Predicazione della predicatrice locale Erica Sfredda
- Il testo seguente è tratto da: www.chiesavaldese.org
Sinodo 2019: culto di apertura
Il Signore è risorto per ognuno e ognuna di noi
Letture Bibliche: Isaia 25,6-9; I Corinzi 15,12-19; Giovanni 14,15-20
Se
non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e
se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e
vana pure è la vostra fede (I Cor. 15,13-14)
“...E vana pure è la vostra fede.” Parole nette e durissime, che ci lasciano senza fiato.
Ancora di più: Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. (I Cor. 15,19)
“I più miseri…”
Ci
viene la pelle d’oca. Nonostante il caldo. Paolo afferma che o si crede
nell’incredibile, quasi inaccessibile messaggio della resurrezione dei
morti o si cade nell’abisso del radicale scetticismo. Non si può essere
credenti a metà, dobbiamo scegliere, siamo costretti a rispondere.
Eppure,
verrebbe da domandarsi: possiamo mettere tanti fratelli e sorelle con
le spalle al muro e affermare che chi non crede nella resurrezione dei
morti ha una fede vana? Siamo disposti a rischiare di svuotare le nostre
chiese sul tema della resurrezione dei morti? Siamo certi che in questa
Europa che con forza si dichiara cristiana, ma che agisce così tanto
spesso senza un briciolo di amore, abiti la fede nella resurrezione dei
morti?
E cosa significa, concretamente, credere nella resurrezione dei morti?
Paolo
si sta rivolgendo ai Corinzi, una comunità vivace e combattiva, un po’,
verrebbe quasi da dire, come questa nostra Chiesa. E sarebbe facile, e
anche bello, poter dire, a questo punto, che i Corinzi siamo noi, uomini
e donne di chiesa, impegnati nella vita ecclesiastica, pieni di doni e
di possibilità, magari un po’ agitati o conflittuali, ma sicuramente
vivaci.
Sappiamo che la comunità di
Corinto era formata in gran parte da credenti provenienti dal
paganesimo, appartenenti a classi sociali ed economiche diverse, un po’
litigiosi e divisi in diverse fazioni. Si trattava di uomini e donne che
vivevano con grande intensità la loro fede e che credevano che
l’adesione alla Via dovesse concretizzarsi subito, nel qui ed ora,
nella quotidianità. Insomma, una comunità ricca, vivace, piena di
forza, una comunità che aveva fatto della fede la propria ragione di
vita.
Possiamo dire la stessa cosa di noi e delle nostre comunità?
Temo
che noi non siamo come i Corinzi, nemmeno noi che oggi ci troviamo qui
riuniti, in questo caldo pomeriggio d’agosto. E non lo siamo,
principalmente perché siamo corresponsabili di ciò che avviene nel
mondo.
Siamo corresponsabili perché la
nostra vita quotidiana, il nostro benessere, il nostro stile di vita si
nutrono proprio della morte che ci circonda. Dico una banalità se
affermo che viviamo nel peccato, ma è davvero una banalità?
Quante volte abbiamo il coraggio di usare questo termine, da molti
considerato fuori moda, se non durante la confessione di peccato
all’interno del culto? Eppure, come ha scritto Dietrich Bonhoeffer:
“se
il peccato ha potuto essere vinto solo mediante la morte in croce di
Cristo, esso deve essere una faccenda molto seria, anche se noi non ce
ne accorgiamo”.
Ed in effetti,
spesso, noi non ce ne accorgiamo: quante volte riflettiamo sulle nostre
responsabilità? Non parlo delle affermazioni di principio, parlo della
nostra vita quotidiana, della nostra vita privata, nella quale abbiamo a
disposizione acqua, cibo, comfort. Non voglio apparirvi moralista, ma
mi chiedo se riusciamo ad essere davvero consapevoli di essere parte di
un ingranaggio all’interno di un mondo di morte. Un mondo che permette
che i bambini siano abbandonati, o abusati: costretti a lavorare, a fare
i soldati, a prostituirsi, o a diventare organi di ricambio per i
ricchi. Un mondo che quotidianamente registra il maltrattamento, quando
non l’assassinio, di donne, donne qualsiasi, comuni, che non vivono in
Paesi in guerra, ma che sono le nostre vicine, le nostre amiche, le
nostre sorelle, quelle che incontriamo quando facciamo la spesa o negli
uffici postali, o quelle che non vediamo più, perché sepolte in casa.
