porge:

come di un vento: non è un vento ma “(un) suono come di irrompente soffio violento”. Nel commento di Francesco Mosetto: “come di vento gagliardo”. Ecco un cristianesimo gagliardo ci vuole, generoso e valoroso, aria frizzante nelle nostre vite e nelle comunitàì;



lingue come di fuoco: non è un fuoco ma come lingue di fuoco … su ciascuno di loro, si è raggiunti individualmente nella comunità, quindi individualmente ma non individualisticamente, tutti erano insieme questo racchiude una grande promessa: ogni creatura è speciale e non è isolata, i doni ricevuti sono restituiti nella condivisione.


- Pentecoste: è … tempo d’Avvento non solo il periodo prenatalizio è Avvento, saper attendere, imparare ad attendere è una scuola. Tempo d’avvento sì e, al contempo, la Pentecoste è anche:

tempo di mietitura saper aspettare per  ac-cogliere la maturazione, la fretta non aiuta, porta solo frutti acerbi. Nel nostro piccolo ogni giorno è una piccola ma significativa mietitura:



«Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente», (Erri De Luca, Ora Prima, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, 1997, 7).


Tempo di festa La festa è da riscoprire per tutti, ma proprio per tutti: anche gli animali non dovrebbero pagare con la vita per le nostre feste. «Gli animali sembrano essere stati esclusi dal messaggio cristiano di riconciliazione e di pace. Certamente, con l’avvento del cristianesimo, la loro condizione e la loro sorte non sono molto migliorate. Basti pensare al fatto che le due maggiori festività cristiane (Natale e Pasqua) si traducono ogni volta in una grande ecatombe di animali, che finiscono sulle nostre mense. Le nostre feste sono per gli animali una vera sciagura. (…) È tempo che gli uomini modifichino profondamente il loro modo di porsi davanti agli animali e il loro modo di trattarli. Anche in questo campo è necessaria una vera e propria conversione», Paolo Ricca, Roma, 27 giugno 2006 in: Paolo Ricca, Introduzione, Un Giorno Una Parola 2007, Claudiana, 17-18.20;

speranza è anche scambio intergenerazionale
i giovanivisioni vedranno
anzianisogni sogneranno
saggezza e prospettiva (oggi si direbbe progettazione)
disciplina e fantasia si distinguono e s’intrecciano, le nostre chiese e pure la società ha bisogno dell’incontro tra le generazioni e dello scambio di saggezze e di energie;


un linguaggio non religioso, un linguaggio per tutti, era la grande speranza di Dietrich Bonhoeffer, un linguaggio nuovo, accessibile, il teologo ha potuto solo delineare la possibilità di questo. Il testo di Atti ci parla di stranieri che si capiscono, non c’è più la diversità, c’è lo straniero. 

Tutti sono chiamati a parlare, anche gli Ultimi, anche loro hanno diritto a visioni e sogni; ha sognato Etty Hillesum, e non nella tranquillità di un comodo salotto:

«Volevo solo dire questo: la miseria che c’è qui  è veramente terribile – eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costuire un mondo completamente nuovo»

(Etty Hillesum, dal campo di concentramento di Westerbork, 1943, Lettere, edizione integrale, Adelphi, 97);


tutti erano insieme anche qui, un duplice insegnamento (come minimo):

il racconto della Torre di Babele: come si sa è un classico contrapporgli Atti  2 e in parte è bene che sia così: Genesi 11 è, innanzitutto,  la condanna della mercificazione del lavoratore; la persona era, lì, ridotta ad oggetto, anzi molto meno di un oggetto. Una tradizione ebraica giustamente stigmatizzava e s’indignava per il fatto che se moriva una persona sul cantiere della costruzione della Torre era considerato irrilevante, se invece andava perduto un mattone c’erano indagini approfondite. Poi, in Genesi 11 c’è la condanna del pensiero unico che è la negazione della diversità; però, proprio su questo, è un racconto che può essere visto anche in maniera un po’ diversa.

«Come dall’Eden, così dalla valle di Scin’ar fu imposto esilio ai temerari. Diversamente si può interpretare l’urgenza divina che smembrò in loquele l’idioma universale. A Dio parve inadeguata all’uomo la povertà di una sola lingua. Che siano le tigri siberiane a possederne una adatta a intendersi con le loro simili dislocate nel Bengala. Gli uomini invece stentino, siano costretti ad apprendere per potersi capire», (Erri De Luca, Una nuvola come tappeto, Feltrinelli, Milano, 1992, 14).

