venerdì 30 agosto 2019

la Lumière - Domenica 1 settembre - Giobbe 23,1-5.12b

foglio biblico, teologico, liturgico
gratuito



DOMENICA 1 SETTEMBRE - 12a DOPO PENTECOSTE

GIOBBE  23,1-5.12b
versione Nuova Riveduta


1  Giobbe allora rispose e disse:
2 
«Anche oggi il mio lamento è una rivolta,
  per quanto io cerchi di contenere il mio gemito.
3  Oh, sapessi dove trovarlo!
Potessi arrivare fino al suo trono!
4  Esporrei la mia causa davanti a lui,
riempirei d'argomenti la mia bocca.
5  Saprei quel che mi risponderebbe,
capirei quello che avrebbe da dirmi.

12b ho custodito nel mio cuore le parole della sua bocca.
_________________________





BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole 

Interrompere e vincere la tempesta 
I. Le parole dal cuore

Maurizio Abbà 


Domenica 1 settembre inizia il periodo, fino al 4 ottobre di ogni anno,
per molte chiese cristiane denominato il Tempo del Creato,
un tempo liturgico per meditare e approfondire su tutte le tematiche che concernono
la salvaguardia del creato.
Il Creato: uno spazio dove vivere, amare, desiderare, ma purtroppo anche soffrire,
nella lettera biblica ai Romani capitolo 8 versetto 22, l'apostolo Paolo ci dice:

Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio;

è un lamento consapevole che, al contempo, chiede aiuto e porge aiuto.

Purtroppo l'appello di Paolo è ancora lì, di bruciante (letteralmente) attualità.
Infatti, la foresta Amazzonica brucia, ed è solo apparentemente lontana, 
ci riguarda da vicino, è comunque il nostro ambiente vitale, 
è il nostro polmone verde ed è appunto vitale, per tutti. 

Il lamento di Paolo non è rassegnato tutt'altro: è consapevolmente energico.
Insomma è un lamento ma non è lamentoso.

Il lamento non può che essere individualmente amaro  così la traduzione CEI
del testo di Giobbe
(vedremo poi che nel testo le cose stanno un po' diversamente e così dovrebbe essere 
anche nella vita, una vita che non si vuole rassegnata).

Sappiamo purtroppo,  per esperienza propria ed altrui,
che vi sono molte 'tonalità' nell'amarezza.

  - Giobbe: un non ebreo (forse un arabo) la cui vicenda è narrata ed accolta nell'Antico Testamento
(di lingua ebraica ed aramaica).

Giobbe era nel benessere fisico e materiale improvvisamente è precipitato nella sciagura.
Come potrà risollevarsi?

La ricerca di Dio da parte di Giobbe è lacerante e a tratti intensi diventa straziante.
- Si chiede perché? Perché proprio a me? 
Il malvagio prospera, l'uomo osservante invece soffre: tribula e ancora tribula.

Giobbe vuole essere interlocutore di Dio in Sua Presenza.

è nota l'affermazione del filosofo Theodor L.W. Adorno:
" La necessità di lasciar parlare molto la sofferenza è condizione di ogni verità. " 

 
Nel libro di Giobbe c'è una grammatica della sofferenza.
Il dolore è esternato in un crescendo di richieste di spiegazione,
e non si accontenta anzi rifiuta le facili scorciatoie 'religiose' (i discorsi degli amici di Giobbe),
discorsi che sono rifiutati giustamente.

Il dolore tocca in profondità ed allora è in profondità e non con affermazioni superficiali
si può toccare la questione. 
Il male ci tocca e non sono carezze come sappiamo
il dolore arriva a mordere la nostra carne anche quando la sofferenza è di altre creature.

Giobbe è proverbialmente noto come campione di pazienza 
- la pazienza di Giobbe - .
Il messaggio del libro biblico che porta il suo nome però ci rende un personaggio
ben diverso con una sana reattività quindi non rassegnato, tutt'altro che rassegnato
e che non è paziente se non inizialmente nella narrazione della sua vicenda.

Giobbe semmai si rivolta.

 Il male genera male, in una catena che pare non finire mai.

Che fare allora?  - Il seguente frammento di dialogo c'illumina in proposito:

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Elie WIESEL:
È quello che nella tradizione orientale viene chiamato karma: il male genera altro male.

Ma noi, nella tradizione ebraica, crediamo sia possibile fermare il male con il bene: 
basta che un giorno un uomo protesti, 
che Giobbe dica: 
«No, basta!»… ed ecco che, di colpo, la catena può essere interrotta…



Josy EISENBERG:
Allora, per te, il libro di Giobbe è più una protesta che una domanda?

 
Elie WIESEL:
Certamente. Del resto lo interpretano tutti così. 

[…]

Giobbe soffre, ma soffre contro... la sofferenza!
In effetti Giobbe appartiene ad ogni epoca.
Sono convinto che ogni generazione dica la nostra stessa cosa: 
che questo libro è stato scritto per lei. 


tratto da: Josy Eisenberg - Elie Wiesel, Giobbe o Dio nella tempesta
Traduzione italiana di Chiara Pagani
SEI - Società Editrice Internazionale, Torino, 1989, 15.
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Giobbe capitolo 23 versetto 2 nel suo testo in lingua originale (ebraica)
non ha lamento amaro
ma
ribellione è il mio lamento!

Altra traduzione possibile:
Anche oggi il mio lamento è una rivolta - così la Bibbia per la Famiglia, ed. San Paolo
così come tradotto da la Nuova Riveduta: rivolta.

Giobbe appunto protesta contro la sofferenza.

La tempesta non prevale sempre.
Dobbiamo iniziare ad impararlo.
Questa è una Buona Notizia.
Dobbiamo re-imparare ad annunciarla. 

Dal cuore sorgono le parole che si sono ricevute evangelicamente:
Libertà, Fede, Amore,
sono alcune di queste parole.
Parole da custodire 
con cura e premura per poterle Annunciare


La Buona Notizia continua...