La realtà è che spesso anche noi, membri di una Chiesa “impegnata”, viviamo, come direbbe Primo Levi, nelle nostre tiepide case,
dimentichi, se non indifferenti, delle morti nel Mediterraneo, delle
atrocità della Libia, delle crudeltà perpetrate nei tanti Paesi
coinvolti in conflitti armati, ma anche distratti rispetto alle morti
sul lavoro, all’inquinamento crescente, alla distruzione della stessa
Terra. Tuttavia, non siamo soli, non siamo abbandonati a noi stessi: il
Signore, col Suo Spirito, è al nostro fianco. Restituisce vita e dignità
ai corpi martoriati e dona un senso alle nostre esistenze camminando
accanto a noi, incontrandoci per strada, con noi attraversando le
frontiere, con noi incontrando il dolore. Il Signore è anche la forza
del nostro impegno, Colui che sostiene la nostra fragilità, quando più
forte i nostri numeri minuscoli e la grandezza del Male ci fanno sentire
impotenti.
Perché è vero che molti di
noi non hanno dimenticato e non dimenticano la sofferenza che ci
circonda. È vero che molti di noi sono impegnati a testimoniare la
presenza di Dio nel mondo attraverso chiese e comunità che conservano
con cura l’ambiente e il suo equilibrio, vivendo un’esistenza sobria,
che cerca di tenere conto dell’esiguità delle risorse naturali e di
rispettare le vite umane che ci circondano. E’ vero che la testimonianza
come Chiesa, ma anche, spesso, come singoli, è vissuta attraverso
progetti come Mediterranean Hope o i Corridoi Umanitari, e
lavorando in prima fila in tante campagne per la salvaguardia dei
diritti di quelle persone, di quei popoli, di quei territori che sono
deboli, fragili, minoritari, maltrattati e depredati. È vero che abbiamo
fatto spesso delle scelte coraggiose e controcorrente, così come è vero
che in molte delle nostre chiese abbiamo la possibilità di vivere la
benedizione di ECI, la benedizione di Essere Chiesa Insieme a uomini e
donne che portano una storia e una cultura diversa da quella italiana,
ma che hanno saputo arricchire le nostre comunità col dono delle loro
specificità, la loro ricchezza umana e spirituale. È vero, dunque, che
noi ci proviamo, e seriamente, a vivere una nuova esistenza,
un’esistenza in cui sia evidente che è Dio che ci ha donato la vita.
Un’esistenza nella quale la presenza dello Spirito Santo è tangibile,
con la ricchezza dei Suoi doni e della Sua forza.
Ma
lo stesso Paolo, poco più avanti, al versetto 32, ci ammonisce e ci
mette in guardia dal facile senso di appagamento che possiamo sentire
dentro di noi:
Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho? Se i morti non risuscitano, «mangiamo e beviamo, perché domani morremo».
Ci
eravamo appena un pochino consolati, quando ecco che Paolo ci ributta
nell’inquietudine. Non serve a nulla quello che stiamo facendo. Sì certo
abbiamo dato il nostro contributo, abbiamo migliorato un poco
l’esistenza di qualcuno, ora ci sentiamo anche noi meglio e più a nostro
agio, ma dobbiamo essere consapevoli che se lo abbiamo fatto solo a
fini umani è stato del tutto inutile. Paolo ci dice proprio questo:
godiamoci la vita, se i morti non resuscitano è del tutto superfluo
lottare con le belve in Efeso. Tanto vale mangiare e bere, perché tanto
domani morremo.
Cosa vuole dire Paolo?
Vuol
dire che non è il nostro entusiasmo, o la nostra capacità di riempire
le nostre chiese, e neppure la nostra carica umanitaria a fare la
differenza. Tutto questo è importante, anzi vorrei dire che è
fondamentale, ma nasce dallo Spirito Santo e si nutre di una fede che è
radicata nella morte e resurrezione di Gesù. Paolo afferma che possiamo
creare un’associazione, un team, un gruppo che si impegna sui temi della
salvaguardia delle persone e del creato, ma, se non crediamo nella
resurrezione dei morti, non siamo una Chiesa, perché il cuore, il
fondamento della nostra fede è che Cristo sia resuscitato dai morti. Se
non crediamo in questo, allora la nostra fede è vana e non può resistere
alle temperie in cui viviamo: un messaggio scomodo, faticoso da
accogliere, difficile da accettare, ma l’unico necessario, ci dice
Paolo.
