foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito
Domenica 15 maggio 2016
- PENTECOSTE -
BIBLICA
Atti 2,1-18
1 Quando il giorno della Pentecoste giunse,
tutti erano insieme nello stesso luogo.
2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono
come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano
seduti.
3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che
si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro.
4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e
cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di
esprimersi.
5 Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei,
uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo.
6 Quando avvenne quel suono, la folla si
raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.
7 E tutti stupivano e si meravigliavano,
dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei?
8 Come mai li udiamo parlare ciascuno nella
nostra propria lingua natìa?
9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della
Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, 10 della
Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia cirenaica e
pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li
udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue».
12 Tutti stupivano ed erano perplessi
chiedendosi l'uno all'altro: «Che cosa significa questo?»
13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono
pieni di vino dolce».
14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici,
alzò la voce e parlò loro così:
«Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in
Gerusalemme, vi sia noto questo, e ascoltate attentamente le mie parole. 15 Questi
non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del
giorno; 16 ma questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele:
17 "Avverrà negli ultimi
giorni",
dice Dio, "che io spanderò il mio Spirito
sopra ogni persona;
i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno,
i vostri
giovani avranno delle visioni,
e i vostri vecchi sogneranno dei sogni.
18 Anche sui miei servi e sulle
mie serve,
in quei giorni, spanderò il mio Spirito, e profetizzeranno.
BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE
Maurizio ABBÀ
- Pentecoste di congiunzione
il testo greco inizia con una ‘E’ di congiunzione, letteralmente: “E in il
compiersi del giorno della pentecoste”. Risulta molto importante questa ‘E’,
infatti, collega, seppur idealmente, la Pentecoste all’Ascensione. Ascensione:
non è Gesù che ci lascia e quindi l’abbandono della fede, tutt’altro è la
liberazione della fede, una fede che cresce: Gesù vuole discepoli liberi non
sudditi paurosi. La ‘E’ che inizia un testo letterariamente, solitamente, non
si usa, invece la Bibbia inizia più volte con una e iniziale. Questo porge il
senso di una narrazione che è generazione e la generazione è narrazione. L’uomo
è Homo narrans (Jean-Pierre Sonnet, Generare è narrare, Vita e Pensiero),
almeno, dovrebbe esserlo.
- Pentecoste a maturazione:
ora l’accento è sul compimento (Il testo letteralmente suona così: E in il
compiersi del giorno della pentecoste), è frutto maturo e succoso.
- Pentecoste dove … il luogo dove si è svolto quanto narrato negli Atti, dov’è? È
nella «sala di sopra» Atti 1,13 luogo
di ritrovo abituale dei discepoli? Oppure, data la quantità di persone
prefigurata dal testo, forse sarebbe probabile allora un luogo ben più ampio,
potrebbe essere il cortile del tempio? Per noi resta la domanda più incisiva: dove accade Pentecoste? Non c’è un luogo
privilegiato, (sospiro di sollievo), non c’è una particolare ‘Terra Santa’ da
difendere o da riconquistare con le armi. Poi, consideriamo che la chiesa non è
un edificio ma sono le creature che la compongono, la chiesa è di ‘pietre viventi’.
- Le Pentecosti: al plurale per due motivi.
Primo motivo: una festa, ma due radici
e due significati: festa dal sapore
molto antico, originariamente festa del raccolto, della mietitura e,
successivamente, dopo il 70 e.v., anche festa del dono della Torah. Una
festa ebraica.
“ LA CHIESA NASCE MENTRE CELEBRA UNA FESTA EBRAICA” (Paolo Ricca)
Secondo motivo: le Pentecosti: oltre al
testo di Atti 2 vi sono altre
Pentecosti, per così dire, altre scintille di significati, ad esempio: Giovanni 14,15-31; I Corinzi 12,13.
Pentecoste come
…quel come è un vero toccasana, è un
autentico antidoto al veleno del fondamentalismo religioso (vi sono purtroppo
molti fondamentalismi non solo religiosi). Si comprende come il linguaggio
umano sia limitato (anche il linguaggio teologico? Soprattutto il linguaggio
teologico) e può rinviare solo una pallida idea dei doni che Dio ci porge:
come di un vento: non è un vento
ma “(un) suono come di irrompente soffio violento”. Nel commento di Francesco
Mosetto: “come di vento gagliardo”. Ecco un cristianesimo gagliardo ci vuole,
generoso e valoroso, aria frizzante nelle nostre vite e nelle comunitàì;
lingue come di fuoco: non è un fuoco ma come lingue di fuoco … su ciascuno di
loro, si è raggiunti individualmente nella comunità, quindi individualmente ma
non individualisticamente, tutti erano
insieme questo racchiude una grande promessa: ogni creatura è speciale e
non è isolata, i doni ricevuti sono restituiti nella condivisione.
- Pentecoste: è
… tempo d’Avvento non solo il periodo prenatalizio è Avvento, saper
attendere, imparare ad attendere è una scuola. Tempo d’avvento sì e, al
contempo, la Pentecoste è anche:
tempo di
mietitura saper
aspettare per ac-cogliere la maturazione, la fretta non aiuta, porta solo
frutti acerbi. Nel nostro piccolo ogni giorno è una piccola ma significativa
mietitura:
«Credente non è chi ha creduto una volta per tutte,
ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo
continuamente», (Erri De Luca, Ora Prima,
Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, 1997, 7).
Tempo di festa
La festa è
da riscoprire per tutti, ma proprio per tutti: anche gli animali non dovrebbero
pagare con la vita per le nostre feste. «Gli animali sembrano essere stati
esclusi dal messaggio cristiano di riconciliazione e di pace. Certamente, con l’avvento
del cristianesimo, la loro condizione e la loro sorte non sono molto
migliorate. Basti pensare al fatto che le due maggiori festività cristiane
(Natale e Pasqua) si traducono ogni volta in una grande ecatombe di animali,
che finiscono sulle nostre mense. Le nostre feste sono per gli animali una vera
sciagura. (…) È tempo che gli uomini modifichino profondamente il loro modo di
porsi davanti agli animali e il loro modo di trattarli. Anche in questo campo è
necessaria una vera e propria conversione», Paolo Ricca, Roma, 27 giugno 2006
in: Paolo Ricca, Introduzione, Un Giorno
Una Parola 2007, Claudiana, 17-18.20;
speranza è anche scambio intergenerazionale
i giovani…visioni vedranno
anziani…sogni sogneranno
saggezza e prospettiva (oggi si direbbe progettazione)
disciplina e fantasia si distinguono e s’intrecciano, le nostre chiese
e pure la società ha bisogno dell’incontro tra le generazioni e dello scambio
di saggezze e di energie;
un linguaggio
non religioso, un linguaggio per tutti, era la grande speranza di Dietrich Bonhoeffer, un
linguaggio nuovo, accessibile, il teologo ha potuto solo delineare la
possibilità di questo. Il testo di Atti
ci parla di stranieri che si capiscono, non c’è più la diversità, c’è lo
straniero.
Tutti sono chiamati a parlare, anche gli Ultimi, anche loro hanno
diritto a visioni e sogni; ha sognato Etty Hillesum, e non nella tranquillità
di un comodo salotto:
«Volevo solo dire questo: la miseria che c’è qui
è veramente terribile – eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato
dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo
spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far
niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una
cosa splendida e grande, più tardi dovremo costuire un mondo completamente
nuovo»
(Etty Hillesum, dal campo di concentramento di
Westerbork, 1943, Lettere, edizione
integrale, Adelphi, 97);
tutti erano insieme anche qui, un duplice insegnamento (come minimo):
il racconto della Torre di Babele: come si sa è un
classico contrapporgli Atti 2 e
in parte è bene che sia così: Genesi 11
è, innanzitutto, la condanna della mercificazione del lavoratore; la
persona era, lì, ridotta ad oggetto, anzi molto meno di un oggetto. Una
tradizione ebraica giustamente stigmatizzava e s’indignava per il fatto che se
moriva una persona sul cantiere della costruzione della Torre era considerato
irrilevante, se invece andava perduto un mattone c’erano indagini approfondite.
