DOMENICA 12 MARZO
3a DEL TEMPO DI PASSIONE -
OCULI (I miei occhi sono sempre rivolti al Signore - Salmi 25,15)
Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 4,19-26
Bibbia versione Nuova Riveduta
19 La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che è a Gerusalemme il luogo dove bisogna adorare». 21 Gesù le disse: «Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». 25 La donna gli disse: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annuncerà ogni cosa». 26 Gesù le disse: «Sono io, io che ti parlo!»
BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole
La mia anima ha sete di te
Meditazione di Maurizio Abbà
• Un racconto, quello di Giovanni, carico di significati simbolici che occorre decodificare • Una lettura spirituale, per raccogliere la buona notizia rivolta a tutti • Il brano di Giovanni, denso e sintetico, viene qui paragonato ad un arazzo, del quale occorre vedere, ad un tempo, il disegno complessivo, la trama e l’ordito.
Alcune note a carattere introduttivo si rendono necessarie per la comprensione del testo.
Innanzitutto:
Chi sono i Samaritani?
I Samaritani hanno origine dall’incontro dei coloni Assiri con gli Israeliti del regno del nord, dopo la caduta della loro capitale Samaria, nel 721 a.e.v. Successivamente, nel III secolo a.e.v, i Samaritani innalzarono un tempio sul monte Garizim, vicino a Sichem, distaccandosi in via definitiva dal culto nel Tempio di Gerusalemme. Il divario con gli ebrei fu accentuato anche dal fatto che delle Scritture bibliche i Samaritani accettarono solo il Pentateuco (ossia i primi cinque libri biblici), in una loro versione detta, appunto: ‘Pentateuco samaritano’.
Pertanto le distanze religiose erano notevoli tra samaritani ed ebrei ed essi si evitavano.
I Samaritani attendevano la venuta di un personaggio chiamato Taeb («colui che ritorna»), che avrebbe portato a compimento la promessa fatta a Mosè (Deuteronomio 18,15).
Esistono ancora, ai nostri giorni, piccole comunità di Samaritani, in particolare concentrate nei pressi del Monte Garizim nel villaggio samaritano di Kiryat Luza vicino a Nablus (nota anche come Sichem), ed in Israele prevalentemente ad Holon.
Tra i primi lettori, a cui l’evangelo giovanneo si rivolge, vi sono anche cristiani provenienti dai Samaritani e dal movimento del Battista, e anche questo è un dato da tenere presente.
Il teatro del dialogo
Nel brano su cui ci soffermiamo: la vicenda si svolge in un luogo il cui nome, come vedremo, contiene anch’esso un simbolismo che ci fa riflettere.
Tutto il dialogo di Gesù con la Samaritana – un racconto che troviamo solo nel IV Evangelo – è ricchissimo di simbolismi.
Il monaco benedettino Anselm Grün ci fa notare, al riguardo, come la località Sicàr, teatro del dialogo di Gesù con la Samaritana, voglia dire qualcosa di particolare: Sicàr, infatti, significa «qualcosa è intasato».
Questo ci fa capire subito il grado di difficoltà da superare, ed è ancora Grün che, in merito, osserva: «L’uomo è intasato, è separato dalla sua sorgente. In lui non scorre più nulla, egli è come prosciugato».
Ecco: riuscire ad essere vicini alla sorgente d’acqua viva, riuscire a scoprire dove si trova, e una volta trovata, riuscire a tornarci per non staccarsene mai più…
Che cosa è intasato?
Che cosa ostruisce il nostro percorso di fede?
Già il riuscire a togliere le barriere dei pregiudizi che ci separano, le barriere innalzate da tutti i pregiudizi (compresi quelli religiosi che sono tra i più durevoli!) permette di allargare gli orizzonti evitando di accartocciarsi in posizioni riduttive ed anguste.
Due osservazioni:
• I testi biblici non possono essere estrapolati arbitrariamente, ma devono
essere commentati, interpretati, collegati e intrecciati come diversi fili
del tessuto che compongono il medesimo arazzo.
• La donna Samaritana come personaggio delle Scritture la possiamo
paragonare, per affinità e differenze, ad altre figure bibliche.
Nicodemo è il primo personaggio cui collegarla in comparazione.
Nicodemo e la Samaritana
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Nicodemo: lo troviamo solo in Giovanni. Nicodemo è un fariseo (attenzione a non cadere nello stereotipo, ricorrente ma fuorviante, di «fariseo» come sinonimo di persona e di atteggiamento «ipocrita», abbiamo appena detto: bando ai pregiudizi…).