- No pensiero unico - cattolicità. ‘Cattolicità’ è bene che anche il protestantesimo si riappropri di questa ‘nota’ caratteristica della chiesa cristiana. Accanto ad Evangelicità ed Ortodossia ci sta, infatti, a pieno titolo, la Cattolicità. Come non cadere nel rischio, di nuovo, del pensiero unico che azzera le differenza e annulla le diversità? Riconoscendo che di Evangelicità, Ortodossia e Cattolicità non riusciamo che a sfiorarne che dei frammenti. 
Cattolicità è universalità: è anche un modo per dire che siamo tutti sullo stesso pianeta, l’unico che abbiamo. Nell’averne cura e premura la rapidità qui sarebbe assai gradita.




Theologica I. 
Paolo RICCA
" (...) Questa è la nostra situazione: parliamo di Pentecoste in lingue che NON SONO la lingua di Pentecoste. Parliamo di Pentecoste senza conoscere la lingua di Pentecoste. Parliamo di Pentecoste in lingue che non sono la lingua di Pentecoste. Che vuol dire questo?
Vuol dire che non siamo ancora il popolo di Pentecoste o lo siamo soltanto in maniera molto parziale. In realtà Pentecoste sta ancora davanti a noi, e sarebbe già bellissimo se, pur non essendo ancora la chiesa di Pentecoste, fossimo però già la chiesa che DESIDERA Pentecoste, che l'attende e l'invoca. "

tratto da: - Paolo Ricca, La Pentecoste e le Genti Lezione biblica, in "Riempiti di Spirito Santo si misero a parlare in altre lingue" Verso la comunione dei popoli, Atti - XXXII Sessione Segretariato Attività Ecumeniche, La Mendola, 1994, Edizioni Dehoniane, Roma, 1995, 50-57; 50-57, qui 50;
poi ripubblicato in: 
 - Paolo Ricca, La Pentecoste e le genti, in: Le ragioni della fede (I libri di Paolo Ricca), Claudiana, Torino, 2010, 87-95.

Theologica II.
Helmut GOLLWITZER
Spirito Santo
Tutto è niente se non sappiamo e non possiamo dire nulla di Lui. Tutto rimane vuoto discorso umano, se Egli non lo riempie. Tutto il cristianesimo, tutte le azioni e i discorsi della Chiesa non sono niente se Egli non rende veritiero quanto è asserito. Tutto ciò che viene affermato spinge a porre domande su di Lui, sulla sua realtà e la sua opera. Di chi intendiamo parlare? È chiaro:  dello Spirito Santo.
(...)
Tutto ciò che viene annunciato dai profeti, apostoli, dalla Chiesa dischiude una prospettiva infinita. Dalla prima all'ultima pagina della Bibbia si aprono finestre verso l'alto, all'indietro e in avanti. E tutto attende che anche noi guardiamo fuori, che respiriamo realmente l'aria che entra dentro. È tutto qui il problema: si tratta del nostro vedere, del nostro respirare, del nostro assimilare, del nostro vivere di quella vita che qui ci appare dinanzi.
(...)
Una grande audacia che la cristianità può accettare solo con molte difficoltà. Una grande fiducia: affidare la propria esistenza ad un miracolo. Spesso tra i cristiani si è creduto di poter avanzare più speditamente se ci si aiuta un po' da soli, se ci si fida un po' meno di questo imprevedibile miracolo dello Spirito Santo e un po' più della propria organizzazione, della propaganda e della diplomazia. Ma non è forse meglio che noi dipendiamo interamente dal miracolo, da Dio stesso? Ciò ha invero due buone conseguenze: la nostra riconoscenza, per tutto ciò che l'Evangelo ci porta, va illimitatamente a Lui e in nulla a noi. Inoltre, la nostra speranza  viene posta esclusivamente in Dio: sia nei riguardi di noi  stessi come degli altri uomini del cui rapporto con Dio ci preoccupiamo, e parimenti nei riguardi della Chiesa e del mondo. Una speranza che si fonda sul fatto che Egli ha garantito di salvare e perfezionare, di mantenere quanto ha promesso e di condurre a termine quanto ha incominciato. Questa è la sua incrollabilità, la sua ferma certezza verso quanto oggi, è in tutti i tempi, viene contrariamente affermato.
   Ora è chiaro perché, nella religione cristiana, si può parlare dello Spirito Santo soltanto in forma trinitaria.
«La terza persona della divinità» significa dunque: come noi e tutto il mondo abbiamo da Lui, quale creatore, l'esistenza e la vita; come Egli, nella venuta di Gesù Cristo, si è unito con noi uomini, indissolubilmente, nel tessuto della nostra storia; così Egli è colui che apre il nostro cuore e il nostro spirito alla conoscenza del suo essere creatore e della sua azione di riconciliazione in Gesù. Come creatore e riconciliatore. Egli opera fuori di noi, opera pure in noi: tre volte diversamente e tre volte nel medesimo modo. 
La dottrina trinitaria non si trova appunto sul piano inclinato dal monoteismo al politeismo; al contrario, essa tende a stabilire l'unità di Dio. 
Se il Nuovo Testamento sembra accennare a tre diverse direzioni quando parla di Dio: la creazione, Gesù Cristo e l'opera dello Spirito Santo in noi, indica per tre volte però lo stesso Signore vivente, colui, cioè, che porta dentro di noi ciò che ha iniziato fuori di noi, colui che, come afferma Lutero, ci colloca il tesoro sul tavolo, ma si preoccupa pure che lo afferriamo e lo facciamo nostro.
(...)
" «Lo Spirito Santo sa solo predicare Gesù Cristo; non sa fare null'altro, il povero Spirito Santo».
(...)
 Non dobbiamo mai vedere la nostra fede, la nostra preghiera, il nostro cristianesimo senza la Chiesa.
Se parliamo dello "Spirito creatore'  non dobbiamo subito pensare ai mutamenti dell'uomo singolo, ma al fatto che la Chiesa è una realtà. Essa non esisterebbe senza lo Spirito Santo: non sarebbe mai esistita e da tempo scomparsa, travolta dalla nostra disunione, dalla politica ecclesiastica, dal nostro furore organizzativo, sacrificata più dai suoi difensori che dai suoi nemici. 
Lo Spirito Santo si premura che essa rimanga, nonostante i nostri errori: fintanto che ci saranno uomini, fino alla grande rivelazione di Gesù Cristo. 
Al di là di tutte le confessioni, lo Spirito Santo crea una comunità di santi, di uomini credenti. 
Egli rappresenta, pure, la speranza di tutti i nostri odierni tentativi per l'avvicinamento di gruppi separati nella cristianità. "