Poi, in Genesi 11 c’è la condanna del pensiero unico che è la negazione della
diversità; però, proprio su questo, è un racconto che può essere visto anche in
maniera un po’ diversa.
«Come dall’Eden, così dalla valle di Scin’ar fu
imposto esilio ai temerari. Diversamente si può interpretare l’urgenza divina
che smembrò in loquele l’idioma universale. A Dio parve inadeguata all’uomo la
povertà di una sola lingua. Che siano le tigri siberiane a possederne una
adatta a intendersi con le loro simili dislocate nel Bengala. Gli uomini invece
stentino, siano costretti ad apprendere per potersi capire», (Erri De Luca, Una nuvola come tappeto, Feltrinelli,
Milano, 1992, 14).
- No pensiero unico - Sì cattolicità. ‘Cattolicità’ è
bene che anche il protestantesimo si riappropri di questa ‘nota’ caratteristica
della chiesa cristiana. Accanto ad Evangelicità ed Ortodossia ci sta, infatti, a
pieno titolo, la Cattolicità. Come non cadere nel rischio, di nuovo, del
pensiero unico che azzera le differenza e annulla le diversità? Riconoscendo
che di Evangelicità, Ortodossia e Cattolicità non riusciamo che a sfiorarne che
dei frammenti.
Cattolicità è universalità: è anche un modo per dire che siamo
tutti sullo stesso pianeta, l’unico che abbiamo. Nell’averne cura e premura la
rapidità qui sarebbe assai gradita.
Theologica I.
Paolo RICCA
" (...) Questa è la nostra situazione: parliamo di Pentecoste in lingue che NON SONO la lingua di Pentecoste. Parliamo di Pentecoste senza conoscere la lingua di Pentecoste. Parliamo di Pentecoste in lingue che non sono la lingua di Pentecoste. Che vuol dire questo?
Vuol dire che non siamo ancora il popolo di Pentecoste o lo siamo soltanto in maniera molto parziale. In realtà Pentecoste sta ancora davanti a noi, e sarebbe già bellissimo se, pur non essendo ancora la chiesa di Pentecoste, fossimo però già la chiesa che DESIDERA Pentecoste, che l'attende e l'invoca. "
tratto da: - Paolo Ricca, La Pentecoste e le Genti Lezione biblica, in "Riempiti di Spirito Santo si misero a parlare in altre lingue" Verso la comunione dei popoli, Atti - XXXII Sessione Segretariato Attività Ecumeniche, La Mendola, 1994, Edizioni Dehoniane, Roma, 1995, 50-57; 50-57, qui 50;
poi ripubblicato in:
- Paolo Ricca, La Pentecoste e le genti, in: Le ragioni della fede (I libri di Paolo Ricca), Claudiana, Torino, 2010, 87-95.
Theologica II.
Helmut GOLLWITZER
Spirito Santo
Tutto è niente se non sappiamo e non possiamo dire nulla di Lui. Tutto rimane vuoto discorso umano, se Egli non lo riempie. Tutto il cristianesimo, tutte le azioni e i discorsi della Chiesa non sono niente se Egli non rende veritiero quanto è asserito. Tutto ciò che viene affermato spinge a porre domande su di Lui, sulla sua realtà e la sua opera. Di chi intendiamo parlare? È chiaro: dello Spirito Santo.
(...)
Tutto ciò che viene annunciato dai profeti, apostoli, dalla Chiesa dischiude una prospettiva infinita. Dalla prima all'ultima pagina della Bibbia si aprono finestre verso l'alto, all'indietro e in avanti. E tutto attende che anche noi guardiamo fuori, che respiriamo realmente l'aria che entra dentro. È tutto qui il problema: si tratta del nostro vedere, del nostro respirare, del nostro assimilare, del nostro vivere di quella vita che qui ci appare dinanzi.
(...)
Una grande audacia che la cristianità può accettare solo con molte difficoltà. Una grande fiducia: affidare la propria esistenza ad un miracolo. Spesso tra i cristiani si è creduto di poter avanzare più speditamente se ci si aiuta un po' da soli, se ci si fida un po' meno di questo imprevedibile miracolo dello Spirito Santo e un po' più della propria organizzazione, della propaganda e della diplomazia. Ma non è forse meglio che noi dipendiamo interamente dal miracolo, da Dio stesso? Ciò ha invero due buone conseguenze: la nostra riconoscenza, per tutto ciò che l'Evangelo ci porta, va illimitatamente a Lui e in nulla a noi. Inoltre, la nostra speranza viene posta esclusivamente in Dio: sia nei riguardi di noi stessi come degli altri uomini del cui rapporto con Dio ci preoccupiamo, e parimenti nei riguardi della Chiesa e del mondo. Una speranza che si fonda sul fatto che Egli ha garantito di salvare e perfezionare, di mantenere quanto ha promesso e di condurre a termine quanto ha incominciato. Questa è la sua incrollabilità, la sua ferma certezza verso quanto oggi, è in tutti i tempi, viene contrariamente affermato.
Ora è chiaro perché, nella religione cristiana, si può parlare dello Spirito Santo soltanto in forma trinitaria.
«La terza persona della divinità» significa dunque: come noi e tutto il mondo abbiamo da Lui, quale creatore, l'esistenza e la vita; come Egli, nella venuta di Gesù Cristo, si è unito con noi uomini, indissolubilmente, nel tessuto della nostra storia; così Egli è colui che apre il nostro cuore e il nostro spirito alla conoscenza del suo essere creatore e della sua azione di riconciliazione in Gesù. Come creatore e riconciliatore. Egli opera fuori di noi, opera pure in noi: tre volte diversamente e tre volte nel medesimo modo.
La dottrina trinitaria non si trova appunto sul piano inclinato dal monoteismo al politeismo; al contrario, essa tende a stabilire l'unità di Dio.
Se il Nuovo Testamento sembra accennare a tre diverse direzioni quando parla di Dio: la creazione, Gesù Cristo e l'opera dello Spirito Santo in noi, indica per tre volte però lo stesso Signore vivente, colui, cioè, che porta dentro di noi ciò che ha iniziato fuori di noi, colui che, come afferma Lutero, ci colloca il tesoro sul tavolo, ma si preoccupa pure che lo afferriamo e lo facciamo nostro.
(...)
" «Lo Spirito Santo sa solo predicare Gesù Cristo; non sa fare null'altro, il povero Spirito Santo».
(...)
Non dobbiamo mai vedere la nostra fede, la nostra preghiera, il nostro cristianesimo senza la Chiesa.
Se parliamo dello "Spirito creatore' non dobbiamo subito pensare ai mutamenti dell'uomo singolo, ma al fatto che la Chiesa è una realtà. Essa non esisterebbe senza lo Spirito Santo: non sarebbe mai esistita e da tempo scomparsa, travolta dalla nostra disunione, dalla politica ecclesiastica, dal nostro furore organizzativo, sacrificata più dai suoi difensori che dai suoi nemici.
Lo Spirito Santo si premura che essa rimanga, nonostante i nostri errori: fintanto che ci saranno uomini, fino alla grande rivelazione di Gesù Cristo.
Al di là di tutte le confessioni, lo Spirito Santo crea una comunità di santi, di uomini credenti.