 

























 

Discorso della moderatora della Tavola Valdese

Torre Pellice, 30 Agosto 2019

Il discorso di Alessandra Trotta, neoeletta moderatora della Tavola Valdese




Cari fratelli e care sorelle, è con grande emozione che rispondo alla chiamata a rendere il servizio per il quale mi avete eletta. Non vi nascondo il timore nascente dalla consapevolezza di tanti limiti, ma anche la fiducia che nasce dal rispetto del significato che nella nostra ecclesiologia attribuiamo alla sinodalità come modalità per discernere e  decidere e dalla profonda convinzione nel valore della collegialità e dunque della messa in comune di competenze, doni, discernimento con i fratelli e le sorelle che nel prossimo anno condivideranno con me le responsabilità all’interno della Tavola valdese, come ho già potuto sperimentare con forza nell’anno passato.

A sostenermi anche il pensiero del molto che ho ricevuto per essere cresciuta nella fede all’interno della nostra Chiesa. Il mio cammino è stato straordinariamente variegato, ma credo che offra un quadro realistico del tanto che un bambino, una bambina; e poi un giovane e un adulto, in forma differenziata possono sperimentare nelle nostre chiese e della cui preziosità non sempre ci rendiamo conto.

L’autocoscienza che nasce dalla necessità di rendere conto di scelte non conformi e conformate e di rinnovare ogni giorno la scelta, in un contesto anche socialmente impegnativo, come quello di una grande città del Sud Italia, un contesto che allena a lottare per ottenere ciò che dovrebbe invece essere un diritto, per te e per gli altri; e alla resistenza contro le ingiustizie; in una comunità di valdesi e metodisti ancora prima del Patto d’Integrazione, una comunità in cui sin da bambini si può apprendere, insieme all’ascolto di una Parola che chiede di essere vissuta nella quotidianità delle relazioni, e ai primi rudimenti della conoscenza delle Scritture, attraverso un approccio critico; anche l’esercizio della democrazia, non come dittatura della maggioranza ma come ricerca di soluzioni condivise; l’esperienza interculturale, in una delle prime comunità dell’essere chiesa insieme, un processo trasformativo accettato e vissuto con grande consapevolezza, che ha modificato in modo significativo la mia spiritualità, la visione delle cose, le prospettive, il senso del tempo e delle priorità. L’impegno nella diaconia istituzionale, al Centro Diaconale la Noce: un ribollire di competenza, passione e creatività, a contatto con tutte le contraddizioni, le tensioni, le sofferenze del mondo, ma anche con la bellezza della sfida educativa e l’attenzione alla cura delle persone più vulnerabili in una prospettiva sempre emancipante, supportata dalla speranza viva di cambiamento; una scuola anche per lo sviluppo di rapporti con le istituzioni pubbliche caratterizzati da rispetto delle istituzioni preposte al perseguimento del bene comune, al di là delle persone che le incarnano, da spirito di collaborazione, ma sempre dialettici, in cui si impara la distinzione dei ruoli, il senso del limite e a mantenere la schiena dritta; e poi, negli anni di impegno all’interno del Comitato Permanente dell’OPCEMI, le straordinarie opportunità di allargamento dello sguardo e di fare esperienza della Chiesa come dimensione più ampia negli incontri ecumenici e con le Chiese sorelle delle nostre famiglie confessionali; e l’esperienza ultima, a Napoli e Portici, di comunità diaconali, aperte all’accoglienza nel senso più ampio del termine.  

Siamo tutto questo e siamo molto di più, ciascuno di voi può fare lo stesso esercizio.

Non credo sinceramente che vi possa essere spazio per il ripiegamento e per la nostalgia di un passato guardato con le lenti deformanti dell’idealizzazione; al quale appartengono, insieme a esempi luminosi di coraggio e fedeltà, anche modelli e stili che oggi, sia nell’essere chiesa, sia nel fare diaconia, non potremmo e forse non vorremmo neppure riprodurre e che comunque non potrebbero funzionare allo stesso modo in un contesto totalmente mutato. Non renderemmo onore alle generazioni che ci hanno preceduto, se sfuggissimo alla responsabilità di leggere i segni dei nostri tempi e di interpretare le sfide dell’oggi.

Siamo però responsabili della messa a frutto dei talenti che abbiamo ricevuto, in una storia lunga più di 800 anni, e che siamo chiamati ad usare in modo rinnovato e creativo

Nella realtà di diaspora nella quale, per come abbiamo ascoltato nella bella giornata Miegge, i cristiani tutti sono oggi chiamati a vivere, cosa c’è di nuovo, per noi protestanti italiani poi, per cui dovremmo temere?

Cosa c’è di nuovo per cui dovremmo temere nel fatto che una proposta di vita, un ideale di convivenza umana coerente con il cuore dell’Evangelo, dunque aperta, solidale, inclusiva, vengano ridicolizzate, osteggiate, addirittura additate come causa dei problemi? Non c’è meno bisogno, c’è più bisogno di una predicazione appassionata del puro evangelo, nella quale siamo responsabilizzati ad offrire il meglio di ciò che abbiamo imparato ad essere, senza alcuna pretesa di rappresentare tutto ciò che una Chiesa cristiana può essere, ma anche sottraendoci all’ossessione di definire confini.  

Una parte del meglio di ciò che abbiamo imparato ad essere mi sembra sia risuonato nella predicazione dei culti che hanno aperto le sedute, come nei dibattiti e nelle decisioni serie, mature di questo sinodo. Mi soffermo su alcune parole, che mi sembrano particolarmente significative, anche perché svelano l’inconsistenza di alcune delle false alternative nelle quali qualche volta ci incartiamo: interno-esterno;  predicazione-diaconia…  

1 - La prima parola è NOI: il noi al quale guarda una predicazione ispirata dalla visione del piano di Dio per l'umanità, un piano sempre sociale, per la comunità degli umani: una comunità che non schiaccia le individualità, ma le valorizza una per una; e poi le chiama a crescere, a uscire e a contribuire alla costruzione e alla cura di una comunità rinnovata.

Il giardino da lavorare e custodire, la città, il banchetto nuziale, la festa, il corteo gioioso, multiculturale, intergenerazionale, degli esuli che ritornano a casa, con in testa le persone ritenute più fragili e vulnerabili.

Tutta la Bibbia è pervasa da immagini che parlano di una predicazione del “noi”.

Ma questo “noi” è un noi universale (non contrapposto ad un voi che individua i nemici da cui difendersi); non è settario, elitario ed escludente. Una bella differenza dal NOI che sentiamo tanto spesso pronunciato con violenza, talvolta odio, per contrapporre e dividere.

