Giampiero Comolli
Memorie di un bambino in preghiera
Nell'Italia religiosa degli anni Cinquanta
(Collana Nostro Tempo, 160)
Editrice Claudiana, Torino, 202, pagine 284.
Disponibile anche nel formato
EBOOK (EPUB)
Il libro in pillole
- L’Italia degli anni Cinquanta
- La spiritualità preconciliare e tradizionale
- Un racconto di formazione
L’Italia degli anni Cinquanta nei ricordi di chi quel decennio lo ha vissuto da bambino. Una narrazione autobiografica che, pur basandosi solo sulla memoria, racconta con precisione e viva intensità l’ambiente culturale e sociale di tale periodo, dando particolare risalto alla chiesa e alla religiosità cattoliche che esercitavano all’epoca un ruolo egemonico e pervasivo.
3 domande all'autore a cura di Samuele Bernardini
Un salto in biblioteca: Memorie di un bambino in preghiera
CCP - Centro Culturale Protestante di Milano
3 domande a Giampiero Comolli autore di
Memorie di un bambino in preghiera
Nell'Italia religiosa degli anni Cinquanta
Indice testuale
Prima parte. Alle origini della fede
Seconda parte. Le suore
Terza parte. La scuola pubblica, la chiesa, il mondo di allora
Quarta parte. Il catechismo cattolico
Quinta parte. Addio al cattolicesimo
Biografia dell'autore
Giampiero Comolli
Scrittore, giornalista e reporter di viaggi,
ha insegnato pratiche meditative presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari.
Autore di numerosi saggi,
l’ultimo dei quali è La malinconia meravigliosa. I discorsi di commiato del Buddha e di Gesù
(Claudiana 2019).
www.claudiana.it
PREFAZIONE
Perché ricordare un mondo scomparso
Le pagine che seguono si propongono di descrivere, attraverso una testimonianza diretta, un’epoca ormai trascorsa da tanto tempo: l’Italia degli anni Cinquanta, e, più in particolare, il cattolicesimo italiano di quel periodo. Si tratterà quindi di rievocare il periodo del dopoguerra (prima del grande sviluppo economico, sociale e culturale del decennio successivo) con un’attenzione particolare alla chiesa preconciliare di Pio XII e della messa in latino (prima dunque del grande rinnovamento portato dal Concilio Vaticano II e dal papato di Giovanni XXIII). Ma una simile raffigurazione dell’Italia religiosa negli anni Cinquanta – è bene chiarirlo subito – non vuole e non può affatto presentarsi come una ricostruzione storico-critica condotta sui documenti dell’epoca e sulla storiografia successiva. Si basa infatti sulla memoria diretta, personale, di chi quegli anni li ha vissuti da bambino. Non si troveranno qui altre fonti da citare, altri archivi da consultare se non i ricordi privati, così come essi si presentano oggi alla mente di chi, appunto, ha passato la propria infanzia durante gli anni Cinquanta.
E poiché il rammemorante in questione sono io stesso, diventa inevitabile che queste rimembranze assumano un evidente carattere autobiografico. Per forza di cose, cioè, mi trovo qui a dover agire come testimone e come narratore: mi propongo infatti di raccontare che cosa ho visto, che cosa ho fatto, che cosa ho detto in quegli anni, e che cosa facevano e dicevano le persone intorno a me.
Spiegherò come funzionavano le istituzioni educative e religiose che frequentavo, attenendomi soltanto a quel che ricordo io, senza fare riferimento ad altre testimonianze e senza neanche invenzioni narrative, episodi fittizi aggiunti a bella posta. Ho descritto dunque quel mondo utilizzando quale unica fonte i miei ricordi di quel periodo.
Non si troveranno quindi in questo libro neanche le mie attuali valutazioni sull’Italia e sulla chiesa di quegli anni, ma solo i ragionamenti che avevo formulato allora, sul momento, e i sentimenti da cui all’epoca ero pervaso. Naturalmente so benissimo che la memoria personale, senza documenti esterni a cui fare riferimento e che la possano avvalorare, è soggetta al rischio dei falsi ricordi, o deve talvolta fare riferimento a ricordi imprecisi, nebulosi, lacunosi, deformati dalla soggettività personale.
Ho tenuto sempre presente questo rischio e ho cercato – nei limiti del possibile – di basarmi solo su quei ricordi che ritenevo sufficientemente sicuri e precisi, senza cedere alla tentazione di abbellire, completare, integrare con invenzioni narrative i vuoti di memoria. Là dove non mi ricordavo bene un dato episodio, ho tralasciato quindi di riportare quell’episodio stesso.