Egli rappresenta, pure, la speranza di tutti i nostri odierni tentativi per l'avvicinamento di gruppi separati nella cristianità. "
tratto da: - Helmut Gollwitzer voce: 'Spirito Santo'
in: Dizionario del Pensiero Protestante Una teologia per non teologi
a cura di Hans Jürgen Schultz
Herder Editrice e Libreria - Edizioni Morcelliana, Roma, Brescia, 1970, 527-533.
Theologica III.
Karl RAHNER
" Timore nei 'tradizionalisti' e nei ' progressisti'
Il timore si può rintracciare nei 'tradizionalisti'.
Se l'esito non è certo in anticipo essi temono l'iniziativa e l'esperimento. Non riescono ad ascoltare nessuna formula di fede che non sia stata loro insegnata fin dalla giovinezza, come se una formula e lo Spirito, a cui la formula rende testimonianza, fossero la stessa cosa.
(...)
La tradizione, che giustamente difendono, è per essi la terra che i padri hanno acquistato in maniera definitiva e si deve dissodare e coltivare; non è una tappa del pellegrinaggio che si è invitati a proseguire, anche se, naturalmente, nella direzione in cui si è finora mossi. Se in teoria ammettono e professano la presenza dello Spirito santo nella chiesa come suo dinamismo divino, in fondo l'accettano solo per avere il diritto di rifiutarsi nella vita a questo Spirito, che non può essere sottoposto a calcoli.
Però si ha l'impressione che abbiano timore di questo Spirito santo anche coloro che con orgoglio si chiamano da se stessi 'progressisti' o sono sospettati dagli altri come tali. Ora fare davvero affidamento sulla forza dello Spirito presente nella sua chiesa significa credere e sperare che egli opera sempre in essa in maniera nuova.
(...)
Quando si domanda sia ai 'tradizionalisti' che ai 'progressisti' se hanno timore, gli uni come gli altri, di fronte allo Spirito, non si deve pensare che si voglia stabilire una facile conciliazione dialettica, come spesso e volentieri i professori ed oggi anche i vescovi cercano di fare, consigliando un facile compromesso o un' aurea medietas.
Esistono naturalmente vie di mezzo sensate, gli estremismi di coloro che semplificano terribilmente le cose sono stupidi e possono condurre solo alla catastrofe. Esistono anche virtù cristiane quali la moderazione, la pazienza, il realismo che non è tanto fanatico da voler trasformare troppo rapidamente il mondo in un paradiso, che si ridurrebbe solo ad un campo di concentramento in cui tutti gli uomini sarebbero costretti ad essere felici.
Tuttavia lo Spirito santo non è esattamente la forza che appiana gli antagonismi intramondani, il centro di equilibrio, la santità che esprime il gretto ideale moderato della borghesia. Egli non può essere concepito come un momento dialettico il cui opposto si configura come lettera, legge, istituzione, calcolo razionale. È piuttosto la forza che fa esplodere continuamente tutte queste sintesi, empiriche e dialettiche, formate da realtà opposte —che esistono legittimamente — e le fa confluire in quel movimento che tende verso il Dio incomprensibile, che a sua volta non costituisce un momento singolo nella realtà del mondo e nel contrasto e nel coordinamento delle sue forze. "
tratto da: - Karl Rahner, Chi ha paura dello Spirito? (riflessioni sulla Pentecoste)
in: Yves Congar - Karl Rahner, La Pentecoste
Traduzione di Alfredo Marranzini
(meditazioni 4), Editrice Queriniana, Brescia, 1989 terza edizione, 85-86.87-88.
In copertina: Discesa dello Spirito santo, Udine, Archivio Capitolare ms 12, c. 229 v.
Theologica IV.
Daniel MARGUERAT
" Pentecoste: la storia di una festa
Al tempo della loro installazione in Palestina, gli israeliti
hanno ereditato dai cananei la celebrazione in primavera di una festa dei
raccolti che hanno chiamato festa della mietitura, giorno delle primizie o
festa delle Settimane (Shavuot).
Quest'ultimo nome si impose, perché la festa aveva luogo sette settimane dopo
il taglio delle prime spighe (Dt 16,9). Il suo nome greco πεντεkοστή, Cinquantina si legge nella Settanta in
Tb 2,1 e 2Mac 12,32. La festa fa parte dei tre riti festivi obbligatori, fra la
festa della Pasqua e la festa delle Capanne (Es 23,16-17). Pur essendo la più
modesta delle tre feste di pellegrinaggio, essa riunisce, secondo Filone e
Flavio Giuseppe, un gran numero di pellegrini a Gerusalemme, provenienti sia dalle
campagne palestinesi sia dalla diaspora (Filone, De specialibus legibus 1,69; Flavio Giuseppe, Guerra giudaica 1,253; Antichità
giudaiche 14,337; 17,254). Gioiosa, la festa di Shavuot è dominata dal ringraziamento al Creatore per le messi.
L'offerta delle primizie, rappresentazione simbolica del raccolto, ritualizza
la gratitudine di Israele (Es 34,22; Lv 23,15-21; Nm 28,26). Il collegamento
cronologico di Shavuot al ciclo
pasquale è attestato già in Lv 23,15, che conta per la sua datazione sette
settimane dopo il sabato che segue la Pasqua. Alle soglie dell'era cristiana i
rabbini chiamano la festa Atseret,
cioè «chiusura»,
perché essa conclude il ciclo inaugurato dagli Azzimi e dalla Pasqua (trattato Hagigah 2,4; Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche 3,252). Del resto,
sembrava esservi un disaccordo sulla data: secondo un computo (farisaico), Shavuot viene celebrata un giorno
qualsiasi della settimana, secondo un altro (sacerdotale ed esseno), la festa
deve cadere l'indomani di un sabato. Ma il collegamento con il computo pasquale
va di pari passo con un'evoluzione del senso della festa, come testimonia il Libro dei Giubilei, redatto oltre un
secolo prima dell'inizio dell'era cristiana. Questo libro celebra l'alleanza
conclusa da Dio con Noè (Gen 9), un'alleanza che comprende specialmente la
promessa divina della fecondità della natura (Giub 6,4). Il segno di quest'alleanza è l'arcobaleno, che
garantisce che nessun diluvio verrà più a distruggere la terra (Giub 6,14-16). Perciò la festa delle
Settimane viene istituita come rito di rinnovamentodell'alleanza con Noè: «Per
questa ragione è comandato e prescritto sulle tavole celesti che vi siano delle
persone che celebrano la festa delle Settimane, in questo mese, una volta all'anno,
per rinnovare l'alleanza, ogni anno. Questa festa è stata integralmente
celebrata nel cielo dal giorno della creazione fino al tempo di Noè: per
ventisei giubilei e cinque settimane di anni [...]. E tu, comanda ai figli di Israele di osservare questa festa
di generazione in generazione: è un comandamento per loro (di osservarla) in
questo mese; celebrino la festa un solo giorno all'anno in questo mese. È
infatti la festa delle Settimane e la festa delle Primizie. Questa festa è
doppia e ha un doppio carattere» della festa, che indica un cambiamento di
significato: da festa agricola, la festa delle Settimane si trasforma in festa
dell'alleanza. Festa delle primizie e del rinnovamento dell'alleanza, Shavuot (festa delle Settimane)
diventa Shevuot (festa dei Giuramenti). Un secolo prima, 2Cr 15,10-15 faceva già riferimento
a un giuramento prestato dal popolo di Gerusalemme «il terzo mese». Secondo il
rotolo del Tempio, sembra che la setta di Qumran abbia fatto della Pentecoste
la sua festa principale, e che i suoi membri vi rinnovassero ritualmente la
loro partecipazione all'alleanza di Dio (11Q19
18,10-19,9). In una terza tappa della trasformazione della festa si
focalizza l'attenzione non più sull'alleanza con Noè, ma sul dono della Torah
al Sinai, La data della festa coincideva pressapoco con il calendario
dell'Esodo (Es 19,1). Ma quando si è imposta questa nuova accentuazione
teologica? Eduard Lohse nega che questa storicizzazione della festa si avvenuta
prima del 70 (art. «πεντεkοστή»,
46-49) ma è difficile raggiungere al riguardo una certezza. La scomparsa del
tempio di Gerusalemme, che rendeva impossibile qualsiasi pellegrinaggio e
offerta sacrificale, ha certamente accelerato il cambiamento. il primo
testimone sicuro è il Rabbi José ben Chalapta (verso il 150). A partire dal II
secolo, il racconto del dono della Torah (Es 19) figura nel lezionario della
liturgia pentecostale. Verso il 270, Rabbi Eleazar be Pendath sintetizza
l'opinione generale:
«La
Pentecoste è il giorno in cui fu donata la Legge» (trattato Pesiqta 68b). "
tratto da: -
Daniel Marguerat Gli Atti degli Apostoli 1 At 1-12
Traduzione di Romeo Fabbri, (Testi e commenti), EDB Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 2011, 81.