La Parola parla ad ogni singolo, lo chiama, lo converte, lo rinnova e fortifica, ma non per isolarlo nel suo “io con Dio”, ma per fargli assumere una responsabilità per un “noi”, per la comunità umana nella quale soltanto ognuno può vivere veramente la dimensione di pienezza cui è destinato.

E’ nell’incontro con il Dio di Gesù Cristo che la contrapposizione fra singolo e comunità, fra diritti individuali e sociali, fra benessere personale e bene comune si può davvero sciogliere in un equilibrio virtuoso. La comunità non assorbe il soggetto fino a cancellarlo nella sua specialità e individualità unica; e l'individuo non si concepisce come il centro del mondo al quale asservire gli altri, in un’illusione di autonomia egoistica.

In molte delle esperienze religiose, anche cristiane, che hanno più successo oggi, c'è molto io, ma c'è poco noi. Le nostre Chiese hanno sempre insistito e per questo si sono distinte, in una predicazione del noi e non dell'io e io penso che di una predicazione del noi, non contrapposto ad un voi, siamo chiamati ancora, nel nostro piccolo, a farci carico con perseveranza e gioia.

2 - La seconda parola è capovolgimento ribaltamento: il nostro sinodo ha incoraggiato la Commissione sinodale per la Diaconia a proseguire la campagna di sensibilizzazione che ha come motto “prima gli ultimi”: il grande si fa piccolo, l'ultimo diventa primo, il libero si rende servo, lo schiavo diventa libero; il sapiente si fa umile; l'umile diventa sapiente, il forte si fa debole, il debole diventa forte....

Gesù pone il ribaltamento dello statusal centro di un'etica fondata su un'interpretazione del rapporto con Dio a partire dalla sua rivelazione sulla croce: come mirabilmente descritta nell'antichissima confessione di fede cristiana riportata da Paolo nel 2°capitolo della lettera ai Filippesi. 

In molte chiese cristiane vi è molta croce, ma soprattutto molto calvario; nell'enfasi, commossa, delle sofferenze di Gesù, per la nostra salvezza, si piange ricordando, a volte persino con un eccessivo gusto dell'orrido, il suono delle frustate, il dolore dei chiodi, il sangue che cola... e al pensiero che tutto questo Gesù lo ha patito per noi...

Ma vi è poco ribaltamento degli status: nelle relazioni comunitarie come nel servizio al prossimo, c'è da chiedersi se avviene questo ribaltamento:  muta lo status di chi serve e muta lo status di chi è servito; e come?

Gesù indica ai suoi il servizio come ribaltamento dello status come strada del discepolato, del camminare dietro di lui: allora, è inutile che ci si commuova al pensiero delle sue sofferenze, se non si capisce che Gesù venuto per servire è un evento critico, di rottura di portata straordinaria; è un evento che rompe, che cambia, che ribalta le relazioni. 

Ecco, io penso che le nostre chiese sono cresciute in questa predicazione, in questa teologia della croce: non sempre riescono ad essere coerenti con la predicazione nella quale sono cresciute; anzi spesso sono infedeli, perché è veramente difficile incarnare questa predicazione del ribaltamento dello status come centro dell'etica, ma ancora una volta, penso che questa predicazione sia drammaticamente attuale, che ce ne sia bisogno, che siamo chiamati a farci carico di questa seconda parola.

3 - La terza parola è una parola che guarda all'interno della comunità cristiana, al come dovrebbe essere organizzata, di come dovrebbe vivere, ma che, ancora una volta, proietta il suo valore anche oltre i confini della comunità cristiana. E’ la parola UNITA’.

L'unità di un corpo, la sua compattezza, che non è fondata sulla speciale autorità di un solo membro che è investito di un ruolo, di un potere speciale; non è neppure fondata sul fascino, sulla carismaticità di uno o più leader!

Ma sulla partecipazione egualitaria (senza gerarchie) e fiduciosa di tutti le parti del corpo alla fatica della costruzione comune.

Egualitaria non vuol dire che tutti fanno tutto: vi sono compiti diversi in relazione ai doni diversi che sono distribuiti, ma il corpo non funziona come deve funzionare se ogni parte non riconosce, non valorizza, non si prende cura, dell'altra, senza distinzioni di importanza, di onore. Se non vi è una collaborazione vera, una sinergia (che vuol dire “lavoro insieme”) che si fondi sulla fiducia reciproca, se non vi è la scelta di camminare insieme invece che ciascuno per sé, di costruire insieme avendo un orizzonte nel quale tutti si riconoscono e al quale sentano la responsabilità di partecipare con i propri doni.

Anche rispetto a questo modo di intendere l'unità al servizio di un progetto comune veramente condiviso, le nostre chiese, con la loro storia, la loro teologia, le loro esperienze, hanno ancora da dare nell'ecumene cristiana, come anche alla società, al mondo nel quale la Chiesa è chiamata a vivere e a spendersi nella testimonianza dell'Evangelo, vincendo la spinta alla frammentazione, alla divisione, all’esclusione....

Unità: non come uniformità, ma come pluralità non disconnessa; il nostro modello, rafforzato dal patto d’integrazione è proprio quello di un’unità plurale, in cui è il riconoscimento dell’altro come un pezzo della propria testimonianza, della propria storia a fare la differenza; nella differenziazione di ruoli e responsabilità, in cui ciascuno è chiamato a fare la sua parte e a dare il meglio del contributo possibile alla costruzione comune. 

Cosa serve? In cosa dobbiamo crescere per essere davvero il meglio di ciò che siamo chiamati ad essere? Mi vorrei limitare a due parole finali, semplici ed impegnative.

Umiltà: non pensare di sapere già tutto, di capire e sapere fare le cose meglio degli altri, un’umiltà che apre ad un ascolto attento, sincero, dentro e fuori le chiese, un ascolto di tutti, a cominciare da quelli che non ci sono o non ci sono come vorremmo; a quelli rabbiosi, ai delusi, agli impauriti, agli apatici, un ascolto interessato a capire i linguaggi, i bisogni e farsene interrogare, accettando il rischio di un dialogo vero.

Fiducia: fiducia in Dio, fondamento della nostra speranza; ma anche fra di noi; fra iscritti a ruolo (pastori e diaconi), fra iscritti a ruolo e consigli di chiesa/concistori e ministeri locali; fra chiese locali, gli organismi intermedi e quelli centrali; fra le commissione sinodali; fra chiese locali ed istituzioni diaconali.

