Una Diacona è stata eletta, ed è la prima volta,
Moderatora della Tavola Valdese
e per la prima volta è una Metodista
Le chiese evangeliche metodiste e valdesi, in Italia
sono unite, dal 1975, da un Patto di integrazione
Torre Pellice, 30 Agosto 2019Moderatora della Tavola Valdese
e per la prima volta è una Metodista
Le chiese evangeliche metodiste e valdesi, in Italia
sono unite, dal 1975, da un Patto di integrazione
Il seguente testo è tratto da:
www.chiesavaldese.org
Mettiamo a frutto i talenti ricevuti da Dio
Il discorso di Alessandra Trotta, neoeletta moderatora della Tavola Valdese
Cari
fratelli e care sorelle, è con grande emozione che rispondo alla
chiamata a rendere il servizio per il quale mi avete eletta. Non vi
nascondo il timore nascente dalla consapevolezza di tanti limiti, ma
anche la fiducia che nasce dal rispetto del significato che nella nostra
ecclesiologia attribuiamo alla sinodalità come modalità per discernere
e decidere e dalla profonda convinzione nel valore della collegialità e
dunque della messa in comune di competenze, doni, discernimento con i
fratelli e le sorelle che nel prossimo anno condivideranno con me le
responsabilità all’interno della Tavola valdese, come ho già potuto
sperimentare con forza nell’anno passato.
A sostenermi anche il
pensiero del molto che ho ricevuto per essere cresciuta nella fede
all’interno della nostra Chiesa. Il mio cammino è stato
straordinariamente variegato, ma credo che offra un quadro realistico
del tanto che un bambino, una bambina; e poi un giovane e un adulto, in
forma differenziata possono sperimentare nelle nostre chiese e della cui
preziosità non sempre ci rendiamo conto.
L’autocoscienza che
nasce dalla necessità di rendere conto di scelte non conformi e
conformate e di rinnovare ogni giorno la scelta, in un contesto anche
socialmente impegnativo, come quello di una grande città del Sud Italia,
un contesto che allena a lottare per ottenere ciò che dovrebbe invece
essere un diritto, per te e per gli altri; e alla resistenza contro le
ingiustizie; in una comunità di valdesi e metodisti ancora prima del
Patto d’Integrazione, una comunità in cui sin da bambini si può
apprendere, insieme all’ascolto di una Parola che chiede di essere
vissuta nella quotidianità delle relazioni, e ai primi rudimenti della
conoscenza delle Scritture, attraverso un approccio critico; anche
l’esercizio della democrazia, non come dittatura della maggioranza ma
come ricerca di soluzioni condivise; l’esperienza interculturale, in una
delle prime comunità dell’essere chiesa insieme, un processo
trasformativo accettato e vissuto con grande consapevolezza, che ha
modificato in modo significativo la mia spiritualità, la visione delle
cose, le prospettive, il senso del tempo e delle priorità. L’impegno
nella diaconia istituzionale, al Centro Diaconale la Noce: un ribollire
di competenza, passione e creatività, a contatto con tutte le
contraddizioni, le tensioni, le sofferenze del mondo, ma anche con la
bellezza della sfida educativa e l’attenzione alla cura delle persone
più vulnerabili in una prospettiva sempre emancipante, supportata dalla
speranza viva di cambiamento; una scuola anche per lo sviluppo di
rapporti con le istituzioni pubbliche caratterizzati da rispetto delle
istituzioni preposte al perseguimento del bene comune, al di là delle
persone che le incarnano, da spirito di collaborazione, ma sempre
dialettici, in cui si impara la distinzione dei ruoli, il senso del
limite e a mantenere la schiena dritta; e poi, negli anni di impegno
all’interno del Comitato Permanente dell’OPCEMI, le straordinarie
opportunità di allargamento dello sguardo e di fare esperienza della
Chiesa come dimensione più ampia negli incontri ecumenici e con le
Chiese sorelle delle nostre famiglie confessionali; e l’esperienza
ultima, a Napoli e Portici, di comunità diaconali, aperte
all’accoglienza nel senso più ampio del termine.
Siamo tutto questo e siamo molto di più, ciascuno di voi può fare lo stesso esercizio.
Non
credo sinceramente che vi possa essere spazio per il ripiegamento e per
la nostalgia di un passato guardato con le lenti deformanti
dell’idealizzazione; al quale appartengono, insieme a esempi luminosi di
coraggio e fedeltà, anche modelli e stili che oggi, sia nell’essere
chiesa, sia nel fare diaconia, non potremmo e forse non vorremmo neppure
riprodurre e che comunque non potrebbero funzionare allo stesso modo in
un contesto totalmente mutato. Non renderemmo onore alle generazioni
che ci hanno preceduto, se sfuggissimo alla responsabilità di leggere i
segni dei nostri tempi e di interpretare le sfide dell’oggi.