Theologica V.
Raymond E. BROWN
" La Pentecoste ebraica era una festa agricola celebrata in maggio o in giugno per ringraziare Dio per il raccolto del grano; ma, come le altre feste pastorali o agricole degli ebrei, aveva assunto anche un altro significato, cioè il ricordo che Dio aveva fatto per il popolo eletto nel corso dei secoli.
A Pasqua, gli ebrei commemoravano la liberazione dall'Egitto. Nel racconto dell'Esodo (19,1), circa un mese e mezzo dopo la liberazione, gli israeliti giunsero al Sinai; perciò la Pentecoste, che cadeva un mese e mezzo dopo la Pasqua ebraica, divenne la commemorazione del patto tra Dio e Israele sul Sinai, quando Israele fu chiamato a essere il popolo di Dio.
(...)
La reazione di quanti udirono parlare in lingue quei discepoli che avevano ricevuto lo Spirito Santo e che nel loro comportamento estatico sembravano ubriachi induce Pietro a fare la prima predica cristiana: una predica considerata dagli Atti come la presentazione fondamentale del vangelo.
(...)
Il mondo intorno a noi, perfino in paesi nominalmente cristiani, è sempre meno disposto a pensare che il cristianesimo proclami verità sconvolgenti.
Chi crede solo a ciò che vede è propenso a domandarsi se la venuta di Gesù abbia cambiato qualcosa in questo mondo, afflitto ancor oggi da guerre, oppressione, povertà e sofferenze.
Eppure, noi cristiani continuiamo a credere e a proclamare che ci sono nuove possibilità radicali per la vita che non esistevano prima perché «chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (At 2,21).
Come già aveva fatto Gesù, anche Pietro — primo predicatore cristiano — sfida l'autosufficienza umana, proclamando sia la necessità della grazia di Dio sia la possibilità di riceverla.
Si noti che Pietro proclama il suo messaggio in termini che potremmo chiamare dell'Antico Testamento, affermando così la continuità fondamentale tra ciò che Dio aveva operato in Gesù Cristo e ciò che il Dio d'Israele aveva fatto e promesso al popolo dell'alleanza.
(...)
l'Antico Testamento rimane un elemento essenziale del messaggio cristiano. Tratta infatti non solo del patto di alleanza, ma anche dei tentativi del popolo ebraico di vivere, negli alti e bassi di un millennio, come popolo alleato di Dio. Il Nuovo Testamento da solo copre un periodo di tempo troppo breve e contiene troppi successi per poter trasmettere ai cristiani le lezioni dell'Antico Testamento.
Per secoli l'Antico Testamento (eccetto i versetti dei Salmi) non fu mai letto alla domenica nelle chiese cattoliche, lasciandoci così all'oscuro dei suoi preziosi insegnamenti.
Grazie al Vaticano II, la situazione è migliorata, ma c'è ancora da restar delusi al vedere che ben di rado le letture dell'Antico Testamento formano l'argomento dell'omelia.
I predicatori passano troppo facilmente e troppo in fretta ai brani evangelici, anche quando le cose più stimolanti per gli uditori si trovano nei brani dell'Antico Testamento. "
tratto da: - Raymond E. Brown
Azione e promessa dello Spirito a Pentecoste
Riflessioni sulle letture liturgiche tra Pasqua e Pentecoste tratte dagli Atti degli Apostoli e dal vangelo secondo Giovanni
(meditazioni 114), Editrice Queriniana, Brescia, 2005, traduzione di Cherubino Guzzetti,
20-24 (passi scelti).
L'angolo
della preghiera
per non deporre la preghiera in
un angolo
Vieni Spirito creatore.
Il mondo è stato creato per opera tua.
Continua la tua creazione.
Io stesso, come il mondo,
ho bisogno della tua forza che rinnova.
Ricrea ciò che hai creato.
Collega ciò che è disperso.
Risveglia ciò che è inerte.
Ringiovanisci ciò che è vecchio.
Dacci occhi per vedere la luce,
il creato e l’increato.
Dacci la tua forza che produce frutto
e gioia nello spirito e nel corpo.
Sciogli quanto è irrigidito.
Ridà la vita
a chi è intorpidito dall’ansia.
Dona coraggio ai depressi,
speranza agli scoraggiati,
(...)
fede a chi la cerca.
Ai muti dona la parola.
A chi ama una parola d’amore.
A chi è grato una parola di ringraziamento.
A chi cerca la verità una parola vera.
Agli sfiduciati una parola di speranza
e a chi non sa come lodarti,
una parola di lode, mio Dio.
Risuscita i morti,
agli stanchi ridona vigore.
Chi è spossato possa alzarsi
e muoversi chi non cammina.
A chi è disorientato
indica una via.
tratto da: - Jörg Zink, Come
pregare Meditazioni,
Traduzione di Giuliana Gandolfo, («Meditazioni bibliche»),
Claudiana Editrice, Torino, 1988, seconda
edizione 1995, 49, successive edizioni.
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Senza di te, Spirito Santo,
Gesù è solamente un personaggio del passato,
di cui conoscere la storia,
ma con te egli è qui, in mezzo a noi
e continua ad agire in noi.
Senza di te, Spirito Santo,
il Vangelo resta lettera morta,
testo antico, spesso indecifrabile,
messaggio astratto che viaggia sopra le nostre teste,
ma con te esso diventa
una parola d'amore, una Buona Notizia,
un annuncio che trasforma i cuori
e cambia il corso della nostra esistenza.
Senza di te, Spirito Santo, la Chiesa
si riduce solo ad un'organizzazione
e l'autorità ad un esercizio di potere,
così come accade in ogni società,
ma con te la comunità cristiana
diventa esperienza viva di fraternità,
comunione profonda che supera
qualsiasi altro conflitto e qualsiasi difficoltà,
ricchezza inesausta grazie alla diversità
di doni che tu le fai giungere.
E soprattutto i discepoli si considerano
gli uni servi degli altri
e non ambiscono a riconoscimenti,
né cercano i primi posti.
Senza di te, Spirito Santo, la missione assume
i toni di una propaganda
e di una ricerca di consenso,
ma con te coloro che ricevono l'annuncio
sentono una gioia ed una pace sconosciute
e la capacità di seguire Gesù, portando la croce.
tratto da: - la Preghiera di Roberto Laurita
in:
Servizio della Parola strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee
n. 476 Anno XLVIII Aprile/Maggio 2016 27 marzo / 15 maggio,
Editrice Queriniana, Brescia, 202.
gratuito
Domenica 15 maggio 2016
- PENTECOSTE -
BIBLICA
Atti 2,1-18
1 Quando il giorno della Pentecoste giunse,
tutti erano insieme nello stesso luogo.
