Silente Natale
«Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a
metà del suo corso,
la tua Parola onnipotente venne dal cielo, dalla sua sede regale» (Sap 18, 14).
Abbiamo un solo racconto, nei Vangeli, del
Natale di Cristo: quello di Luca. Mentre tutti e quattro i Vangeli descrivono,
e con larghezza di particolari, la Passione e morte di Cristo, della sua
nascita quasi non si parla. Già in questo, dunque, il Natale appare
caratterizzato dal silenzio.
E se leggiamo la pagina di Luca (Lc 2,
1-18), notiamo come prima c’è tutto
quel gran brusio per il censimento. Le grida dei banditori lungo le strade e
nelle piazze della città, i commenti della gente, l’aumento del traffico sulle
strade, famiglie intere che si muovono in carovana… Tra loro anche Giuseppe e
Maria, che scendono dalle montagne della Galilea in Giudea, a Betlemme…
Dopo, la
notte si anima del canto degli angeli, dei commenti dei pastori; di nuovo gente
in movimento sulla strada…
Al centro,
il narratore rallenta fortemente la scena, riduce al minimo ogni clamore e con
poche, essenziali parole (quasi non volesse disturbare l’incanto e distrarre lo
sguardo dallo stupore), descrive la scena: «Diede alla luce il suo figlio
primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia» (Lc 2, 7).
Ora, se pensiamo che per chi
lo raccontava, Luca, per la comunità cristiana alla quale egli si rivolgeva,
per generazioni e generazioni di uomini e donne che leggeranno e ascolteranno,
da allora fino ad oggi, quell’episodio costituisce la svolta decisiva di tutta
la storia umana – al punto anche da fare ripartire da zero lo stesso computo
del tempo -, è ancora più impressionante notare quante poche parole vengano
impiegate: lo stretto necessario, poco più che il silenzio.
E anche quando, compiutosi l’evento, la
scena torna ad agitarsi, in cielo (con gli
angeli) e in terra (con i pastori), l’obbiettivo attento di Luca si volge verso
Colei che egli presenta come il vero modello del credente: Maria. Essa rimane
in silenzio, in un silenzio profondo e pieno di stupore: «Serbava tutte queste
cose, meditandole nel suo cuore» (Lc
2, 19).
***
È pur vero che il prologo del Vangelo di
Giovanni inizia affermando: «In principio era la Parola» (Gv 1, 1). E tuttavia, questa Parola viene appunto dal “principio”
ossia da ciò che è al di là di ogni umana espressione, dall’Ineffabile, dal
silenzio eterno. E, ancora, al culmine di questo testo si dice: «la Parola si è
fatta carne» (Gv 1, 14). La carne non
parla, a volte duole, a volte palpita, ma non ha parole né concetti da
esprimere. La Parola detta da Dio è appunto quel silenzio notturno del primo
Natale. Potremmo, dunque, tradurre: la Parola si fa silenzio. Colui che non può
essere pronunciato, si rende incapace di parlare: l’Ineffabile si fa infante.
E non è solo il momento della nascita a
svolgersi nel silenzio. Esso è preceduto dal silenzio nel grembo di Maria, per
nove mesi, ed è seguito dal silenzio di Gesù a Nazaret, per circa trent’anni. Alla
fine – anzi, al compimento - di quella vicenda umana che è la carne assunta da
Dio, ecco un altro silenzio: quello della croce. Colui che è la Parola viene messo
a tacere: l’Ineffabile, già fattosi infante, viene ora respinto come infame.
Saverio Xeres
Saverio XERES
Professore Ordinario di Storia della Chiesa
alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale Sede di Milano
e docente di Storia della Chiesa al Seminario vescovile di Como.
e docente di Storia della Chiesa al Seminario vescovile di Como.