Roma (NEV), 27 gennaio 2020
[…]
la Senatrice della Repubblica Liliana Segre ha incontrato le e gli studenti delle scuole superiori di Milano, al Teatro degli Arcimboldi.
Il suo intervento incomincia con una poesia di Primo Levi, “Agli amici”, in cui l’amicizia è incontro, anche di un momento, “in cui sia stato teso un segmento, una corda ben definita”. È lo scambio della potenza della relazione tra esseri umani che si guardano in faccia.
La senatrice Segre racconta di lei bambina, dell’inizio delle persecuzioni, della fuga in Svizzera, del respingimento, del carcere, a Varese, e poi a Milano, a San Vittore, nel quartiere dove Liliana aveva sempre vissuto.
Dopo 40 giorni di carcere, colpevole di essere nata, Liliana e suo
padre vengono portati via verso i campi di sterminio. A differenza dei
carcerieri, furono i detenuti a essere pietosi. “Affacciati alla
balconata, mentre camminavamo verso l’uscita, ci buttarono, chi una
sciarpa, chi un’arancia, chi una benedizione. Era la manna, loro
sapevano chi era innocente e chi colpevole. La città era indifferente,
muta, silente”.
La testimonianza prosegue: il treno, le lacrime, le preghiere di chi credeva e lodava Dio, persino lì, il silenzio. La separazione, per sempre, dal padre, il lager femminile di Birchenau, la fame, il fumo dai forni, la disperazione, ma sopra ogni cosa, la vita.
“A 13 anni si è fortissimi, una gamba davanti all’altra, scegli la vita!” incoraggia gli studenti, Liliana.
Venne mandata a lavorare in una fabbrica di armi, come inserviente.
Dal campo alla fabbrica le donne erano obbligate e cantare. “Guardavo e
odiavo i ragazzi della gioventù nazista, che ci insultavano e
denigravano, noi, pelate, prigioniere. Sognavo di vendicarmi”.
Molti anni dopo, a 60 anni, quella bambina, sopravvissuta, assieme a
pochissimi altri, è diventata nonna. Quei ragazzi della strada non li ha
mai dimenticati. In quel momento della sua vita pensò che avrebbero
potuto essere i suoi nipoti. “Allora scoprii che non li odiavo più,
avevo pena di questi ragazzi figli del nazismo, carnefici loro malgrado
perché questo era stato loro insegnato. Allora capii che ero pronta a
fare il mio dovere di testimone. Senza usare mai la parola odio e la
parola vendetta. Predicare odio e vendetta non è da educatori, da madri e
padri, da amici. Da nonna ho trovato le parole per testimoniare”.
Nella bambina Liliana vedo oggi le bambine e i bambini, dalla Siria
al Venezuela, dallo Yemen al Gambia, dalla Palestina al Messico, alla
Libia, segnati dall’indifferenza di chi ha l’illusione di non essere
coinvolto, dall’odio del potere, che non li vede esseri umani, persone,
ma diversi, colpevoli di essere nati. Possano queste bambine e questi
bambini diventare nonne e nonni che benedicono e non maledicono, che
scelgono ancora la vita. Possiamo noi guardarli negli occhi, riconoscere
la potenza della loro umanità, sentirci parte della loro storia come
della storia di Liliana.