2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono
come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano
seduti.
3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che
si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro.
4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e
cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di
esprimersi.
5 Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei,
uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo.
6 Quando avvenne quel suono, la folla si
raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.
7 E tutti stupivano e si meravigliavano,
dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei?
8 Come mai li udiamo parlare ciascuno nella
nostra propria lingua natìa?
9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della
Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, 10 della
Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia cirenaica e
pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li
udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue».
12 Tutti stupivano ed erano perplessi
chiedendosi l'uno all'altro: «Che cosa significa questo?»
13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono
pieni di vino dolce».
14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici,
alzò la voce e parlò loro così:
«Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in
Gerusalemme, vi sia noto questo, e ascoltate attentamente le mie parole. 15 Questi
non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del
giorno; 16 ma questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele:
17 "Avverrà negli ultimi
giorni",
dice Dio, "che io spanderò il mio Spirito
sopra ogni persona;
i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno,
i vostri
giovani avranno delle visioni,
e i vostri vecchi sogneranno dei sogni.
18 Anche sui miei servi e sulle
mie serve,
in quei giorni, spanderò il mio Spirito, e profetizzeranno.
BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE
Maurizio ABBÀ
- Pentecoste di congiunzione
il testo greco inizia con una ‘E’ di congiunzione, letteralmente: “E in il
compiersi del giorno della pentecoste”. Risulta molto importante questa ‘E’,
infatti, collega, seppur idealmente, la Pentecoste all’Ascensione. Ascensione:
non è Gesù che ci lascia e quindi l’abbandono della fede, tutt’altro è la
liberazione della fede, una fede che cresce: Gesù vuole discepoli liberi non
sudditi paurosi. La ‘E’ che inizia un testo letterariamente, solitamente, non
si usa, invece la Bibbia inizia più volte con una e iniziale. Questo porge il
senso di una narrazione che è generazione e la generazione è narrazione. L’uomo
è Homo narrans (Jean-Pierre Sonnet, Generare è narrare, Vita e Pensiero),
almeno, dovrebbe esserlo.
- Pentecoste a maturazione:
ora l’accento è sul compimento (Il testo letteralmente suona così: E in il
compiersi del giorno della pentecoste), è frutto maturo e succoso.
- Pentecoste dove … il luogo dove si è svolto quanto narrato negli Atti, dov’è? È
nella «sala di sopra» Atti 1,13 luogo
di ritrovo abituale dei discepoli? Oppure, data la quantità di persone
prefigurata dal testo, forse sarebbe probabile allora un luogo ben più ampio,
potrebbe essere il cortile del tempio? Per noi resta la domanda più incisiva: dove accade Pentecoste? Non c’è un luogo
privilegiato, (sospiro di sollievo), non c’è una particolare ‘Terra Santa’ da
difendere o da riconquistare con le armi. Poi, consideriamo che la chiesa non è
un edificio ma sono le creature che la compongono, la chiesa è di ‘pietre viventi’.
- Le Pentecosti: al plurale per due motivi.
Primo motivo: una festa, ma due radici
e due significati: festa dal sapore
molto antico, originariamente festa del raccolto, della mietitura e,
successivamente, dopo il 70 e.v., anche festa del dono della Torah. Una
festa ebraica.
“ LA CHIESA NASCE MENTRE CELEBRA UNA FESTA EBRAICA” (Paolo Ricca)
Secondo motivo: le Pentecosti: oltre al
testo di Atti 2 vi sono altre
Pentecosti, per così dire, altre scintille di significati, ad esempio: Giovanni 14,15-31; I Corinzi 12,13.
Pentecoste come
…quel come è un vero toccasana, è un
autentico antidoto al veleno del fondamentalismo religioso (vi sono purtroppo
molti fondamentalismi non solo religiosi). Si comprende come il linguaggio
umano sia limitato (anche il linguaggio teologico? Soprattutto il linguaggio
teologico) e può rinviare solo una pallida idea dei doni che Dio ci porge:
come di un vento: non è un vento
ma “(un) suono come di irrompente soffio violento”. Nel commento di Francesco
Mosetto: “come di vento gagliardo”. Ecco un cristianesimo gagliardo ci vuole,
generoso e valoroso, aria frizzante nelle nostre vite e nelle comunitàì;
lingue come di fuoco: non è un fuoco ma come lingue di fuoco … su ciascuno di
loro, si è raggiunti individualmente nella comunità, quindi individualmente ma
non individualisticamente, tutti erano
insieme questo racchiude una grande promessa: ogni creatura è speciale e
non è isolata, i doni ricevuti sono restituiti nella condivisione.
- Pentecoste: è
… tempo d’Avvento non solo il periodo prenatalizio è Avvento, saper
attendere, imparare ad attendere è una scuola. Tempo d’avvento sì e, al
contempo, la Pentecoste è anche:
tempo di
mietitura saper
aspettare per ac-cogliere la maturazione, la fretta non aiuta, porta solo
frutti acerbi. Nel nostro piccolo ogni giorno è una piccola ma significativa
mietitura:
«Credente non è chi ha creduto una volta per tutte,
ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo
continuamente», (Erri De Luca, Ora Prima,
Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, 1997, 7).
Tempo di festa
La festa è
da riscoprire per tutti, ma proprio per tutti: anche gli animali non dovrebbero
pagare con la vita per le nostre feste. «Gli animali sembrano essere stati
esclusi dal messaggio cristiano di riconciliazione e di pace. Certamente, con l’avvento
del cristianesimo, la loro condizione e la loro sorte non sono molto
migliorate. Basti pensare al fatto che le due maggiori festività cristiane
(Natale e Pasqua) si traducono ogni volta in una grande ecatombe di animali,
che finiscono sulle nostre mense. Le nostre feste sono per gli animali una vera
sciagura. (…) È tempo che gli uomini modifichino profondamente il loro modo di
porsi davanti agli animali e il loro modo di trattarli. Anche in questo campo è
necessaria una vera e propria conversione», Paolo Ricca, Roma, 27 giugno 2006
in: Paolo Ricca, Introduzione, Un Giorno
Una Parola 2007, Claudiana, 17-18.20;
speranza è anche scambio intergenerazionale
i giovani…visioni vedranno
anziani…sogni sogneranno
saggezza e prospettiva (oggi si direbbe progettazione)
disciplina e fantasia si distinguono e s’intrecciano, le nostre chiese
e pure la società ha bisogno dell’incontro tra le generazioni e dello scambio
di saggezze e di energie;
un linguaggio
non religioso, un linguaggio per tutti, era la grande speranza di Dietrich Bonhoeffer, un
linguaggio nuovo, accessibile, il teologo ha potuto solo delineare la
possibilità di questo. Il testo di Atti
ci parla di stranieri che si capiscono, non c’è più la diversità, c’è lo
straniero.
Tutti sono chiamati a parlare, anche gli Ultimi, anche loro hanno diritto a visioni e sogni; ha sognato Etty Hillesum, e non nella tranquillità di un comodo salotto:
Tutti sono chiamati a parlare, anche gli Ultimi, anche loro hanno diritto a visioni e sogni; ha sognato Etty Hillesum, e non nella tranquillità di un comodo salotto:
«Volevo solo dire questo: la miseria che c’è qui
è veramente terribile – eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato
dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo
spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far
niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una
cosa splendida e grande, più tardi dovremo costuire un mondo completamente
nuovo»
(Etty Hillesum, dal campo di concentramento di
Westerbork, 1943, Lettere, edizione
integrale, Adelphi, 97);
tutti erano insieme anche qui, un duplice insegnamento (come minimo):
il racconto della Torre di Babele: come si sa è un
classico contrapporgli Atti 2 e
in parte è bene che sia così: Genesi 11
è, innanzitutto, la condanna della mercificazione del lavoratore; la
persona era, lì, ridotta ad oggetto, anzi molto meno di un oggetto. Una
tradizione ebraica giustamente stigmatizzava e s’indignava per il fatto che se
moriva una persona sul cantiere della costruzione della Torre era considerato
irrilevante, se invece andava perduto un mattone c’erano indagini approfondite.