Siamo però responsabili della messa a frutto dei talenti che abbiamo ricevuto, in una storia lunga più di 800 anni, e che siamo chiamati ad usare in modo rinnovato e creativo
Nella realtà di diaspora nella
quale, per come abbiamo ascoltato nella bella giornata Miegge, i
cristiani tutti sono oggi chiamati a vivere, cosa c’è di nuovo, per noi
protestanti italiani poi, per cui dovremmo temere?
Cosa c’è di
nuovo per cui dovremmo temere nel fatto che una proposta di vita, un
ideale di convivenza umana coerente con il cuore dell’Evangelo, dunque
aperta, solidale, inclusiva, vengano ridicolizzate, osteggiate,
addirittura additate come causa dei problemi? Non c’è meno bisogno, c’è
più bisogno di una predicazione appassionata del puro evangelo, nella
quale siamo responsabilizzati ad offrire il meglio di ciò che abbiamo
imparato ad essere, senza alcuna pretesa di rappresentare tutto ciò che
una Chiesa cristiana può essere, ma anche sottraendoci all’ossessione di
definire confini.
Una parte del meglio di ciò che abbiamo
imparato ad essere mi sembra sia risuonato nella predicazione dei culti
che hanno aperto le sedute, come nei dibattiti e nelle decisioni serie,
mature di questo sinodo. Mi soffermo su alcune parole, che mi sembrano
particolarmente significative, anche perché svelano l’inconsistenza di
alcune delle false alternative nelle quali qualche volta ci incartiamo:
interno-esterno; predicazione-diaconia…
1
- La prima parola è NOI: il noi al quale guarda una predicazione
ispirata dalla visione del piano di Dio per l'umanità, un piano sempre
sociale, per la comunità degli umani: una comunità che non schiaccia le
individualità, ma le valorizza una per una; e poi le chiama a crescere, a
uscire e a contribuire alla costruzione e alla cura di una comunità
rinnovata.
Il giardino da lavorare e
custodire, la città, il banchetto nuziale, la festa, il corteo gioioso,
multiculturale, intergenerazionale, degli esuli che ritornano a casa,
con in testa le persone ritenute più fragili e vulnerabili.
Tutta la Bibbia è pervasa da immagini che parlano di una predicazione del “noi”.
Ma
questo “noi” è un noi universale (non contrapposto ad un voi che
individua i nemici da cui difendersi); non è settario, elitario ed
escludente. Una bella differenza dal NOI che sentiamo tanto spesso
pronunciato con violenza, talvolta odio, per contrapporre e dividere.
La
Parola parla ad ogni singolo, lo chiama, lo converte, lo rinnova e
fortifica, ma non per isolarlo nel suo “io con Dio”, ma per fargli
assumere una responsabilità per un “noi”, per la comunità umana nella
quale soltanto ognuno può vivere veramente la dimensione di pienezza cui
è destinato.
E’ nell’incontro con il
Dio di Gesù Cristo che la contrapposizione fra singolo e comunità, fra
diritti individuali e sociali, fra benessere personale e bene comune si
può davvero sciogliere in un equilibrio virtuoso. La comunità non
assorbe il soggetto fino a cancellarlo nella sua specialità e
individualità unica; e l'individuo non si concepisce come il centro del
mondo al quale asservire gli altri, in un’illusione di autonomia
egoistica.
In molte delle esperienze
religiose, anche cristiane, che hanno più successo oggi, c'è molto io,
ma c'è poco noi. Le nostre Chiese hanno sempre insistito e per questo si
sono distinte, in una predicazione del noi e
non dell'io e io penso che di una predicazione del noi, non
contrapposto ad un voi, siamo chiamati ancora, nel nostro piccolo, a
farci carico con perseveranza e gioia.
2 - La seconda parola è capovolgimento o ribaltamento:
il nostro sinodo ha incoraggiato la Commissione sinodale per la
Diaconia a proseguire la campagna di sensibilizzazione che ha come motto
“prima gli ultimi”: il grande si fa piccolo, l'ultimo diventa primo, il
libero si rende servo, lo schiavo diventa libero; il sapiente si fa
umile; l'umile diventa sapiente, il forte si fa debole, il debole
diventa forte....
Gesù pone
il ribaltamento dello statusal centro di un'etica fondata su
un'interpretazione del rapporto con Dio a partire dalla sua rivelazione
sulla croce: come mirabilmente descritta nell'antichissima confessione
di fede cristiana riportata da Paolo nel 2°capitolo della lettera ai
Filippesi.
In molte chiese cristiane vi
è molta croce, ma soprattutto molto calvario; nell'enfasi, commossa,
delle sofferenze di Gesù, per la nostra salvezza, si piange ricordando, a
volte persino con un eccessivo gusto dell'orrido, il suono delle
frustate, il dolore dei chiodi, il sangue che cola... e al pensiero che
tutto questo Gesù lo ha patito per noi...