tratto da: - Helmut Gollwitzer voce: 'Spirito Santo'
in: Dizionario del Pensiero Protestante Una teologia per non teologi 
a cura di Hans Jürgen Schultz
Herder Editrice e Libreria - Edizioni Morcelliana, Roma, Brescia, 1970, 527-533.



Theologica III.
Karl RAHNER
" Timore nei 'tradizionalisti' e nei ' progressisti'

   Il timore si può rintracciare nei 'tradizionalisti'.
Se l'esito non è certo in anticipo essi temono l'iniziativa e l'esperimento. Non riescono ad ascoltare nessuna formula di fede che non sia stata loro insegnata fin dalla giovinezza, come se una formula e lo Spirito, a cui la formula rende testimonianza, fossero la stessa cosa. 
(...)
    La tradizione, che giustamente difendono, è per essi la terra che i padri hanno acquistato in maniera definitiva e si deve dissodare e coltivare; non è una tappa del pellegrinaggio che si è invitati a proseguire, anche se, naturalmente, nella direzione in cui si è finora mossi. Se in teoria ammettono e professano la presenza dello Spirito santo nella chiesa come suo dinamismo divino, in fondo l'accettano solo per avere il diritto di rifiutarsi nella vita a questo Spirito, che non può essere sottoposto a calcoli.
    Però si ha l'impressione che abbiano timore di questo Spirito santo anche coloro che con orgoglio si chiamano da se stessi 'progressisti' o sono sospettati dagli altri come tali. Ora fare davvero affidamento sulla forza dello Spirito presente nella sua chiesa significa credere e sperare che egli opera sempre in essa in maniera nuova.
(...)
    Quando si domanda sia ai 'tradizionalisti' che ai 'progressisti' se hanno timore, gli uni come gli altri, di fronte allo Spirito, non si deve pensare che si voglia stabilire una facile conciliazione dialettica, come spesso e volentieri i professori ed oggi anche i vescovi cercano di fare, consigliando un facile compromesso o un' aurea medietas.
    Esistono naturalmente vie di mezzo sensate, gli estremismi di coloro che semplificano terribilmente le cose sono stupidi e possono condurre solo alla catastrofe. Esistono anche virtù cristiane quali la moderazione, la pazienza, il realismo che non è tanto fanatico da voler trasformare troppo rapidamente il mondo in un paradiso, che si ridurrebbe solo ad un campo di concentramento in cui tutti gli uomini sarebbero costretti ad essere felici.
    Tuttavia lo Spirito santo non è esattamente la forza che appiana  gli antagonismi intramondani, il centro di equilibrio, la santità che esprime il gretto ideale moderato della borghesia. Egli non può essere concepito come un momento dialettico il cui opposto si configura come lettera, legge, istituzione, calcolo razionale. È piuttosto la forza che fa esplodere continuamente tutte queste sintesi, empiriche e dialettiche, formate da realtà opposte —che esistono legittimamente — e le fa confluire in quel movimento che tende verso il Dio incomprensibile, che a sua volta non costituisce un momento singolo nella realtà del mondo e nel contrasto e nel coordinamento delle sue forze. "