E questa fiducia si costruisce con un’informazione completa e trasparente, una comunicazione fluida, in dialogo costruttivo ancorché critico; con una collaborazione leale che parta dal riconoscimento reciproco, un pregiudizio positivo (questa è in fondo la fiducia) sull’impegno dell’altro, sulla sua sincera ricerca di fare ciò che è meglio e di farlo a partire dal confronto autentico con la parola di Dio

Ci dia il Signore di camminare con umiltà e fiducia incontro alla nostra vocazione. 
Voglia il Signore della grazia benedire la sua Chiesa ovunque sparsa nel mondo.

giovedì 29 agosto 2019

No alla violenza





Torre Pellice, Mercoledì 29 Agosto




Anche quest’anno il Sinodo delle chiese metodiste e valdesi si è pronunciato sul tema delle violenza contro le donne. “Serve un segno visibile” ha detto la pastora Daniela Di Carlo, durante la conferenza stampa del Sinodo, e ha spiegato l’importanza di aderire alla campagna dei “Giovedì in Nero”(#ThursdaysinBlack) del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC). “Nel mondo ci sono ancora spose bambine, lo stupro è ancora usato come arma di guerra, come chiese dobbiamo quindi schierarci contro ogni tipo di violenza. Ci sono donne vittime di una visione così patriarcale da essere sempre invisibili, magari per dare luce e potenza ai loro figli maschi. C’è un peccato di tipo teologico, un peccato di genere che riguarda gli uomini che hanno estromesso le donne dalla chiesa, dalla spiritualità, impedendo loro di diventare teologhe, ministri, ovvero hanno impedito di assumere i ruoli guida nelle comunità e nelle religioni. Le chiese cristiane sono state promotrici di questo peccato di genere perché sono portatrici di  stili di vita, oltre che di progetti teologici. Serve fare autocritica” ha proseguito Di Carlo, affermando anche che bisogna opporsi all’immaginario della “donna-vittima” e cambiare lo sguardo verso le donne che subiscono violenza e stigmatizzarle. Quelle donne non sono “vittime”, ma “superstiti, e come tali devono essere riconosciute quali testimoni, affinché possano dire il dolore, che scuote la persona, ma testimoniare contro il silenzio che regna anche nelle chiese e dare la spinta che serve”.

Il pastore Daniele Bouchard ha parlato di come la violenza maschile debba interpellare gli uomini e sia un aspetto dell'identità maschile. "Identificare la violenza maschile con alcuni uomini violenti è fuorviante - ha detto Bouchard -. Ovviamente esistono quegli uomini e vanno messi in condizione di non nuocere, ma parliamo di violenza maschile perché ha a che fare con l’identità maschile. L’identità maschile è parte costitutiva della violenza. Le donne ci hanno interpellati per prenderne coscienza. Dobbiamo metterci in discussione e riconoscere che la violenza fa parte del sistema patriarcale che ha dominato il mondo per millenni, quel sistema che adesso è in crisi ma la cui storia non si è conclusa. In quanto uomini, abbiamo il dovere di riconoscere che siamo parte del problema, non solo abbiamo bisogno di liberarci di questa eredità, per trovare spazi di identità maschili nuove, positive e non violente". 
Il pastore Daniele Bouchard ha concluso spiegando come il potere maschile sia efficace anche in quanto riesce a far collaborare al suo perpetuarsi le persone che sottomette, rimarcando che le chiese dovrebbero diventare luoghi sicuri per le donne.

Durante la conferenza stampa, moderata dalla giornalista nonché deputata al Sinodo della chiesa di Messina Elisabetta Raffa, si è fatto riferimento anche alla campagna del “Posto Occupato” che prevede nei locali delle chiese, in occasione di culti o eventi, di posizionare degli oggetti rossi su una sedia a significare la donna che avrebbe potuto esserci se non fosse stata uccisa; alla firma dei rappresentanti di dieci denominazioni cristiane in Senato dell’Appello ecumenico contro la violenza sulle donne, il 9 marzo 2015; alla recente costituzione dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne”. 
La conferenza stampa in versione integrale può essere rivista su Radio Beckwith Evangelica (RBE)
Ieri il Sinodo delle chiese metodiste e valdesi ha fatto proprio il documento del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) “Dichiarazione sulla violenza sessuale e di genere e sul Premio Nobel per la Pace del novembre 2018” e chiesto alle chiese di aderire alla campagna mondiale “Giovedì in Nero”/#ThursdaysinBlack in sostegno al movimento globale che si oppone alla cultura dello stupro, dell’ingiustizia di genere e dell’abuso.

Tratto dal NEV del 29 Agosto 2019 
ripreso da www.chiesavaldese.org

martedì 27 agosto 2019

Simboli valdese e metodista

Come tutti i cristiani anche i valdesi e i metodisti usano avere nel loro locali di culto il simbolo della croce, a documentare la loro fede cristiana; non usano però il crocifisso per un motivo teologico di fondo: il fatto che dopo essere stato crocifisso Gesù è risuscitato e l'immagine che i suoi apostoli ci hanno lasciata non è il suo corpo in croce ma le sue apparizioni dopo la risurrezione.
La croce si ritrova nella forma detta "ugonotta", cioè dei riformati del regno di Francia, usata ormai in tutto il protestantesimo. Lavoro di oreficeria iniziato nel XVII secolo in Linguadoca ha la forma della croce di Malta cui si aggiunge il pendaglio di una colomba, a rappresentare lo Spirito Santo.




Il logo attuale delle chiese valdesi, che risale alla metà del XVII secolo, è un candeliere che regge una fonte di luce (fiamma o candela) circondata da sette stelle e accompagnato da una scritta "in tenebris lux" o "lux lucet in tenebris". Si tratta di riferimenti scritturali evidenti: la scritta è tratta dal passo evangelico dove Gesù (Vangelo di Giovanni 1,5) è definito la luce che risplende nelle tenebre. Le stelle si riferiscono alla visione di Apocalisse 1,16, dove Cristo in gloria tiene nella mano le stelle che rappresentano le sette chiese dell'Asia in crisi e persecuzione. Con questo duplice riferimento biblico i valdesi intesero affermare la loro volontà di fedeltà alla verità evangelica e la certezza di essere custoditi da Cristo nella persecuzione.