E allora, che cosa possiamo fare,
che cosa dobbiamo fare? Possiamo continuare a soccorrere i malati e gli
afflitti. A compiere azioni anche bellissime. Ma con la nostra morte,
tutto sarebbe finito. E il nostro premio sarebbe nella gratitudine di
chi soccorriamo, nell’approvazione dei nostri amici, e, alla fine, in un
bel funerale e in una lapide che ci ricordi ai posteri.
È
una possibilità, ma il Vangelo di oggi viene a ricordarci che tutto
questo appartiene alla nostra vecchia vita, viene ad annunciarci che il
Signore “annienterà per sempre la morte” e che non saremo soli, che
quando cadremo saremo soccorsi. Lo Spirito della Verità ci aiuterà a
credere in quella che lo stesso Paolo ha definito una follia, perché è
qualcosa di incredibile, di inaccettabile per il nostro pragmatico modo
di pensare. In effetti, se ci riflettiamo bene, davvero tutta questa
storia è una follia: come facciamo a credere che esista un Amore diverso
dal nostro? Un amore totale, come quello che Gesù ci ha mostrato? Non
ci viene chiesto troppo? Questa umanità di Gesù non è, in fondo in
fondo, troppo poco umana per noi?
Ecco
il punto: noi vorremmo, come i Corinzi, una fede alla nostra portata.
Una fede umana. Noi vorremmo poterci sentire risorti qui, ora,
all’interno dei confini che conosciamo, all’interno della concretezza
che amiamo. Noi vogliamo un Dio che dopo essersi fatto uomo per tutti e
tutte noi, sappia tornare ad essere Dio senza coinvolgerci. Vogliamo
appunto un Dio che non ci chieda di uscire dai nostri confini. Un Dio
che non ci destabilizzi.
Ma Paolo li e ci inchioda:
se Cristo era uomo, totalmente uomo, la sua resurrezione non è un fatto
fuori della storia, non è un simbolo, né un episodio mitologico
dell’epoca degli dei, ma una questione che ci riguarda da vicino, che ci
riguarda proprio in quanto uomini e donne. Per Paolo, non è sufficiente
credere nella resurrezione di Gesù, bisogna accogliere l’idea della nostra risurrezione:
la resurrezione di Cristo non è stato solo un prodigio innaturale,
fuori da noi, un evento unico ed irripetibile, ma è l’Evento che irrompe
dentro di noi, che segna tutta la nostra esistenza, materiale e
spirituale, nei posti di lavoro e nelle nostre case, nei rapporti col
mondo e con i nostri amici, nella vita e nella morte, perché Gesù è il
primogenito dei risorti, “la primizia di coloro che dormono” (v. 20) e
la Sua resurrezione è l’evento a partire dal quale la nostra vita colma
di peccato finisce e ci è donata la straordinaria opportunità di
rinascere ed essere uomini e donne nuovi. Senza alcun merito, senza
alcun ruolo attivo.
E allora, se ci
crediamo, dobbiamo tirare fuori dalle nostre confessioni di fede questa
realtà che tutto trasforma e tornare a darle significato e concretezza.
Perché se resta un’affermazione di principio affermata e non vissuta,
sulla quale non abbiamo poggiato il nostro fondamento, la nostra fede è
vana, cioè è morta, e quindi inutile.
Il
Signore ci chiede di fondare la nostra esistenza terrena sulla
resurrezione dei morti, su questo evento incredibile che si pone ai
limiti, anzi, oltre i limiti dell’accettabilità per l’umanità
saggia, piena di buon senso, coi piedi per terra, per l’umanità a cui a
buon diritto spesso apparteniamo anche noi. Ci chiede di affidarci con
gioia a Lui, l’Unico che può liberarci dal peccato che ci cinge e ci
seduce, da questa forza che ci accieca e che ci impedisce di credere
nella resurrezione e dunque nella Vita, nonostante essa sia qui in mezzo
a noi, nel nostro mondo e nelle nostre esistenze quotidiane. Perché, ed
è questo l’annuncio gioioso di questo pomeriggio, non siamo circondati
solo dalla morte, ma anche dalla Vita, dall’Amore che nonostante tutto
continua ad agire.
La resurrezione di
Gesù e dei morti non è provata né provabile. La possiamo solo accogliere
per fede: ma, Paolo ci dice che essa è il cuore della nostra fede. Ciò
che le dà senso e significato. E ci incoraggia ad avere fiducia e ad
essere saldi, anzi incrollabili:
Perciò,
fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti
nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel
Signore.
Amen!