Tre studenti di qene (poesia)
che ogni giorno
tornavano dai loro studi nel vicino monastero,
incontrarono un monaco molto vecchio che avanzava
faticosamente, appoggiato ad un bastone
nodoso. L’anziano si fermò sotto un albero di ‘aye[1]
e
lo scrutò a lungo: sembrava guardasse
estasiato la pianta, i cui bei frutti viola adornavano i
rami.
Gli studenti andarono da lui incuriositi e lui li pregò di
salire sui rami a prendere dei frutti
per assaggiarli: il più grande dei tre obbedì e ne prese
parecchi. I tre, seduti sotto l’albero,
stavano gustando i frutti quando l’anziano iniziò a
benedire la memoria di chi aveva seminato
la pianta, poi, al termine, prima che ognuno
riprendesse la sua strada, raccolse tutti i torsoli
e col bastone cominciò a scavare dei buchi nella
terra, per sotterrarli.
I ragazzi, stupiti, si domandarono l’un l’altro per quale
motivo l’anziano monaco lo facesse,
dato che ormai la sua vita volgeva al tramonto e ben si
sa che la pianta di ‘aye impiega molto tempo
a dare i suoi frutti. “Ci scusi, nonno”, chiese uno dei
tre “quanto pensa di poter vivere ancora,
e vedere questa pianta cresciuta, vista che con tanta
cura ne sta sotterrando i semi?”
“Sì, è vero, l’ ‘aye dà frutti dopo molto tempo ed è
probabile che io non riuscirò a mangiarli
perché non ci sarò più, però la vita è una catena e noi
siamo gli anelli che la formano.
Vedete, altri prima di noi hanno seminato i semi di
tutte queste piante benedette, così noi ne
abbiamo potuto mangiare il frutto. Io ho benedetto la
memoria di coloro che hanno piantato questo
albero, e adesso tocca a me interrare quello che poi
diventerà un albero e darà tante belle ‘aye.
Un giorno passerà un altro come me, mangerà il frutto
dell’albero e benedirà, forse, anche il mio
nome”. Ai ragazzi le parole dell’anziano sembrarono
più che mai sagge e istruttive e si sentirono
veramente appagati.
Il monaco, prima di proseguire il suo cammino, aveva
detto ai ragazzi: “Figlioli, ricordatevi che gli
alberi e i loro frutti sono beni del Creatore, bisogna
preservarli, difenderli e diffonderli”.
Si narra che l’anziano monaco abbia vissuto ancora e
lungo e sia riuscito addirittura a vedere i
nipoti di questi tre ragazzi.
Habrè Weldemarian – Eritrea
Da “Habré Weldemarian: La terra di
Punt —
Miti, leggende e racconti dell’Eritrea”
Collana
Mondialità —E.M.I. Bologna. Pag. 59-60
tratto da: Allarga la tua Tenda
raccolta di testi di fede
Comitato italiano per la CEVAA Comunità di Chiese in missione
raccolta di testi di fede
Comitato italiano per la CEVAA Comunità di Chiese in missione
Raccolta e
traduzione testi a cura di Renato Coïsson
Stampato ma non pubblicato
Luserna S. Giovanni (To), Agosto 2016, 192-193.
[1] ‘Aye è un frutto selvatico simile alla
prugna. Così almeno lo
ricorda l’autore
che, fanciullo, ne vide tanti ad ‘Addarasso, nel
bassopiano del
versante orientale eritreo. Ricorda che c’erano
parecchie piante
lungo il torrente Danabeb