Anche le chiese metodiste hanno espresso la loro identità in un simbolo composto da due elementi che fanno riferimento alla fede cristiana da un lato, alla confessione metodista dall'altra. L'immagine di fondo è la combinazione di due simboli presenti nelle catacombe: la croce e le iniziali del nome di Cristo. Il primo è evidente non necessita di spiegazione, il secondo lo è meno; è costituito dalle due lettere iniziali KR del suo nome KRISTOS in greco. Mentre la K (qui X) è molto comprensibile la R può essere scambiata per un P. Ai due estremi del braccio della croce stanno due lettere dell'alfabeto greco; alfa e omega, la prima e l'ultima, richiamo ad una citazione dell'Apocalisse (21,6) dove il Cristo in gloria si presenta come Alfa e Omega della storia.
La scritta sulla pergamena incollata alla croce è un detto molto noto di John Wesley, il fondatore del movimento metodista; a chi gli muoveva l'obiezione di non avere parrocchia aveva risposto: "considero il mondo come la mia parrocchia".



tratto da: www.chiesavaldese.org

lunedì 26 agosto 2019

Ricordare Jerry Essan Maslo



Tutto iniziò con Jerry Masslo


Per un “bilancio etico” della civiltà politica e della nostra testimonianza evangelica



Roma (NEV/Riforma.it), 21 agosto 2019 
-Trent’anni fa, il 25 agosto del 1989, moriva Jerry Essan Masslo, un profugo sudafricano di trent’anni, ucciso a Villa Literno (Ce) da una banda di criminali che gli aveva rubato i frutti di alcuni mesi di lavoro come bracciante impegnato nella raccolta di pomodoro. A trent’anni da quell’omicidio sentiamo di poter affermare che “tutto” iniziò con quella storia drammatica. Con questo “tutto” vogliamo dire che prima di quell’omicidio l’Italia non capiva la portata del fenomeno immigratorio.

Non solo l’Italia della politica ma anche quella degli studiosi e degli addetti ai lavori che non sembravano cogliere la portata della novità che attraversava la società italiana: il paese, storicamente di emigrazione, era ormai diventato meta di centinaia di migliaia di immigrati che si inserivano in alcuni “interstizi” del mercato del lavoro nazionale. Tra questi il lavoro agricolo nel Sud, con paghe
basse e vivendo nella precarietà di visti per “turismo”. All’epoca, solo in pochi – vorrei fare i nomi di sociologi come Giovanni Mottura ed Enrico Pugliese – coglievano la dimensione strutturale e permanente di quel fenomeno. Per lo più si sentiva dire che era un processo contingente e reversibile perché l’Italia, quasi per destino e fato, “non era un paese per immigrati”. Sappiamo che non è andata così e oggi, con il suo 8% di popolazione immigrata, il nostro è tra i paesi a più alta densità migratoria in Europa.

Diversamente da quanto è accaduto negli anni successivi, l’omicidio di Jerry Masslo non passò inosservato e, su richiesta della Cgil, gli furono tributati funerali di Stato. Le immagini ufficiali che ci arrivano da quella cerimonia raccontano di un’Italia che sa ancora piangere un immigrato e che riesce ad ascoltare il suo grido. Come quello che solo qualche giorno prima di morire Jerry aveva lanciato dalle telecamere di Nonsolonero, un programma di Rai2 sull’immigrazione che oggi è difficile persino immaginare nel palinsesto della Tv pubblica: «Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile – dichiarò Jerry –. Il razzismo è anche qui… Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato e allora ci si accorgerà che esistiamo».

Altre cose, invece, non furono dette, per esempio che Jerry era un predicatore battista. Ciononostante, forse a causa del pregiudizio per cui in Italia un cristiano è “naturalmente” cattolico o per la logica istituzionale di un funerale di Stato che sembrò non potersi celebrare se non nel rito cattolico, Masslo non ebbe il funerale evangelico che avrebbe desiderato. Fu un brutto incidente per l’ecumenismo, ben denunciato dai vertici delle chiese battiste. Ma nella storia di Jerry ci fu anche un gesto ecumenico, quello dei giovani della Comunità di Sant’Egidio che lo avevano conosciuto, ne avevano seguito la vicenda e, saputo della sua fede evangelica, gli regalarono una copia della Bibbia nella versione della English standard. Chi voglia, la trova insieme ad altre su un altare della chiesa di Trastevere dove ha sede la Comunità di Sant’Egidio, e sfogliandola troverà appunti e sottolineature.

Con Jerry, idealmente, inizia anche un altro processo, quello generalmente definito “Essere chiesa insieme” e che ha portato sulle panche delle chiese evangeliche italiane migliaia di fratelli e sorelle immigrati.

Quell’omicidio e un’ampia mobilitazione per i diritti degli immigrati aprirono anche un processo politico che, in pochi mesi, portò all’approvazione della prima legge organica in materia di immigrazione, la famosa “Martelli”, un provvedimento che confrontato a quelli successivi ancora oggi ci appare innovativo e coraggioso.

L’anniversario della morte di Jerry Masslo ci impone una riflessione su ciò che, come popolo e come chiese, siamo diventati in questi anni. Chiamiamolo un “bilancio etico” della nostra civiltà politica e della nostra testimonianza evangelica nei confronti degli immigrati.

Sinodo Valdese 2019: il saluto di papa Francesco






 Papa Francesco I ha inviato il suo saluto
alla Sinodo delle chiese metodiste e valdesi,
che si è aperto Domenica 25 agosto, a Torre Pellice.
Il Papa ha voluto esprimere "la vicinanza fraterna" da parte sua 
e a nome "dell'intera Chiesa cattolica".




 Il testo integrale del saluto di papa Francesco I ai sinodali:



Cari fratelli e sorelle,

il Sinodo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi è occasione propizia per rivolgervi il mio cordiale saluto, espressione della vicinanza fraterna mia e dell’intera Chiesa cattolica.

Prego per tutti voi, affinchè in questi giorni di incontro, di preghiera e di riflessione possiate fare esperienza viva dello Spirito Santo, che anima e dà forza alla testimonianza cristiana.

Mi unisco alla vostra preghiera anche per chiedere al Signore il consolidamento dello spirito ecumenico fra i cristiani, come pure una crescente comunione tra le nostre Chiese.