tratto da: - Karl Rahner, Chi ha paura dello Spirito? (riflessioni sulla Pentecoste)
in: Yves Congar - Karl Rahner, La Pentecoste
Traduzione di Alfredo Marranzini
(meditazioni 4), Editrice Queriniana, Brescia, 1989 terza edizione, 85-86.87-88.

In copertina: Discesa dello Spirito santo, Udine, Archivio Capitolare ms 12,  c. 229 v.





Theologica IV.
Daniel MARGUERAT
 
" Pentecoste: la storia di una festa

Al tempo della loro installazione in Palestina, gli israeliti hanno ereditato dai cananei la celebrazione in primavera di una festa dei raccolti che hanno chiamato festa della mietitura, giorno delle primizie o festa delle Settimane (Shavuot). Quest'ultimo nome si impose, perché la festa aveva luogo sette settimane dopo il taglio delle prime spighe (Dt 16,9). Il suo nome greco πεντεkοστή, Cinquantina si legge nella Settanta in Tb 2,1 e 2Mac 12,32. La festa fa parte dei tre riti festivi obbligatori, fra la festa della Pasqua e la festa delle Capanne (Es 23,16-17). Pur essendo la più modesta delle tre feste di pellegrinaggio, essa riunisce, secondo Filone e Flavio Giuseppe, un gran numero di pellegrini a Gerusalemme, provenienti sia dalle campagne palestinesi sia dalla diaspora (Filone, De specialibus legibus 1,69; Flavio Giuseppe, Guerra giudaica 1,253; Antichità giudaiche 14,337; 17,254). Gioiosa, la festa di Shavuot è dominata dal ringraziamento al Creatore per le messi. L'offerta delle primizie, rappresentazione simbolica del raccolto, ritualizza la gratitudine di Israele (Es 34,22; Lv 23,15-21; Nm 28,26). Il collegamento cronologico di Shavuot al ciclo pasquale è attestato già in Lv 23,15, che conta per la sua datazione sette settimane dopo il sabato che segue la Pasqua. Alle soglie dell'era cristiana i rabbini chiamano la festa Atseret, cioè «chiusura», perché essa conclude il ciclo inaugurato dagli Azzimi e dalla Pasqua (trattato Hagigah 2,4; Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche 3,252). Del resto, sembrava esservi un disaccordo sulla data: secondo un computo (farisaico), Shavuot viene celebrata un giorno qualsiasi della settimana, secondo un altro (sacerdotale ed esseno), la festa deve cadere l'indomani di un sabato. Ma il collegamento con il computo pasquale va di pari passo con un'evoluzione del senso della festa, come testimonia il Libro dei Giubilei, redatto oltre un secolo prima dell'inizio dell'era cristiana. Questo libro celebra l'alleanza conclusa da Dio con Noè (Gen 9), un'alleanza che comprende specialmente la promessa divina della fecondità della natura (Giub 6,4). Il segno di quest'alleanza è l'arcobaleno, che garantisce che nessun diluvio verrà più a distruggere la terra (Giub 6,14-16). Perciò la festa delle Settimane viene istituita come rito di rinnovamentodell'alleanza con Noè: «Per questa ragione è comandato e prescritto sulle tavole celesti che vi siano delle persone che celebrano la festa delle Settimane, in questo mese, una volta all'anno, per rinnovare l'alleanza, ogni anno. Questa festa è stata integralmente celebrata nel cielo dal giorno della creazione fino al tempo di Noè: per ventisei giubilei e cinque settimane di anni  [...]. E tu, comanda ai figli di Israele di osservare questa festa di generazione in generazione: è un comandamento per loro (di osservarla) in questo mese; celebrino la festa un solo giorno all'anno in questo mese. È infatti la festa delle Settimane e la festa delle Primizie. Questa festa è doppia e ha un doppio carattere» della festa, che indica un cambiamento di significato: da festa agricola, la festa delle Settimane si trasforma in festa dell'alleanza. Festa delle primizie e del rinnovamento dell'alleanza, Shavuot (festa delle Settimane) diventa Shevuot (festa dei Giuramenti). Un secolo prima, 2Cr 15,10-15 faceva già riferimento a un giuramento prestato dal popolo di Gerusalemme «il terzo mese». Secondo il rotolo del Tempio, sembra che la setta di Qumran abbia fatto della Pentecoste la sua festa principale, e che i suoi membri vi rinnovassero ritualmente la loro partecipazione all'alleanza di Dio (11Q19 18,10-19,9). In una terza tappa della trasformazione della festa si focalizza l'attenzione non più sull'alleanza con Noè, ma sul dono della Torah al Sinai, La data della festa coincideva pressapoco con il calendario dell'Esodo (Es 19,1). Ma quando si è imposta questa nuova accentuazione teologica? Eduard Lohse nega che questa storicizzazione della festa si avvenuta prima del 70 (art.  «πεντεkοστή», 46-49) ma è difficile raggiungere al riguardo una certezza. La scomparsa del tempio di Gerusalemme, che rendeva impossibile qualsiasi pellegrinaggio e offerta sacrificale, ha certamente accelerato il cambiamento. il primo testimone sicuro è il Rabbi José ben Chalapta (verso il 150). A partire dal II secolo, il racconto del dono della Torah (Es 19) figura nel lezionario della liturgia pentecostale. Verso il 270, Rabbi Eleazar be Pendath sintetizza l'opinione generale:  