Poi, in Genesi 11 c’è la condanna del pensiero unico che è la negazione della
diversità; però, proprio su questo, è un racconto che può essere visto anche in
maniera un po’ diversa.
«Come dall’Eden, così dalla valle di Scin’ar fu
imposto esilio ai temerari. Diversamente si può interpretare l’urgenza divina
che smembrò in loquele l’idioma universale. A Dio parve inadeguata all’uomo la
povertà di una sola lingua. Che siano le tigri siberiane a possederne una
adatta a intendersi con le loro simili dislocate nel Bengala. Gli uomini invece
stentino, siano costretti ad apprendere per potersi capire», (Erri De Luca, Una nuvola come tappeto, Feltrinelli,
Milano, 1992, 14).
- No pensiero unico - Sì cattolicità. ‘Cattolicità’ è
bene che anche il protestantesimo si riappropri di questa ‘nota’ caratteristica
della chiesa cristiana. Accanto ad Evangelicità ed Ortodossia ci sta, infatti, a
pieno titolo, la Cattolicità. Come non cadere nel rischio, di nuovo, del
pensiero unico che azzera le differenza e annulla le diversità? Riconoscendo
che di Evangelicità, Ortodossia e Cattolicità non riusciamo che a sfiorarne che
dei frammenti.
Cattolicità è universalità: è anche un modo per dire che siamo
tutti sullo stesso pianeta, l’unico che abbiamo. Nell’averne cura e premura la
rapidità qui sarebbe assai gradita.
Theologica I.
Paolo RICCA
" (...) Questa è la nostra situazione: parliamo di Pentecoste in lingue che NON SONO la lingua di Pentecoste. Parliamo di Pentecoste senza conoscere la lingua di Pentecoste. Parliamo di Pentecoste in lingue che non sono la lingua di Pentecoste. Che vuol dire questo?
Vuol dire che non siamo ancora il popolo di Pentecoste o lo siamo soltanto in maniera molto parziale. In realtà Pentecoste sta ancora davanti a noi, e sarebbe già bellissimo se, pur non essendo ancora la chiesa di Pentecoste, fossimo però già la chiesa che DESIDERA Pentecoste, che l'attende e l'invoca. "
tratto da: - Paolo Ricca, La Pentecoste e le Genti Lezione biblica, in "Riempiti di Spirito Santo si misero a parlare in altre lingue" Verso la comunione dei popoli, Atti - XXXII Sessione Segretariato Attività Ecumeniche, La Mendola, 1994, Edizioni Dehoniane, Roma, 1995, 50-57; 50-57, qui 50;
poi ripubblicato in:
- Paolo Ricca, La Pentecoste e le genti, in: Le ragioni della fede (I libri di Paolo Ricca), Claudiana, Torino, 2010, 87-95.
Theologica II.
Theologica III.
Helmut GOLLWITZER
Spirito Santo
Tutto è niente se non sappiamo e non possiamo dire nulla di Lui. Tutto rimane vuoto discorso umano, se Egli non lo riempie. Tutto il cristianesimo, tutte le azioni e i discorsi della Chiesa non sono niente se Egli non rende veritiero quanto è asserito. Tutto ciò che viene affermato spinge a porre domande su di Lui, sulla sua realtà e la sua opera. Di chi intendiamo parlare? È chiaro: dello Spirito Santo.
(...)
Tutto ciò che viene annunciato dai profeti, apostoli, dalla Chiesa dischiude una prospettiva infinita. Dalla prima all'ultima pagina della Bibbia si aprono finestre verso l'alto, all'indietro e in avanti. E tutto attende che anche noi guardiamo fuori, che respiriamo realmente l'aria che entra dentro. È tutto qui il problema: si tratta del nostro vedere, del nostro respirare, del nostro assimilare, del nostro vivere di quella vita che qui ci appare dinanzi.
(...)
Una grande audacia che la cristianità può accettare solo con molte difficoltà. Una grande fiducia: affidare la propria esistenza ad un miracolo. Spesso tra i cristiani si è creduto di poter avanzare più speditamente se ci si aiuta un po' da soli, se ci si fida un po' meno di questo imprevedibile miracolo dello Spirito Santo e un po' più della propria organizzazione, della propaganda e della diplomazia. Ma non è forse meglio che noi dipendiamo interamente dal miracolo, da Dio stesso? Ciò ha invero due buone conseguenze: la nostra riconoscenza, per tutto ciò che l'Evangelo ci porta, va illimitatamente a Lui e in nulla a noi. Inoltre, la nostra speranza viene posta esclusivamente in Dio: sia nei riguardi di noi stessi come degli altri uomini del cui rapporto con Dio ci preoccupiamo, e parimenti nei riguardi della Chiesa e del mondo. Una speranza che si fonda sul fatto che Egli ha garantito di salvare e perfezionare, di mantenere quanto ha promesso e di condurre a termine quanto ha incominciato. Questa è la sua incrollabilità, la sua ferma certezza verso quanto oggi, è in tutti i tempi, viene contrariamente affermato.
Ora è chiaro perché, nella religione cristiana, si può parlare dello Spirito Santo soltanto in forma trinitaria.
«La terza persona della divinità» significa dunque: come noi e tutto il mondo abbiamo da Lui, quale creatore, l'esistenza e la vita; come Egli, nella venuta di Gesù Cristo, si è unito con noi uomini, indissolubilmente, nel tessuto della nostra storia; così Egli è colui che apre il nostro cuore e il nostro spirito alla conoscenza del suo essere creatore e della sua azione di riconciliazione in Gesù. Come creatore e riconciliatore. Egli opera fuori di noi, opera pure in noi: tre volte diversamente e tre volte nel medesimo modo.
La dottrina trinitaria non si trova appunto sul piano inclinato dal monoteismo al politeismo; al contrario, essa tende a stabilire l'unità di Dio.
Se il Nuovo Testamento sembra accennare a tre diverse direzioni quando parla di Dio: la creazione, Gesù Cristo e l'opera dello Spirito Santo in noi, indica per tre volte però lo stesso Signore vivente, colui, cioè, che porta dentro di noi ciò che ha iniziato fuori di noi, colui che, come afferma Lutero, ci colloca il tesoro sul tavolo, ma si preoccupa pure che lo afferriamo e lo facciamo nostro.
(...)
" «Lo Spirito Santo sa solo predicare Gesù Cristo; non sa fare null'altro, il povero Spirito Santo».
(...)
Non dobbiamo mai vedere la nostra fede, la nostra preghiera, il nostro cristianesimo senza la Chiesa.
Se parliamo dello "Spirito creatore' non dobbiamo subito pensare ai mutamenti dell'uomo singolo, ma al fatto che la Chiesa è una realtà. Essa non esisterebbe senza lo Spirito Santo: non sarebbe mai esistita e da tempo scomparsa, travolta dalla nostra disunione, dalla politica ecclesiastica, dal nostro furore organizzativo, sacrificata più dai suoi difensori che dai suoi nemici.
Lo Spirito Santo si premura che essa rimanga, nonostante i nostri errori: fintanto che ci saranno uomini, fino alla grande rivelazione di Gesù Cristo.
Al di là di tutte le confessioni, lo Spirito Santo crea una comunità di santi, di uomini credenti.