Siamo chiamati a proseguire il nostro impegno nel cammino di reciproca conoscenza, comprensione e collaborazione, per testimoniare Gesù e il suo Vangelo di carità.

Come discepoli di Cristo possiamo offrire risposte comuni alle sofferenze che affliggono tante persone, specialmente i più poveri e i più deboli, promuovendo così la giustizia e la pace.

Formulo alla vostra Assemblea sinodale i migliori auguri e, mentre invoco la benedizione del Signore, vi chiedo, per favore di pregare per me.

Fraternamente,

Francesco

Dal Vaticano, 22 agosto 2019



Fonte: NEV  
www.nev.it

domenica 25 agosto 2019

Sinodo Valdese 2019: Sermone di Erica Sfredda





 
Il Signore è risorto per ognuno e ognuna di noi

Letture Bibliche: Isaia 25,6-9; I Corinzi 15,12-19; Giovanni 14,15-20

Se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede (I Cor. 15,13-14)

...E vana pure è la vostra fede.” Parole nette e durissime, che ci lasciano senza fiato. 

Ancora di più: Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. (I Cor. 15,19)

I più miseri…” 

Ci viene la pelle d’oca. Nonostante il caldo. Paolo afferma che o si crede nell’incredibile, quasi inaccessibile messaggio della resurrezione dei morti o si cade nell’abisso del radicale scetticismo. Non si può essere credenti a metà, dobbiamo scegliere, siamo costretti a rispondere.

Eppure, verrebbe da domandarsi: possiamo mettere tanti fratelli e sorelle con le spalle al muro e affermare che chi non crede nella resurrezione dei morti ha una fede vana? Siamo disposti a rischiare di svuotare le nostre chiese sul tema della resurrezione dei morti? Siamo certi che in questa Europa che con forza si dichiara cristiana, ma che agisce così tanto spesso senza un briciolo di amore, abiti la fede nella resurrezione dei morti?

E cosa significa, concretamente, credere nella resurrezione dei morti?

Paolo si sta rivolgendo ai Corinzi, una comunità vivace e combattiva, un po’, verrebbe quasi da dire, come questa nostra Chiesa. E sarebbe facile, e anche bello, poter dire, a questo punto, che i Corinzi siamo noi, uomini e donne di chiesa, impegnati nella vita ecclesiastica, pieni di doni e di possibilità, magari un po’ agitati o conflittuali, ma sicuramente vivaci. 

Sappiamo che la comunità di Corinto era formata in gran parte da credenti provenienti dal paganesimo, appartenenti a classi sociali ed economiche diverse, un po’ litigiosi e divisi in diverse fazioni. Si trattava di uomini e donne che vivevano con grande intensità la loro fede e che credevano che l’adesione alla Via dovesse concretizzarsi subito, nel qui ed ora, nella quotidianità. Insomma, una comunità ricca, vivace, piena di forza, una comunità che aveva fatto della fede la propria ragione di vita.

Possiamo dire la stessa cosa di noi e delle nostre comunità?

Temo che noi non siamo come i Corinzi, nemmeno noi che oggi ci troviamo qui riuniti, in questo caldo pomeriggio d’agosto. E non lo siamo, principalmente perché siamo corresponsabili di ciò che avviene nel mondo.

Siamo  corresponsabili perché la nostra vita quotidiana, il nostro benessere, il nostro stile di vita si nutrono proprio della morte che ci circonda. Dico una banalità se affermo che viviamo nel peccato, ma è davvero una banalità? Quante volte abbiamo il coraggio di usare questo termine, da molti considerato fuori moda, se non durante la confessione di peccato all’interno del culto? Eppure, come ha scritto Dietrich Bonhoeffer:

“se il peccato ha potuto essere vinto solo mediante la morte in croce di Cristo, esso deve essere una faccenda molto seria, anche se noi non ce ne accorgiamo”.

Ed in effetti, spesso, noi non ce ne accorgiamo: quante volte riflettiamo sulle nostre responsabilità? Non parlo delle affermazioni di principio, parlo della nostra vita quotidiana, della nostra vita privata, nella quale abbiamo a disposizione acqua, cibo, comfort. Non voglio apparirvi moralista, ma mi chiedo se riusciamo ad essere davvero consapevoli di essere parte di un ingranaggio all’interno di un mondo di morte. Un mondo che permette che i bambini siano abbandonati, o abusati: costretti a lavorare, a fare i soldati, a prostituirsi, o a diventare organi di ricambio per i ricchi. Un mondo che quotidianamente registra il maltrattamento, quando non l’assassinio, di donne, donne qualsiasi, comuni, che non vivono in Paesi in guerra, ma che sono le nostre vicine, le nostre amiche, le nostre sorelle, quelle che incontriamo quando facciamo la spesa o negli uffici postali, o quelle che non vediamo più, perché sepolte in casa. 
La realtà è che spesso anche noi, membri di una Chiesa “impegnata”, viviamo, come direbbe Primo Levi, nelle nostre tiepide case, dimentichi, se non indifferenti, delle morti nel Mediterraneo, delle atrocità della Libia, delle crudeltà perpetrate nei tanti Paesi coinvolti in conflitti armati, ma anche distratti rispetto alle morti sul lavoro, all’inquinamento crescente, alla distruzione della stessa Terra. Tuttavia, non siamo soli, non siamo abbandonati a noi stessi: il Signore, col Suo Spirito, è al nostro fianco. Restituisce vita e dignità ai corpi martoriati e dona un senso alle nostre esistenze camminando accanto a noi, incontrandoci per strada, con noi attraversando le frontiere, con noi incontrando il dolore. Il Signore è anche la forza del nostro impegno, Colui che sostiene la nostra fragilità, quando più forte i nostri numeri minuscoli e la grandezza del Male ci fanno sentire impotenti. 