«La Pentecoste è il giorno in cui fu donata la Legge» (trattato Pesiqta 68b). "



tratto da: - Daniel Marguerat Gli Atti degli Apostoli 1 At 1-12

Traduzione di Romeo Fabbri,  (Testi e commenti),  EDB Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 2011, 81.


 

Theologica V.

Raymond E. BROWN

 " La Pentecoste ebraica era una festa agricola celebrata in maggio o in giugno per ringraziare Dio per il raccolto del grano; ma, come le altre feste pastorali o agricole degli ebrei, aveva assunto anche un altro significato, cioè il ricordo che Dio aveva fatto per il popolo eletto nel corso dei secoli. 
A Pasqua, gli ebrei commemoravano la liberazione dall'Egitto. Nel racconto dell'Esodo (19,1), circa un mese e mezzo dopo la liberazione, gli israeliti giunsero al Sinai; perciò la Pentecoste, che cadeva un mese e mezzo dopo la Pasqua ebraica, divenne la commemorazione del patto tra Dio e Israele sul Sinai, quando Israele fu chiamato a essere il popolo di Dio.
(...) 
   La  reazione di quanti udirono parlare in lingue quei discepoli che avevano ricevuto lo Spirito Santo e che nel loro comportamento estatico sembravano ubriachi induce Pietro a fare la prima predica cristiana: una predica considerata dagli Atti come la presentazione fondamentale del vangelo.
(...)
Il mondo intorno a noi, perfino in paesi nominalmente cristiani, è sempre meno disposto a pensare che il cristianesimo proclami verità sconvolgenti. 
Chi crede solo a ciò che vede è propenso a domandarsi se la venuta di Gesù abbia cambiato qualcosa in questo mondo, afflitto ancor oggi da guerre, oppressione, povertà e sofferenze.
Eppure, noi cristiani continuiamo a credere e a proclamare che ci sono nuove possibilità radicali per la vita che non esistevano prima perché «chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (At 2,21). 
Come già aveva fatto Gesù, anche Pietro — primo predicatore cristiano — sfida l'autosufficienza umana, proclamando sia la necessità della grazia di Dio sia la possibilità di riceverla.
   Si noti che Pietro proclama il suo messaggio in termini  che potremmo chiamare dell'Antico Testamento, affermando così la continuità fondamentale tra ciò che Dio aveva operato in Gesù Cristo e ciò che il Dio d'Israele aveva fatto e promesso al popolo dell'alleanza.
(...)
l'Antico Testamento rimane un elemento essenziale del messaggio cristiano. Tratta infatti non solo del patto di alleanza, ma anche dei tentativi del popolo ebraico di vivere, negli alti e bassi di un millennio, come popolo alleato di Dio. Il Nuovo Testamento da solo copre un periodo di tempo troppo breve e contiene troppi successi per poter trasmettere ai cristiani le lezioni dell'Antico Testamento. 
Per secoli l'Antico Testamento (eccetto i versetti dei Salmi) non fu mai letto alla domenica nelle chiese cattoliche, lasciandoci così all'oscuro dei suoi preziosi insegnamenti
Grazie al Vaticano II, la situazione è migliorata, ma c'è ancora da restar delusi al vedere che ben di rado le letture dell'Antico Testamento formano l'argomento dell'omelia. 
I predicatori passano troppo facilmente e troppo in fretta ai brani evangelici, anche quando le cose più stimolanti per gli uditori si trovano nei brani dell'Antico Testamento. "
  