Oppure l’ho riportato solo in quelle parti che ricordavo con sufficiente precisione. Non vorrei però che un simile libro fosse letto solo come il racconto della mia personale infanzia. Si trattasse unicamente di questo, non sarebbe valsa la pena di scriverlo: non si troverebbero infatti giustificazioni sufficienti per presentare la mia vicenda privata come se fosse dotata di un particolare valore pubblico.
Piuttosto, se queste pagine offrono un qualche interesse, è perché – almeno io credo – pur attraverso una testimonianza diretta, pur attraverso una memoria personale, si può comunque arrivare a capire qualcosa di significativo sul nostro paese e sulla religiosità dominante negli anni Cinquanta: un periodo storico particolarmente importante, in quanto situato tra la fine della guerra e la grande svolta economica, culturale e sociale, oltre che religiosa, del decennio seguente.
Dunque: che tipo di educazione culturale e religiosa veniva tradizionalmente impartita ai bambini in quegli anni? Che ruolo svolgeva la chiesa cattolica non solo nelle istituzioni religiose, ma anche nella scuola pubblica? Che tipo di catechismo veniva insegnato e che effetto aveva un simile catechismo sui bambini? Come entrava la religione nella vita quotidiana dei più piccoli?
Certo, io posso parlare solo per me, per la mia famiglia, per le scuole che ho frequentato io.
Altri miei coetanei avranno sicuramente ricordi diversi, anche molto differenti, di quella stessa epoca.
Io però credo di avere frequentato ambienti religiosi non marginali ma caratteristici di quell’epoca; e credo di avere ricevuto un’educazione religiosa non anomala, non inusitata, ma al contrario rappresentativa, tipica di quegli anni.
Di conseguenza ho l’impressione che i miei ricordi siano interessanti non tanto perché stravaganti, particolari, ma, tutto all’opposto, per il loro carattere esemplare. In altre parole, penso che queste mie memorie ci permettano di capire qualcosa di più sul paese a cui apparteniamo, su un’epoca dalla quale comunque proveniamo, e su una chiesa, quella cattolica romana, che esercitava un tempo su questo stesso paese un’egemonia spirituale oggi inconcepibile. Non solo. Poiché la mia educazione religiosa di quegli anni coincide in modo inestricabile con la prima formazione di una fede in me stesso, ecco che il ragionare sui primi ricordi religiosi ci permette di capire qualcosa di particolare, forse di prezioso, anche sulla formazione della fede infantile, sull’origine della fede in un bambino, e sulle particolari caratteristiche con cui la fede si presenta ed è vissuta nei primi tempi dell’esistenza, diciamo fra i tre e i dieci anni.
Fragilità e grazia della fede infantile: che cosa rimane e che cosa si dissolve di quella fede in formato ridotto, una volta raggiunta l’età adulta? E che cosa interviene a un certo punto, per modificare quella fede, quando un bambino esce dall’infanzia? Io sono nato nel febbraio del 1950.
E tutto quello che è avvenuto dai tre anni in poi lo ricordo con sufficiente chiarezza, tanto da poter limitare la mia narrazione ai soli anni Cinquanta, con qualche veloce escursione finale fino ai primi anni Sessanta, quando l’Italia religiosa del decennio precedente si dissolse per dar vita a un profondo rinnovamento del cattolicesimo italiano. È bene però chiarirlo subito: io a quel rinnovamento non presi parte, perché i primi anni Sessanta significarono per me non solo la mia lenta uscita dall’infanzia ma anche la mia lenta uscita dal cattolicesimo, la lunga, progressiva, inesorabile perdita del mio legame con la chiesa cattolica.
Quel legame, certo, s’interruppe anche a causa dei limiti e delle angustie che avevano segnato la mia precedente educazione religiosa, tanto intensa e rigorosa, quanto del tutto inadeguata ad affrontare, dall’interno della chiesa cattolica, i cambiamenti storici in arrivo.
Al tempo stesso però – lo posso riconoscere volentieri – questa medesima educazione si rivelò per me talmente forte e seria da non dissolversi nel nulla, ma anzi da permettermi di mantenere un legame vivo con la fede in Dio e in Gesù. Dopo l’uscita dalla chiesa cattolica, questo era appunto ciò mi rimaneva: il legame con la presenza del Padre, con la figura del Figlio, una sorta di nuda fede cristiana ridotta all’essenziale, anzi al minimo.