Fariseo: il che significa appartenente ad una confraternita laica dedita allo studio e,
potremmo dire, alla tutela zelante della Torah (l’insegnamento divino); Nicodemo è un
maestro d’Israele, con posizioni d’autorità religiosa tra gli ebrei. Incontra Gesù a tu
per tu la prima volta in Gv 3, e, com’è noto, lo incontra di notte.
Perché proprio di notte? Nicodemo probabilmente pensava alla sua incolumità, l’incontro con una figura ‘scomoda’ come Gesù poteva mettere a repentaglio la sua reputazione. L’incontro con Gesù, infatti, era ed è, tuttora, un incontro pericoloso, in quanto Gesù risulta un serio pericolo per tutte quelle false certezze e per i luoghi comuni che diamo per scontati.
O forse l’incontro avviene di notte per il fascino e il silenzio che si ritiene accompagnino la notte costituendo un aiuto per la meditazione? Della serie proverbiale: la notte porta consiglio…
(In questa eventualità non si può non notare come, invece, Nicodemo non abbia tratto grande beneficio per le sue cognizioni teologiche, resta nella comprensione del messaggio di Gesù, come dire all’oscuro…). Una risposta certa non c’è sul perché dell’orario notturno.
Sappiamo però di sicuro che l’incontro tra Gesù e la donna Samaritana avviene, invece, all’incirca verso mezzogiorno, nel pieno giorno, dunque alla luce del sole. Anche questo significa qualcosa di preciso. È nella giornata della vita, quando il sole è alto nel cielo, che dobbiamo fare la nostra parte riconoscendo anche i nostri limiti, la necessità di riposare (nel senso di ri-posare, di collocarci là dove vorremmo essere davvero in maniera più stabile, più sicura, in una parola: autenticamente).
Nicodemo e la Samaritana: in queste due persone ritroviamo la dissonanza tra istituzione e profezia, dissonanza tipica di ogni religione.
Riuscire a trovare un sano equilibrio tra istituzione e profezia è il compito doveroso, ma pressoché impossibile, cui siamo chiamati. Infatti, se privilegiamo la parte istituzionale, la fede non avrà che la notte per cercare, ma solo a tentoni, di potersi esprimere; se, all’opposto, pensiamo che solo la dimensione profetica possa far parte della nostra vita di fede, rischiamo di essere travolti da qualcosa che ha solo le sembianze, ma non i contenuti, della profezia, oppure rischiamo anche di restare slegati dalla necessaria prassi comunitaria. Appropriatamente la donna Samaritana abbraccia individualmente la fede nel Messia, ma non cade nel tranello individualistico: infatti, si volge agli altri Samaritani (cf Gv 4,39) per testimoniare la fede accolta e proseguire insieme nella fede, evitando così il formarsi di un piccolo perimetro dove la fede verrebbe racchiusa e compressa, fede che invece richiede spazi enormi, grandi distese, praterie infinite, e pozzi a cui attingere acqua viva che disseta: come il nostro cuore che accoglie Dio quando sentiamo che ci parla direttamente con mitezza, tenerezza e decisione.
La Samaritana e Giovanni (il Battista)
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Riguardo all’importanza del personaggio della Samaritana, evidenzio due definizioni del biblista Robert Kysar. Questo ci permette di affrontare un nesso spirituale inaspettato quello tra la Samaritana e Giovanni il Battista (per la precisione il quarto evangelo lo chiama solamente Giovanni) il cui ministero profetico, come risaputo, ha una rilevanza fondamentale anche per il cristianesimo.
Prima definizione:
«La donna Samaritana è la controparte femminile del Battista»; «controparte», qui, va intesa, non in contrapposizione, bensì in parallelo, un percorso parallelo di fede e di testimonianza.
Seconda definizione:
«Nella narrazione del Vangelo la donna samaritana, di cui non abbiamo il nome, è la prima persona fra gli emarginati che crede»
La marginalità come dimensione spirituale è importante. Intendiamoci bene, onde evitare fraintendimenti: socialmente la marginalità va superata decisamente e risolutamente, si ricordino, per restare al sottocitato passo di Marco, le parole pronunciate da Gesù che hanno una sottile ironia: «Poiché i poveri li avete sempre con voi…»; si tratta di superare la condizione difficile di marginalità sociale, ponendo nuove e migliori condizioni materiali di vita. La marginalità spirituale è, o dovrebbe essere, un dato costitutivo dell’orizzonte della fede cristiana: orizzonte, si badi, universale, ma in cui il credente assume, a imitazione del suo Maestro, una posizione di marginalità da cui, anche se non appare ad occhi mondani, si è al centro del richiamo della fede dietro al Signore crocifisso.