Egli rappresenta, pure, la speranza di tutti i nostri odierni tentativi per l'avvicinamento di gruppi separati nella cristianità. "
tratto da: - Helmut Gollwitzer voce: 'Spirito Santo'
in: Dizionario del Pensiero Protestante Una teologia per non teologi
a cura di Hans Jürgen Schultz
Herder Editrice e Libreria - Edizioni Morcelliana, Roma, Brescia, 1970, 527-533.
Karl RAHNER
" Timore nei 'tradizionalisti' e nei ' progressisti'
Il timore si può rintracciare nei 'tradizionalisti'.
Se l'esito non è certo in anticipo essi temono l'iniziativa e l'esperimento. Non riescono ad ascoltare nessuna formula di fede che non sia stata loro insegnata fin dalla giovinezza, come se una formula e lo Spirito, a cui la formula rende testimonianza, fossero la stessa cosa.
(...)
La tradizione, che giustamente difendono, è per essi la terra che i padri hanno acquistato in maniera definitiva e si deve dissodare e coltivare; non è una tappa del pellegrinaggio che si è invitati a proseguire, anche se, naturalmente, nella direzione in cui si è finora mossi. Se in teoria ammettono e professano la presenza dello Spirito santo nella chiesa come suo dinamismo divino, in fondo l'accettano solo per avere il diritto di rifiutarsi nella vita a questo Spirito, che non può essere sottoposto a calcoli.
Però si ha l'impressione che abbiano timore di questo Spirito santo anche coloro che con orgoglio si chiamano da se stessi 'progressisti' o sono sospettati dagli altri come tali. Ora fare davvero affidamento sulla forza dello Spirito presente nella sua chiesa significa credere e sperare che egli opera sempre in essa in maniera nuova.
(...)
Quando si domanda sia ai 'tradizionalisti' che ai 'progressisti' se hanno timore, gli uni come gli altri, di fronte allo Spirito, non si deve pensare che si voglia stabilire una facile conciliazione dialettica, come spesso e volentieri i professori ed oggi anche i vescovi cercano di fare, consigliando un facile compromesso o un' aurea medietas.
Esistono naturalmente vie di mezzo sensate, gli estremismi di coloro che semplificano terribilmente le cose sono stupidi e possono condurre solo alla catastrofe. Esistono anche virtù cristiane quali la moderazione, la pazienza, il realismo che non è tanto fanatico da voler trasformare troppo rapidamente il mondo in un paradiso, che si ridurrebbe solo ad un campo di concentramento in cui tutti gli uomini sarebbero costretti ad essere felici.
Tuttavia lo Spirito santo non è esattamente la forza che appiana gli antagonismi intramondani, il centro di equilibrio, la santità che esprime il gretto ideale moderato della borghesia. Egli non può essere concepito come un momento dialettico il cui opposto si configura come lettera, legge, istituzione, calcolo razionale. È piuttosto la forza che fa esplodere continuamente tutte queste sintesi, empiriche e dialettiche, formate da realtà opposte —che esistono legittimamente — e le fa confluire in quel movimento che tende verso il Dio incomprensibile, che a sua volta non costituisce un momento singolo nella realtà del mondo e nel contrasto e nel coordinamento delle sue forze. "
tratto da: - Karl Rahner, Chi ha paura dello Spirito? (riflessioni sulla Pentecoste)
in: Yves Congar - Karl Rahner, La Pentecoste
Traduzione di Alfredo Marranzini
(meditazioni 4), Editrice Queriniana, Brescia, 1989 terza edizione, 85-86.87-88.
In copertina: Discesa dello Spirito santo, Udine, Archivio Capitolare ms 12, c. 229 v.
Theologica IV.
Daniel MARGUERAT
" Pentecoste: la storia di una festa
Al tempo della loro installazione in Palestina, gli israeliti
hanno ereditato dai cananei la celebrazione in primavera di una festa dei
raccolti che hanno chiamato festa della mietitura, giorno delle primizie o
festa delle Settimane (Shavuot).
Quest'ultimo nome si impose, perché la festa aveva luogo sette settimane dopo
il taglio delle prime spighe (Dt 16,9). Il suo nome greco πεντεkοστή, Cinquantina si legge nella Settanta in
Tb 2,1 e 2Mac 12,32. La festa fa parte dei tre riti festivi obbligatori, fra la
festa della Pasqua e la festa delle Capanne (Es 23,16-17). Pur essendo la più
modesta delle tre feste di pellegrinaggio, essa riunisce, secondo Filone e
Flavio Giuseppe, un gran numero di pellegrini a Gerusalemme, provenienti sia dalle
campagne palestinesi sia dalla diaspora (Filone, De specialibus legibus 1,69; Flavio Giuseppe, Guerra giudaica 1,253; Antichità
giudaiche 14,337; 17,254). Gioiosa, la festa di Shavuot è dominata dal ringraziamento al Creatore per le messi.
L'offerta delle primizie, rappresentazione simbolica del raccolto, ritualizza
la gratitudine di Israele (Es 34,22; Lv 23,15-21; Nm 28,26). Il collegamento
cronologico di Shavuot al ciclo
pasquale è attestato già in Lv 23,15, che conta per la sua datazione sette
settimane dopo il sabato che segue la Pasqua. Alle soglie dell'era cristiana i
rabbini chiamano la festa Atseret,
cioè «chiusura»,
perché essa conclude il ciclo inaugurato dagli Azzimi e dalla Pasqua (trattato Hagigah 2,4; Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche 3,252). Del resto,
sembrava esservi un disaccordo sulla data: secondo un computo (farisaico), Shavuot viene celebrata un giorno
qualsiasi della settimana, secondo un altro (sacerdotale ed esseno), la festa
deve cadere l'indomani di un sabato. Ma il collegamento con il computo pasquale
va di pari passo con un'evoluzione del senso della festa, come testimonia il Libro dei Giubilei, redatto oltre un
secolo prima dell'inizio dell'era cristiana. Questo libro celebra l'alleanza
conclusa da Dio con Noè (Gen 9), un'alleanza che comprende specialmente la
promessa divina della fecondità della natura (Giub 6,4). Il segno di quest'alleanza è l'arcobaleno, che
garantisce che nessun diluvio verrà più a distruggere la terra (Giub 6,14-16). Perciò la festa delle
Settimane viene istituita come rito di rinnovamentodell'alleanza con Noè: «Per
questa ragione è comandato e prescritto sulle tavole celesti che vi siano delle
persone che celebrano la festa delle Settimane, in questo mese, una volta all'anno,
per rinnovare l'alleanza, ogni anno. Questa festa è stata integralmente
celebrata nel cielo dal giorno della creazione fino al tempo di Noè: per
ventisei giubilei e cinque settimane di anni [...]. E tu, comanda ai figli di Israele di osservare questa festa
di generazione in generazione: è un comandamento per loro (di osservarla) in
questo mese; celebrino la festa un solo giorno all'anno in questo mese. È
infatti la festa delle Settimane e la festa delle Primizie. Questa festa è
doppia e ha un doppio carattere» della festa, che indica un cambiamento di
significato: da festa agricola, la festa delle Settimane si trasforma in festa
dell'alleanza. Festa delle primizie e del rinnovamento dell'alleanza, Shavuot (festa delle Settimane)
diventa Shevuot (festa dei Giuramenti). Un secolo prima, 2Cr 15,10-15 faceva già riferimento
a un giuramento prestato dal popolo di Gerusalemme «il terzo mese». Secondo il
rotolo del Tempio, sembra che la setta di Qumran abbia fatto della Pentecoste
la sua festa principale, e che i suoi membri vi rinnovassero ritualmente la
loro partecipazione all'alleanza di Dio (11Q19
18,10-19,9). In una terza tappa della trasformazione della festa si
focalizza l'attenzione non più sull'alleanza con Noè, ma sul dono della Torah
al Sinai, La data della festa coincideva pressapoco con il calendario
dell'Esodo (Es 19,1). Ma quando si è imposta questa nuova accentuazione
teologica? Eduard Lohse nega che questa storicizzazione della festa si avvenuta
prima del 70 (art. «πεντεkοστή»,
46-49) ma è difficile raggiungere al riguardo una certezza. La scomparsa del
tempio di Gerusalemme, che rendeva impossibile qualsiasi pellegrinaggio e
offerta sacrificale, ha certamente accelerato il cambiamento. il primo
testimone sicuro è il Rabbi José ben Chalapta (verso il 150). A partire dal II
secolo, il racconto del dono della Torah (Es 19) figura nel lezionario della
liturgia pentecostale. Verso il 270, Rabbi Eleazar be Pendath sintetizza
l'opinione generale:
«La
Pentecoste è il giorno in cui fu donata la Legge» (trattato Pesiqta 68b). "
tratto da: -
Daniel Marguerat Gli Atti degli Apostoli 1 At 1-12
Traduzione di Romeo Fabbri, (Testi e commenti), EDB Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 2011, 81.