Che cosa significa questo? Significa che il mio lento abbandono del cattolicesimo non mi trasformò in un agnostico o in un ateo o in un indifferente, ma piuttosto in un cristiano senza chiesa. O in una sorta di mistico panteista, sempre propenso a vagabondare tra l’una e l’altra tradizione religiosa, in attesa di trovare un luogo dove venisse finalmente annunciato per me quell’evangelo di cui, da tanti anni, andavo in cerca. Mi si fece finalmente incontro quel luogo la prima volta che misi piede in una chiesa valdese. E da allora appunto – è bene chiarirlo – faccio parte della chiesa evangelica valdese di Milano.
Ma questo libro non intende assolutamente raccontare “come sono diventato valdese”. Piuttosto si propone di farci capire come veniva annunciato Gesù a un bambino nella chiesa cattolica degli anni Cinquanta in Italia. Credo sia importante capirlo, o quanto meno rifletterci un po’ su. Come mai lo credo? Perché proprio quel modo così cattolico di annunciare l’evangelo, e proprio quel catechismo, sotto tanti aspetti così pittoresco, grottesco, a volte quasi truculento, erano però permeati da una passione autentica e fortissima per la figura di Gesù, erano sostenuti dalla convinzione che le cose di Dio vanno affrontate con assoluta serietà. Talmente forti erano quella passione per Gesù e quell’importanza attribuita alle cose di Dio, che quando si dissolse in me il legame con la chiesa di Roma, tale dissoluzione mi lasciò comunque in eredità il suo tesoro più prezioso: la continua domanda su chi mai sia Dio; la continua domanda su chi mai sia Gesù per noi, per me.
Certo, la mia rimane comunque una vicenda personale, forse troppo personale per riuscire a illuminare da una prospettiva veramente nuova e interessante l’Italia religiosa degli anni Cinquanta. Però queste mie memorie potrebbero forse spingere anche altri a chiedersi: la mia educazione religiosa, invece, com’è stata? Com’ero io, da bambino, da bambina? Che cosa pensavo, che cosa sentivo quand’ero piccolo o piccola?
Quali erano i miei sogni, le mie aspettative? Di questo almeno sono certo: indipendentemente dagli anni Cinquanta, indipendentemente anche dalla fede cristiana, dall’una o dall’altra religione, è sempre utile per chiunque, a qualsiasi età, non dimenticare mai la propria infanzia, bensì rimanere sempre in prossimità di quanto ci è accaduto in quei primi anni. Rammemorare le cose apprese da piccoli, alimentare il ricordo – bello o brutto che sia – delle persone, delle cose, dei paesaggi da noi conosciuti quando eravamo persone “in miniatura”. Riandare a quei ricordi, metterli se possibile per iscritto, infatti, è un esercizio di enorme rilevanza per la consapevolezza di sé. Recuperare le rimembranze infantili non significa semplicemente passare in veloce rassegna i ricordi più superficiali che subito ci si ripresentano alla mente quando rievochiamo la nostra infanzia. Significa invece concentrarsi su rammemorazioni spesso velate dall’oblio, significa mettere in atto un vero lavoro della memoria.
Al di là delle rievocazioni più facili e più evidenti, infatti, si stende il grande territorio delle reminiscenze incerte, circondate dalle nebbie della dimenticanza. Deboli tracce mnestiche che però, con un attento e paziente lavoro di scavo introspettivo, possono riaffiorare a poco a poco dal buio per farci capire tanti aspetti del nostro passato (e quindi del nostro futuro), che non pensavamo fossero rimasti latenti in noi, in attesa di venire richiamati alla luce. Quando ho cominciato questo lavoro di archeologia della memoria personale, infatti, credevo già di ricordare tutto del mio passato. Ma via via che andavo scrivendo le mie memorie di bambino “religioso”, ecco riemergere all’improvviso dal buio volti, suoni, nomi, persone a cui non avevo mai più pensato. E la mia infanzia, che mi appariva dapprima un mondo in piccolo, si è trasformata a poco a poco in un continente semi-inesplorato. Vale per chiunque, basta fare l’esperimento, prendere carta e penna e poi rispondere a questa semplice domanda: com’ero io da piccolo, da piccola? Del resto, non esprimo su questo tema nulla di nuovo o di originale: le importanti ricerche sulla pratica della scrittura di sé – condotte dalla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (dove io stesso ho potuto insegnare per alcuni anni) – sono lì ad attestarlo.
Un’ultima osservazione: nell’infanzia le esperienze più disparate della vita vengono a far tutt’uno, s’intrecciano le une con le altre, non possono essere facilmente separate e ricondotte ad ambiti diversi. Così, per quanto io in questo libro mi sia prevalentemente concentrato sulle esperienze più chiaramente religiose, legate alle particolarità della fede infantile, non ho potuto fare a meno di aggiungere anche altri ricordi che riguardavano invece i miei parenti, gli amici, i giochi, le vacanze. Tutta una variegata aneddotica, anche buffa, anche stravagante, senza la quale però la particolare esperienza religiosa infantile non sarebbe stata adeguatamente comprensibile, in quanto tutto appare in quegli anni profondamente interconnesso.