Perché è vero che molti di noi non hanno dimenticato e non dimenticano la sofferenza che ci circonda. È vero che molti di noi sono impegnati a testimoniare la presenza di Dio nel mondo attraverso chiese e comunità che conservano con cura l’ambiente e il suo equilibrio, vivendo un’esistenza sobria, che cerca di tenere conto dell’esiguità delle risorse naturali e di rispettare le vite umane che ci circondano. E’ vero che la testimonianza come Chiesa, ma anche, spesso, come singoli, è vissuta attraverso progetti come Mediterranean Hope  o i Corridoi Umanitarie lavorando in prima fila in tante campagne per la salvaguardia dei diritti di quelle persone, di quei popoli, di quei territori che sono deboli, fragili, minoritari, maltrattati e depredati. È vero che abbiamo fatto spesso delle scelte coraggiose e controcorrente, così come è vero che in molte delle nostre chiese abbiamo la possibilità di vivere la benedizione di ECI, la benedizione di Essere Chiesa Insieme a uomini e donne che portano una storia e una cultura diversa da quella italiana, ma che hanno saputo arricchire le nostre comunità col dono delle loro specificità, la loro ricchezza umana e spirituale. È vero, dunque, che noi ci proviamo, e seriamente, a vivere una nuova esistenza, un’esistenza in cui sia evidente che è Dio che ci ha donato la vita. Un’esistenza nella quale la presenza dello Spirito Santo è tangibile, con la ricchezza dei Suoi doni e della Sua forza.

Ma lo stesso Paolo, poco più avanti, al versetto 32, ci ammonisce e ci mette in guardia dal facile senso di appagamento che possiamo sentire dentro di noi:

Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho? Se i morti non risuscitano, «mangiamo e beviamo, perché domani morremo».

Ci eravamo appena un pochino consolati, quando ecco che Paolo ci ributta nell’inquietudine. Non serve a nulla quello che stiamo facendo. Sì certo abbiamo dato il nostro contributo, abbiamo migliorato un poco l’esistenza di qualcuno, ora ci sentiamo anche noi meglio e più a nostro agio, ma dobbiamo essere consapevoli che se lo abbiamo fatto solo a fini umani è stato del tutto inutile. Paolo ci dice proprio questo: godiamoci la vita, se i morti non resuscitano è del tutto superfluo lottare con le belve in Efeso. Tanto vale mangiare e bere, perché tanto domani morremo.

Cosa vuole dire Paolo?
Vuol dire che non è il nostro entusiasmo, o la nostra capacità di riempire le nostre chiese, e neppure la nostra carica umanitaria a fare la differenza. Tutto questo è importante, anzi vorrei dire che è fondamentale, ma nasce dallo Spirito Santo e si nutre di una fede che è radicata nella morte e resurrezione di Gesù. Paolo afferma che possiamo creare un’associazione, un team, un gruppo che si impegna sui temi della salvaguardia delle persone e del creato, ma, se non crediamo nella resurrezione dei morti, non siamo una Chiesa, perché il cuore, il fondamento della nostra fede è che Cristo sia resuscitato dai morti. Se non crediamo in questo, allora la nostra fede è vana e non può resistere alle temperie in cui viviamo: un messaggio scomodo, faticoso da accogliere, difficile da accettare, ma l’unico necessario, ci dice Paolo.

E allora, che cosa possiamo fare, che cosa dobbiamo fare? Possiamo continuare a soccorrere i malati e gli afflitti. A compiere azioni anche bellissime. Ma con la nostra morte, tutto sarebbe finito. E il nostro premio sarebbe nella gratitudine di chi soccorriamo, nell’approvazione dei nostri amici, e, alla fine, in un bel funerale e in una lapide che ci ricordi ai posteri.

È una possibilità, ma il Vangelo di oggi viene a ricordarci che tutto questo appartiene alla nostra vecchia vita, viene ad annunciarci che il Signore “annienterà per sempre la morte” e che non saremo soli, che quando cadremo saremo soccorsi. Lo Spirito della Verità ci aiuterà a credere in quella che lo stesso Paolo ha definito una follia, perché è qualcosa di incredibile, di inaccettabile per il nostro pragmatico modo di pensare. In effetti, se ci riflettiamo bene, davvero tutta questa storia è una follia: come facciamo a credere che esista un Amore diverso dal nostro? Un amore totale, come quello che Gesù ci ha mostrato? Non ci viene chiesto troppo? Questa umanità di Gesù non è, in fondo in fondo, troppo poco umana per noi?

Ecco il punto: noi vorremmo, come i Corinzi, una fede alla nostra portata. Una fede umana. Noi vorremmo poterci sentire risorti qui, ora, all’interno dei confini che conosciamo, all’interno della concretezza che amiamo. Noi vogliamo un Dio che dopo essersi fatto uomo per tutti e tutte noi, sappia tornare ad essere Dio senza coinvolgerci. Vogliamo appunto un Dio che non ci chieda di uscire dai nostri confini. Un Dio che non ci destabilizzi.

Ma Paolo li  ci  inchioda: se Cristo era uomo, totalmente uomo, la sua resurrezione non è un fatto fuori della storia, non è un simbolo, né un episodio mitologico dell’epoca degli dei, ma una questione che ci riguarda da vicino, che ci riguarda proprio in quanto uomini e donne. Per Paolo, non è sufficiente credere nella resurrezione di Gesù, bisogna accogliere l’idea della nostra  risurrezione: la resurrezione di Cristo non è stato solo un prodigio innaturale, fuori da noi, un evento unico ed irripetibile, ma è l’Evento che irrompe dentro di noi, che segna tutta la nostra esistenza, materiale e spirituale, nei posti di lavoro e nelle nostre case, nei rapporti col mondo e con i nostri amici, nella vita e nella morte, perché Gesù è il primogenito dei risorti, “la primizia di coloro che dormono” (v. 20) e la Sua resurrezione è l’evento a partire dal quale la nostra vita colma di peccato finisce e ci è donata la straordinaria opportunità di rinascere ed essere uomini e donne nuovi. Senza alcun merito, senza alcun ruolo attivo.

E allora, se ci crediamo, dobbiamo tirare fuori dalle nostre confessioni di fede questa realtà che tutto trasforma e tornare a darle significato e concretezza. Perché se resta un’affermazione di principio affermata e non vissuta, sulla quale non abbiamo poggiato il nostro fondamento, la nostra fede è vana, cioè è morta, e quindi inutile.