Donne senza nome
Occorre poi fare un’altra considerazione che ci permette di confrontare la Samaritana con un’altra donna, anch’essa estremamente importante, dei racconti evangelici.
La donna Samaritana è senza nome: torna in mente un passo dell’Evangelo secondo Marco 14,9: «In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei»; una donna compie un gesto notevole nella sua semplicità: unge il capo a Gesù, anche di lei, così come della Samaritana, non è riportato il suo nome. Al riguardo il teologo valdese Paolo Ricca, commentando questo brano, osserva felicemente:
«Essa entra a far parte dell’evangelo eterno prima dei Dodici. Perciò non soltanto il suo gesto sarà ricordato, la donna stessa lo sarà – affinché ogni donna possa, volendolo, riconoscersi in essa e darle, per così dire, il suo proprio nome».
Si può dire che tutto questo vale anche per la donna Samaritana? Sì! E vale anche per noi, in tutta la nostra dignità di creature di Dio.
…In Spirito e verità
Tutte queste considerazioni ci permettono di ascoltare le parole di adorazione rivolte a Dio che è Spirito, adorandolo in Spirito e verità. Questo richiede di praticare il discernimento degli spiriti, ossia il saper distinguere che cosa ci aiuta davvero e che cosa no, in quanto fuorviante e maligno.
Il corpo è il tempio dello Spirito Santo, lo rammenta a tutti noi l’apostolo Paolo nella
Prima Lettera ai Corinzi 3,16:
«Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» e, nella stessa lettera, in 3,19: «Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo.
Glorificate dunque Dio nel vostro corpo».
Ciò comporta la rivalutazione del corpo, del nostro corpo, come possibilità di amare, comunicare, accogliere, ascoltare, parlare, fare silenzio, sussurrare, gridare, e quindi: come possibilità di pregare e di vivere, lasciando spazio allo Spirito Santo – l’Antico o Primo Testamento lo presenta con un termine femminile: ruah - che cambia le nostre vite e le nostre preghiere con dolcezza e con decisione.
Per l’adorazione non ci sono dunque luoghi particolari da occupare e, poi, una volta conquistati, da blindare e militarizzare per difenderli a oltranza. Niente di tutto questo.
Spirito e verità includono l’amore.
«Amore» è termine logoro e abusato, ma non certo il troppo uso!
Dio è amore: quest’affermazione che troviamo attestata nella Prima Lettera di Giovanni 4,8, non è rovesciabile: l’amore non è Dio; infatti, l’amore può diventare idolatrico se non è da Dio e la tragica conseguenza è che la “verità” allora esige delle vittime. Tutte le confessioni cristiane e tutte le religioni hanno da fare a un passo indietro per ammettere i loro errori ed orrori.
Lo stesso dicasi per l’adorazione. Dio è adorabile, ma l’adorazione non è Dio; pertanto l’adorazione non può essere ripiegata su se stessa, in quanto il rischio sarebbe quello di adorare un luogo, uno spazio, una tradizione, una struttura: in definitiva il rischio sarebbe quello di adorare noi stessi invece di adorare il Signore nostro Dio.
La Samaritana ascolta la straordinaria affermazione di Gesù, ed è l’unica volta in Giovanni che Gesù riconosce come riferito a lui il titolo di Messia, il titolo di Cristo: Gv 4,26: «Sono io, io che ti parlo!», Gesù si collega con la rivelazione divina a Mosè nel roveto ardente, Esodo 3,6: Io Sono.
Continuiamo ad ascoltarlo in spirito e verità con amore. Così l’evangelo sarà come
cristianamente s’intende: Buona Notizia, Lieta Novella, per tutti noi, proprio per te.
Maurizio Abbà
Il testo riprende, con varianti, integrazioni ed aggiornamenti, l’articolo:
Maurizio Abbà, La mia anima ha sete di te…
originariamente pubblicato nella rubrica approfondimenti biblici,
della Rivista «Famiglia Domani», n. 4/2004, 23-27,
edita, in quel periodo, dalla casa editrice Elledici
(inserito precedentemente in questo blog in data: venerdì 13 marzo 2020).