Theologica V.
Raymond E. BROWN
" La Pentecoste ebraica era una festa agricola celebrata in maggio o in giugno per ringraziare Dio per il raccolto del grano; ma, come le altre feste pastorali o agricole degli ebrei, aveva assunto anche un altro significato, cioè il ricordo che Dio aveva fatto per il popolo eletto nel corso dei secoli.
A Pasqua, gli ebrei commemoravano la liberazione dall'Egitto. Nel racconto dell'Esodo (19,1), circa un mese e mezzo dopo la liberazione, gli israeliti giunsero al Sinai; perciò la Pentecoste, che cadeva un mese e mezzo dopo la Pasqua ebraica, divenne la commemorazione del patto tra Dio e Israele sul Sinai, quando Israele fu chiamato a essere il popolo di Dio.
(...)
La reazione di quanti udirono parlare in lingue quei discepoli che avevano ricevuto lo Spirito Santo e che nel loro comportamento estatico sembravano ubriachi induce Pietro a fare la prima predica cristiana: una predica considerata dagli Atti come la presentazione fondamentale del vangelo.
(...)
Il mondo intorno a noi, perfino in paesi nominalmente cristiani, è sempre meno disposto a pensare che il cristianesimo proclami verità sconvolgenti.
Chi crede solo a ciò che vede è propenso a domandarsi se la venuta di Gesù abbia cambiato qualcosa in questo mondo, afflitto ancor oggi da guerre, oppressione, povertà e sofferenze.
Eppure, noi cristiani continuiamo a credere e a proclamare che ci sono nuove possibilità radicali per la vita che non esistevano prima perché «chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (At 2,21).
Come già aveva fatto Gesù, anche Pietro — primo predicatore cristiano — sfida l'autosufficienza umana, proclamando sia la necessità della grazia di Dio sia la possibilità di riceverla.
Si noti che Pietro proclama il suo messaggio in termini che potremmo chiamare dell'Antico Testamento, affermando così la continuità fondamentale tra ciò che Dio aveva operato in Gesù Cristo e ciò che il Dio d'Israele aveva fatto e promesso al popolo dell'alleanza.
(...)
l'Antico Testamento rimane un elemento essenziale del messaggio cristiano. Tratta infatti non solo del patto di alleanza, ma anche dei tentativi del popolo ebraico di vivere, negli alti e bassi di un millennio, come popolo alleato di Dio. Il Nuovo Testamento da solo copre un periodo di tempo troppo breve e contiene troppi successi per poter trasmettere ai cristiani le lezioni dell'Antico Testamento.
Per secoli l'Antico Testamento (eccetto i versetti dei Salmi) non fu mai letto alla domenica nelle chiese cattoliche, lasciandoci così all'oscuro dei suoi preziosi insegnamenti.
Grazie al Vaticano II, la situazione è migliorata, ma c'è ancora da restar delusi al vedere che ben di rado le letture dell'Antico Testamento formano l'argomento dell'omelia.
I predicatori passano troppo facilmente e troppo in fretta ai brani evangelici, anche quando le cose più stimolanti per gli uditori si trovano nei brani dell'Antico Testamento. "
tratto da: - Raymond E. Brown
Azione e promessa dello Spirito a Pentecoste
Azione e promessa dello Spirito a Pentecoste
Riflessioni sulle letture liturgiche tra Pasqua e Pentecoste tratte dagli Atti degli Apostoli e dal vangelo secondo Giovanni
(meditazioni 114), Editrice Queriniana, Brescia, 2005, traduzione di Cherubino Guzzetti,
20-24 (passi scelti).
20-24 (passi scelti).
L'angolo
della preghiera
per non deporre la preghiera in
un angolo
Vieni Spirito creatore.
Il mondo è stato creato per opera tua.
Continua la tua creazione.
Io stesso, come il mondo,
ho bisogno della tua forza che rinnova.
Ricrea ciò che hai creato.
Collega ciò che è disperso.
Risveglia ciò che è inerte.
Ringiovanisci ciò che è vecchio.
Dacci occhi per vedere la luce,
il creato e l’increato.
Dacci la tua forza che produce frutto
e gioia nello spirito e nel corpo.
Sciogli quanto è irrigidito.
Ridà la vita
a chi è intorpidito dall’ansia.
Dona coraggio ai depressi,
speranza agli scoraggiati,
(...)
fede a chi la cerca.
Ai muti dona la parola.
A chi ama una parola d’amore.
A chi è grato una parola di ringraziamento.
A chi cerca la verità una parola vera.
Agli sfiduciati una parola di speranza
e a chi non sa come lodarti,
una parola di lode, mio Dio.
Risuscita i morti,
agli stanchi ridona vigore.
Chi è spossato possa alzarsi
e muoversi chi non cammina.
A chi è disorientato
indica una via.
tratto da: - Jörg Zink, Come
pregare Meditazioni,
Traduzione di Giuliana Gandolfo, («Meditazioni bibliche»),
Claudiana Editrice, Torino, 1988, seconda
edizione 1995, 49, successive edizioni.
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Senza di te, Spirito Santo,
Gesù è solamente un personaggio del passato,
di cui conoscere la storia,
ma con te egli è qui, in mezzo a noi
e continua ad agire in noi.
Senza di te, Spirito Santo,
il Vangelo resta lettera morta,
testo antico, spesso indecifrabile,
messaggio astratto che viaggia sopra le nostre teste,
ma con te esso diventa
una parola d'amore, una Buona Notizia,
un annuncio che trasforma i cuori
e cambia il corso della nostra esistenza.
Senza di te, Spirito Santo, la Chiesa
si riduce solo ad un'organizzazione
e l'autorità ad un esercizio di potere,
così come accade in ogni società,
ma con te la comunità cristiana
diventa esperienza viva di fraternità,
comunione profonda che supera
qualsiasi altro conflitto e qualsiasi difficoltà,
ricchezza inesausta grazie alla diversità
di doni che tu le fai giungere.
E soprattutto i discepoli si considerano
gli uni servi degli altri
e non ambiscono a riconoscimenti,
né cercano i primi posti.
Senza di te, Spirito Santo, la missione assume
i toni di una propaganda
e di una ricerca di consenso,
ma con te coloro che ricevono l'annuncio
sentono una gioia ed una pace sconosciute
e la capacità di seguire Gesù, portando la croce.
tratto da: - la Preghiera di Roberto Laurita
in:
Servizio della Parola strumento di lavoro per la comunicazione di fede nelle assemblee
n. 476 Anno XLVIII Aprile/Maggio 2016 27 marzo / 15 maggio,
Editrice Queriniana, Brescia, 202.


