tratto da: www.chiesavaldese.org
Natale: essere minoranza non è una punizione
di Sabina Baral
Un dialogo con il cardinale Gianfranco Ravasi in questo tempo di Avvento
Torre Pellice, 27 Novembre 2020

L’etimologia della parola “attendere” esprime una “tensione verso”, un atteggiamento attivo e non passivo da parte del credente.
Come si può mantenere vivo il desiderio bruciante della fede?
Il verbo “tendere” può avere una connotazione positiva quando indica un atteggiamento creativo da parte del credente, una sorta di proiezione verso l’orizzonte, il contrario esatto dell’indifferenza che con la sua mano gelida si ramifica non solo nella società ma anche nella vita di chi crede. Parimenti la tensione ha connotazione negativa quando si fa elemento di paura, preoccupazione, chiusura, come il Covid ci insegna. Anche la parola “tendenza” è ambivalente: può indicare la ricerca costante di una nuova direzione ma degenerare e ridursi a un semplice orientamento comune e sociale. Il rischio c’è anche per la fede e soprattutto per la religione: esse non devono essere solo una tendenza, mera iscrizione ideale ad una chiesa ma debbono ritrovare la purezza e la forza di una tensione verso l’orizzonte fondamentale del credere.
L’attesa implica pazienza. Quanto siamo in grado oggi di esercitare questa virtù?
Le parole sono creature viventi, espressione di profondità interiore e vanno ascoltate. L’etimologia latina della parola rimanda alla sofferenza perché la pazienza esige fatica, costanza ma anche etica e moralità, vale a dire un impegno personale ed esistenziale. La sua sorella maggiore è la speranza che, a sua volta, è la sorella minore della fede e della carità. A fianco di queste virtù porrei la mitezza che Norberto Bobbio, testimone laico, diceva essere la virtù più impolitica. In questi tempi di forte aggressività ritrovare la pazienza significa anche recuperare la mitezza, quel rispetto dell’altro che è una variante dell’amore.

La religione biblica è sostanzialmente una religione storica e ci insegna che Dio agisce sotto i sassi, sotto il terriccio della storia. Basta pensare ai quadri di Chagall, dove gli angeli escono dai comignoli delle case e i profeti si ritrovano nella piazza: la quotidianità è epifania, epifania nascosta. L’incarnazione, il Verbo che si fa carne è il vertice di questa storicità e la riscoperta di questa presenza va fatta sempre. Una presenza che può essere solenne ma che il più delle volte è una presenza segreta. Allora, per scovarla, abbiamo bisogno di stupore, quella dote umana straordinaria che riesce a trovare il bulbo del divino all’interno della storia. Il grande appello che dobbiamo rivolgere, come credenti, a questa società è proprio questo: ritrovare il germe divino in una storia ridotta a mera nomenclatura di eventi.
Il Natale trova il compimento del suo senso nella Pasqua di resurrezione. Come cristiani ne siamo ancora consapevoli e sappiamo dirlo al mondo?
La narrazione della nascita di Gesù che ci viene offerta nei Vangeli di Luca e Matteo è già striata di sangue, basti pensare al Gesù come profugo. Anche nell’arte delle icone russe la “scuola di Novgorod”, a partire dal XV-XVI secolo, ha rappresentato la nascita di Cristo non in una culla bensì in un sepolcro, il sepolcro della resurrezione. Dobbiamo ribadire l’unione profonda della croce con la nascita stessa senza dimenticare che subito appare la luce della resurrezione. I magi non incontrano più Gesù in una grotta ma in una sorta di sala del trono dove Egli è ormai il Cristo glorioso. Purtroppo oggi le chiese sono calate all’interno della storia senza la capacità di linguaggio e di comunicazione che, ad esempio, ebbe l’apostolo Paolo nel ritrascrivere completamente il messaggio cristiano attraverso la lingua e la cultura del tempo. Le chiese non sono neppure più in grado di testimoniare e di avere consapevolezza della propria minoranza. Essere minoranza non è una punizione ma è essere seme, lievito, sale come diceva Gesù rispetto alla massa. Ed è questo un grande appello per il Natale: essere consapevoli di essere minoranza ma saper ritrovare dentro noi stessi l’energia del Regno di Dio, quel seme piccolo che può crescere e diventare l’albero gigantesco sul quale si possono posare gli uccelli del cielo.