Ma
vi è poco ribaltamento degli status: nelle relazioni comunitarie come
nel servizio al prossimo, c'è da chiedersi se avviene questo
ribaltamento: muta lo status di chi serve e muta lo status di chi è
servito; e come?
Gesù indica ai suoi il
servizio come ribaltamento dello status come strada del discepolato, del
camminare dietro di lui: allora, è inutile che ci si commuova al
pensiero delle sue sofferenze, se non si capisce che Gesù venuto per
servire è un evento critico, di rottura di portata straordinaria; è un
evento che rompe, che cambia, che ribalta le relazioni.
Ecco,
io penso che le nostre chiese sono cresciute in questa predicazione, in
questa teologia della croce: non sempre riescono ad essere coerenti con
la predicazione nella quale sono cresciute; anzi spesso sono infedeli,
perché è veramente difficile incarnare questa predicazione del
ribaltamento dello status come centro dell'etica, ma ancora una volta,
penso che questa predicazione sia drammaticamente attuale, che ce ne sia
bisogno, che siamo chiamati a farci carico di questa seconda parola.
3
- La terza parola è una parola che guarda all'interno della comunità
cristiana, al come dovrebbe essere organizzata, di come dovrebbe vivere,
ma che, ancora una volta, proietta il suo valore anche oltre i confini
della comunità cristiana. E’ la parola UNITA’.
L'unità
di un corpo, la sua compattezza, che non è fondata sulla speciale
autorità di un solo membro che è investito di un ruolo, di un potere
speciale; non è neppure fondata sul fascino, sulla carismaticità di uno o
più leader!
Ma sulla partecipazione
egualitaria (senza gerarchie) e fiduciosa di tutti le parti del corpo
alla fatica della costruzione comune.
Egualitaria
non vuol dire che tutti fanno tutto: vi sono compiti diversi in
relazione ai doni diversi che sono distribuiti, ma il corpo non funziona
come deve funzionare se ogni parte non riconosce, non valorizza, non si
prende cura, dell'altra, senza distinzioni di importanza, di onore. Se
non vi è una collaborazione vera, una sinergia (che vuol dire “lavoro
insieme”) che si fondi sulla fiducia reciproca, se non vi è la scelta di
camminare insieme invece che ciascuno per sé, di costruire insieme
avendo un orizzonte nel quale tutti si riconoscono e al quale sentano la
responsabilità di partecipare con i propri doni.
Anche
rispetto a questo modo di intendere l'unità al servizio di un progetto
comune veramente condiviso, le nostre chiese, con la loro storia, la
loro teologia, le loro esperienze, hanno ancora da dare nell'ecumene
cristiana, come anche alla società, al mondo nel quale la Chiesa è
chiamata a vivere e a spendersi nella testimonianza dell'Evangelo,
vincendo la spinta alla frammentazione, alla divisione,
all’esclusione....
Unità: non come
uniformità, ma come pluralità non disconnessa; il nostro modello,
rafforzato dal patto d’integrazione è proprio quello di un’unità
plurale, in cui è il riconoscimento dell’altro come un pezzo della
propria testimonianza, della propria storia a fare la differenza; nella
differenziazione di ruoli e responsabilità, in cui ciascuno è chiamato a
fare la sua parte e a dare il meglio del contributo possibile alla
costruzione comune.
Cosa serve? In cosa
dobbiamo crescere per essere davvero il meglio di ciò che siamo
chiamati ad essere? Mi vorrei limitare a due parole finali, semplici ed
impegnative.
Umiltà: non
pensare di sapere già tutto, di capire e sapere fare le cose meglio
degli altri, un’umiltà che apre ad un ascolto attento, sincero, dentro e
fuori le chiese, un ascolto di tutti, a cominciare da quelli che non ci
sono o non ci sono come vorremmo; a quelli rabbiosi, ai delusi, agli
impauriti, agli apatici, un ascolto interessato a capire i linguaggi, i
bisogni e farsene interrogare, accettando il rischio di un dialogo vero.
Fiducia: fiducia
in Dio, fondamento della nostra speranza; ma anche fra di noi; fra
iscritti a ruolo (pastori e diaconi), fra iscritti a ruolo e consigli di
chiesa/concistori e ministeri locali; fra chiese locali, gli organismi
intermedi e quelli centrali; fra le commissione sinodali; fra chiese
locali ed istituzioni diaconali.
E
questa fiducia si costruisce con un’informazione completa e trasparente,
una comunicazione fluida, in dialogo costruttivo ancorché critico; con
una collaborazione leale che parta dal riconoscimento reciproco, un
pregiudizio positivo (questa è in fondo la fiducia) sull’impegno
dell’altro, sulla sua sincera ricerca di fare ciò che è meglio e di
farlo a partire dal confronto autentico con la parola di Dio
Ci
dia il Signore di camminare con umiltà e fiducia incontro alla nostra
vocazione.
Voglia il Signore della grazia benedire la sua Chiesa ovunque
sparsa nel mondo.