Il Signore ci chiede di fondare la nostra esistenza terrena sulla resurrezione dei morti, su questo evento incredibile che si pone ai limiti, anzi, oltre  i limiti dell’accettabilità per l’umanità saggia, piena di buon senso, coi piedi per terra, per l’umanità a cui a buon diritto spesso apparteniamo anche noi. Ci chiede di affidarci con gioia a Lui, l’Unico che può liberarci dal peccato che ci cinge e ci seduce, da questa forza che ci accieca e che ci impedisce di credere nella resurrezione e dunque nella Vita, nonostante essa sia qui in mezzo a noi, nel nostro mondo e nelle nostre esistenze quotidiane. Perché, ed è questo l’annuncio gioioso di questo pomeriggio, non siamo circondati solo dalla morte, ma anche dalla Vita, dall’Amore che nonostante tutto continua ad agire. 

La resurrezione di Gesù e dei morti non è provata né provabile. La possiamo solo accogliere per fede: ma, Paolo ci dice che essa è il cuore della nostra fede. Ciò che le dà senso e significato. E ci incoraggia ad avere fiducia e ad essere saldi, anzi incrollabili:

Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Amen!

venerdì 23 agosto 2019

la Lumière - Domenica 25 agosto - Romani 11,16b

foglio biblico, teologico, liturgico
gratuito



DOMENICA 25 agosto - 11a DOPO PENTECOSTE
- Domenica di Israele -


se la radice è santa, anche i rami sono santi. 
                                                           Romani 11,16b 


BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole
  Maurizio Abbà
  

Questa Domenica è denominata Domenica di Israele.
 Le Chiese evangeliche in Germania dedicano, nel calendario liturgico,
la decima Domenica dopo la Trinità (l'11a dopo Pentecoste) 
a questa significativa e decisiva memoria.
   - Nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale si chiamava  
Memoriale della distruzione del tempio.
- Questa Domenica cade sovente vicino alla ricorrenza ebraica Tisha beAv (o  
Tisha b'Av),  - il mese di Av può cadere in luglio o in agosto -,
è una ricorrenza festiva ma non festosa, 
per la precisione: pur rientrando nella rubrica
'festività religiose' Tisha beAv è una manifestazione di lutto e di cordoglio attivo,
infatti, è caratterizzata da lutto e digiuno per ricordare tristissimi capitoli della storia ebraica:
la distruzione ad opera dei babilonesi del primo tempio nel 586 prima della nostra era, poi nel 70 della nostra era fu distrutto dai romani il Secondo Tempio.
Nel 9 del mese di Av nel 1492  gli ebrei furono espulsi dalla Spagna - .

Dagli anni '70 del Novecento è stata ridenominata: Domenica di Israele 
ed è dedicata alla riflessione cristiana sulla teologia in dialogo con Israele e l'Ebraismo.
 
 La radice del cristianesimo 
è nell'ebraismo.
"La salvezza viene dai Giudei", dice Gesù l'ebreo, 
nell'Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 4,22b.

Questa consapevolezza purtroppo non è mai riuscita ad essere solida e diffusa.
Si è imposto l'antisemitismo: una trappola ed una minaccia purtroppo sempre ricorrente;
è una trappola perché si pensa di scaricare addosso a qualcuno di 'diverso' (in questo caso ebreo)
la causa di tanti problemi sociali, e così facendo si pensa di risolvere i problemi. 
Invece l'antisemitismo è una trappola che non risolve nulla ed aggrava ancora di più i problemi.
L'antisemitismo fa comodo a chi vuole alimentare il razzismo,
è utile solo a chi vuole deviare l'attenzione dai problemi reali per impedire di risolverli per davvero.
L'antisemitismo è una minaccia sempre ricorrente: nel corso della Storia l'antisemitismo ha fatto danni devastanti, alle persone innanzitutto con le persecuzioni, i pogrom, le deportazioni 
e i campi di sterminio che il nome di Auschwitz riassume in una tragica sintesi. 
L'antisemitismo continua a fare danni devastanti anche alla storia delle idee avvelenandole.
Cosa occorre fare?
Solo se si comprende che la diversità non è solo tollerabile ma va accolta pienamente
in un dialogo reciproco tra diversi si può pensare allora di costruire 
un tessuto sociale senza lacerazioni.
Le radici del cristianesimo nascono fuori dall'Europa, sorgono nell'ebraismo, 
l'ebreo Gesù invita a irrobustire la radice e a far fiorire i rami.
Il lezionario Un Giorno Una Parola 2019, ed. Claudiana,
riporta (p. 212) questa significativa frase dello scrittore e filosofo della religione
Schalom Ben-Chorin, nome di nascita Fritz Rosenthal,
(Monaco di Baviera 1913 - Gerusalemme 1999):

Amici, se la radice del mandorlo torna a fiorire e germogliare,
non è questo un segno che c'è ancora amore?
                                                                                                     
                                                                                                    Schalom Ben-Chorin
  




sabato 17 agosto 2019

la Lumière - Domenica 18 agosto - Proverbi 3,27


foglio biblico, teologico, liturgico
gratuito


DOMENICA 18 agosto - 10a DOPO PENTECOSTE 
dal libro biblico dei Proverbi 3,27 

 
Il commento di Dietrich Bonhoeffer:


 «Non negare un beneficio a chi ne ha bisogno, se è in tuo potere farlo» (Pr 3,27).
    Chi ne ha bisogno? Ciascuno di noi.
    Chi è che, avendo ricevuto da Dio, deve dare? Ciascuno di noi.
   Non negare, non cercare subito motivi per rifiutare una richiesta (Pr 3,28), 
  dare prontamente significa restituire i doni di Dio che sono riconosciuti non come miei, 
   ma come doni di Dio.
   Il dono più grande di Dio: Cristo.
   Non ti rifiutare.
   Non rimandare ciò che puoi fare oggi, poiché rendi più povero il tuo giorno. 
   Domani può essere troppo tardi.
   Un aiuto è tale quando ce n’è bisogno, non quando piace a me di offrirlo.
   Rimandare significa non prendere sul serio la decisione ultima della morte.
   Ogni richiesta può essere la decisione ultima su di noi.
   Spesso ci giustifichiamo programmando buone azioni.
   Siamo giusti perché siamo pronti a fare bene, ma tutto dipende dal farlo.

DBW  14,868

tratto da:
-                   Dietrich Bonhoeffer
Voglio vivere questi giorni con voi
A cura di Manfred Weber
Traduzione dal tedesco di Andrea Aguti e Guido Ferrari
(books), Editrice Queriniana, Brescia, 2007, 259.