Così, sia pure un po’ di lato, ho dovuto parlare anche dei miei genitori, dei miei nonni, delle persone che all’epoca frequentavo. E forse qualcuno si riconoscerà fra i personaggi di questo libro, essendo appunto quelle da me descritte tutte persone reali. Mi auguro che chi eventualmente si riconoscerà, o riconoscerà i propri famigliari, non se ne abbia a male, ma anzi provi almeno un poco di piacere. Anche perché di tutte queste persone – malgrado certe eventuali tensioni, certi eventuali conflitti – io conservo un ricordo carico di affetto e gratitudine.
E poi ci sono i tanti che se ne sono andati. E questo libro è stato scritto anche in memoria loro, in loro onore. «Io non vi dimenticherò mai» – avevo detto un giorno ai miei nonni quando ero ragazzo. Ecco, adesso che i nonni da tanto tempo non ci sono più – e adesso che con loro se ne sono andati anche i genitori e tanti zii e zie, e poi via via i maestri, le maestre, le suore, i preti da me incontrati – posso infine dire a tutte e tutti loro: «Io non vi ho dimenticato. Io vi sarò per sempre grato»
INDICE
Prefazione. Perché ricordare un mondo scomparso
PRIMA PARTE. ALLE ORIGINI DELLA FEDE
1. Mani giunte
2. Gesù Bambino scomparso
3. Scuffiotti, scapaccioni, sculaccioni
4. Il gran teatro del bene e del male
5. Il bambino ladro
6. Pierino Porcospino
7. La colpa originaria
8. La rivelazione dell’Eden
9. Il mondo si mostra
10. «A-puat. A-trac»
11. Verso le origini più remote della fede
SECONDA PARTE. LE SUORE
12. La scuola cattolica
13. «Sposate con Gesù»
14. Suor Luigina
15. Arriva il diavolo
16. «Se fai il prete, ti picchio»
17. Marcellino pane e vino
18. Scriviamo al papa
19. Il papa o il papà?
TERZA PARTE. LA SCUOLA PUBBLICA,
LA CHIESA, IL MONDO DI ALLORA
20. La maestra Frosali
21. Il sussidiario
22. Inchiostro
23. Maschi e femmine
24. Don Antonio
25. Il disegno dell’Eden
26. I bestemmiatori
27. Miracoli
28. Fantasmi
29. Il «Ragazzo misterioso»
30. Il naufragio dell’Andrea Doria
31. Il leoncino
32. Israele
33. Ungheria
34. Pubblicità
35. «Ti porterò in Cina»
36. Guti
37. Takahama
38. Scapoli
39. «Raccontami dei tuoi tempi»
40. La calma nascosta delle cose
41. Pensare
42. Il bambino buono
43. Le cameriere
44. La messa di Natale
45. Capodanno
46. Il sogno di un sogno
47. Sette anni
48. «Vinsero tutti e due»
49. Nella giungla con Emilio Salgari
50. Carnevale
51. La cicogna non arriva più
52. I preti
53. Don Fava
54. Chierichetto?
55. La messa in latino
56. Il Lago di Garda
57. I Mari del Sud
58. I contadini
59. Milano
60. Il fratellino
61. L’origine del mondo
62. Arriva la morte
63. Incubi
64. La salma del papa
65. Malinconia
66. Il nido della scrittura
67. Il maestro Crenna
68. «Giuseppe Manzoni?!»
69. Alzabandiera
70. In marcia!
71. Dietro la lavagna
72. Risorgimento
73. In cerca dell’Eden
74. Una nuova missione per l’Italia
QUARTA PARTE. IL CATECHISMO CATTOLICO
75. Antico Testamento
76. Sant’Angelo
77. Padre Zucca
78. La signorina Gagliardi
79. Estasi
80. Confessione
81. «Non fornicare»
82. I segreti del matrimonio
83. «E se avesse ragione Maometto?»
84. Prima comunione (e cresima)
85. Il bambino felice
86. Lo zio pittore
87. La fuga del Dalai Lama
88. A caccia con lo zio Giulio
89. La casa degli uccelli
90. Neve fresca
91. Le domus de janas
92. Viaggio a Venezia
QUINTA PARTE. ADDIO AL CATTOLICESIMO
93. I fatti di Genova
94. Nella nuova casa
95. Il ballo del twist
96. Il silenzio dei preti
97. Fine del mondo
98. La messa in italiano
99. Vocazione
100. Un cristiano senza chiesa?
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