dice Gesù:
Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti Gv 14,27
Mi rendo conto: non sono le parole di Gesù più liturgicamente adeguate al periodo d’Avvento, né tantomeno al Natale del Signore, che nel bambino accomodato alla bell’e meglio tra la paglia, non va, ma, appunto, viene. Eppure, se prestiamo orecchio alle voci del mondo, esse risuonano acute come lamenti. Il marinaio della famosa poesia di Coleridge, aveva l’anima “in agonia”, straziata dall’angoscia nel riconoscersi: “Solo, tutto solo, e solo - solo in un mare sterminato”.
Credo che ancora non abbiamo maturato la giusta distanza per comprendere gli effetti devastanti provocati collateralmente dalla pandemia, anzi ci troviamo ancora sballottati tra le onde delle cifre dei contagi che salgono e scendono. Registriamo già però un aumento delle “solitudini”. Ho usato il plurale perché l’ancoraggio che viene a mancare nel “mare sconfinato”, può avere la forma vuota di affetti perduti, di salute incerta, di risorse economiche mancanti, e , perché no, di fede che vacilla lasciando il cuore deluso e spaurito. La solitudine non è una malattia, ma può provocare malattie della mente, del corpo, dell’anima. Chi si sente abbandonato, prova paura, è più debole e fatica a trovare forza e motivazione per reagire. Siamo obbligati a muoverci di meno, a razionare il desiderio e la possibilità di incontro. E così, chi è solo, resta per lo più solo. Scoprendosi in questa condizione desidera la pace: non l’equivalente della quiete, ma quella pace particolare che Cristo può dare.
La pace delle relazioni ristabilite magari nel segno dell’attenzione ad ogni altro essere vivente e alle cose, quelle di cui ci circondiamo e che sanno darci un po’ di gioia. Cristo ci indica come ricollocarci nell’esperienza del vivere sottraendoci al nesso causale degli eventi. Il male trascina verso altro altro male ed è così potente da confinarci nella sua tenebra oscura, oppure è possibile rintracciare un equilibrio tra il senso di morte che la solitudine dà e l’ aspirazione alla pienezza di vita che Gesù assicura a chi ha fede in lui?
Forse bisogna intendersi sul significato proprio del costrutto “pienezza di vita” e sul valore esperienziale della pace donata. Ritengo che entrambe vadano comprese e, in qualche modo trattenute, nell’ambito della dimensione del quotidiano.
Se Cristo si fa presente nelle nostre esistenze, spesso dolenti, non è per consolarci delle pene attuali con il risarcimento di un metafisico futuro di beatitudine, ma per aprirci il palmo della mano e poggiarvi sopra un minuscolo granello di senape e dirci: “Guarda, questo è tuo già ora”. È poco, è tanto? Dipende dal nostro sguardo: se è in grado o meno di vedere l’utilità del seme quando parrebbe non esserci più neanche una zolla ove piantarlo. Non si tratta della poetica del fanciullino di pascoliana memoria, della fuga dall’oggi per rintanarsi nel rimpianto di un mondo svanito in cui anche solo il volo della farfalla poteva destare meraviglia e gioia.
Scorgere tra le macerie la prima solida pietra del Regno è un esercizio di coraggio e di affidamento alla parola dell’evangelo che afferma che, al di là dell’apparenza caotica, il mondo cela ma anche contiene l’amore di Dio.
Serve lo stessa coraggiosa fiducia che ha guidato Gesù fuori dal deserto delle tentazioni e che lo ha spinto ad amare il Padre e i suoi fino alla fine. Respirare la pace di Cristo è possibile anche se non è tutto perfettamente pacificato nelle nostre vite inevitabilmente sconnesse. Questa è la predicazione per questi giorni stanchi, ma non basta farla dai pulpiti o trasmetterla dai video dei pc. C’è uno slancio che la chiesa deve ritrovare, un gesto che siamo chiamate e chiamati a fare più di prima, se crediamo che il sentimento di Dio per l’umanità può anche manifestarsi nelle piccole cose e nelle “piccole” persone di fede impegnate, per come riescono, a portare la presenza della comunità nelle case colmando per un po’ il tempo vuoto e teso della solitudine. Molte egregie iniziative stanno coinvolgendo le nostre comunità per colmare la distanza tra le case e la chiesa, ma vedere e sentire una persona nella sua fisicità, con le cautele cui per coscienza siamo tenuti ad osservare, provoca nuove espansioni del pensiero e delle emozioni.
La presenza fraterna che riempie il tuo vuoto l’avverti unicamente se è corpo come tu sei corpo, come Dio si è fatto carne quando ha desiderato venire ad abitare, per un tempo, con noi. Che sia proprio questo il pensiero e l’augurio di Natale nell’era del virtuale?
Eleonora Natoli
pastora metodista nella Chiesa Valdese di Milano