tratto da: - Raymond E. Brown 
 Azione e promessa dello Spirito a Pentecoste
Riflessioni sulle letture liturgiche tra Pasqua e Pentecoste tratte dagli Atti degli Apostoli e dal vangelo secondo Giovanni
(meditazioni 114), Editrice Queriniana, Brescia, 2005, traduzione di Cherubino Guzzetti, 
20-24 (passi scelti). 





L'angolo della preghiera
per non deporre la preghiera in un angolo


Vieni Spirito creatore.

Il mondo è stato creato per opera tua.

Continua la tua creazione.

Io stesso, come il mondo,

ho bisogno della tua forza che rinnova.

Ricrea ciò che hai creato.

Collega ciò che è disperso.

Risveglia ciò che è inerte.

Ringiovanisci ciò che è vecchio.

Dacci occhi per vedere la luce,

il creato e l’increato.

Dacci la tua forza che produce frutto

e gioia nello spirito e nel corpo.


Sciogli quanto è irrigidito.

Ridà la vita
a chi è intorpidito dall’ansia.
Dona coraggio ai depressi,
speranza agli scoraggiati,
(...)
fede a chi la cerca.

Ai muti dona la parola.
A chi ama una parola d’amore.
A chi è grato una parola di ringraziamento.
A chi cerca la verità una parola vera.
Agli sfiduciati una parola di speranza
e a chi non sa come lodarti,
una parola di lode, mio Dio.

Risuscita i morti,
agli stanchi ridona vigore.
Chi è spossato possa alzarsi
e muoversi chi non cammina.
A chi è disorientato
indica una via.

tratto da: - Jörg Zink, Come pregare Meditazioni,
Traduzione di Giuliana Gandolfo, Meditazioni bibliche»),



Claudiana Editrice, Torino, 1988, seconda edizione 1995, 49, successive edizioni.

 
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Senza di te, Spirito Santo,
Gesù è solamente un personaggio del passato,
di cui conoscere la storia,
ma con te egli è qui, in mezzo a noi
e continua ad agire in noi.

Senza di te, Spirito Santo,
il Vangelo resta lettera morta,
testo antico, spesso indecifrabile,
messaggio astratto che viaggia sopra le nostre teste,
ma con te esso diventa
una parola d'amore, una Buona Notizia,
un annuncio che trasforma i cuori
e cambia il corso della nostra esistenza.

Senza di te, Spirito Santo, la Chiesa
si riduce solo ad un'organizzazione
e l'autorità ad un esercizio di potere,
così come accade in ogni società,
ma con te la comunità cristiana
diventa esperienza viva  di fraternità,
comunione profonda che supera
qualsiasi altro conflitto e qualsiasi difficoltà,
ricchezza inesausta grazie alla diversità
di doni che tu le fai giungere.
E soprattutto i discepoli si considerano
gli uni servi degli altri
e non ambiscono a riconoscimenti, 
né cercano i primi posti.

Senza di te, Spirito Santo, la missione assume
i toni di una propaganda
e di una ricerca di consenso,
ma con te coloro che ricevono l'annuncio
sentono una gioia ed una pace sconosciute
e la capacità di seguire Gesù, portando la croce.
  
tratto da: -  la Preghiera di Roberto Laurita 
in:
Servizio della Parola strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee
n. 476 Anno XLVIII  Aprile/Maggio 2016  27 marzo / 15 maggio,
Editrice Queriniana, Brescia, 202.