Benigni e il Cantico dei Cantici
Come la
relazione amorosa tra i due giovani amanti mostra che l'amore può
abbattere i muri del patriarcato per dare corpo a relazioni libere,
paritetiche. Una riflessione della biblista Lidia Maggi sulla scelta di
Roberto Benigni di portare il Cantico dei cantici a Sanremo
Roma (NEV), 7 febbraio 2020 – A Sanremo, al festival della canzone italiana, Benigni osa presentare la canzone più bella identificandola in quel capolavoro delle Scritture ebraico-cristiane che è il Cantico dei cantici. Ed è notevole che questo testo sia stato declamato all’Ariston, in un teatro e non in una chiesa o in una sinagoga. Un riconoscimento al carattere culturale e non solo religioso della Bibbia, vero proprio codice del nostro occidente, ovvero testo decisivo per leggere anche gli altri capolavori artistici della nostra civiltà.
Interessante anche il fatto che Benigni si sia avvalso di una
traduzione letterale, citando vari esegeti. Non si è limitato a recitare
il Cantico; lo ha introdotto, mostrando di essersi messo in ascolto
della tradizione interpretativa, da Rabbi Achivà fino al recupero
attuale del significato letterale, non allegorico del testo.
Il Cantico ci interroga su tutti quei modi di dire la fede che hanno
separato il corpo dall’anima, lo spirito dalla materia. E lo fa mettendo
al centro i corpi, abitati dal desiderio, chiamati ad amarsi. La
relazione amorosa tra i due giovani amanti mostra che l’amore può
abbattere i muri del patriarcato per dare corpo a relazioni libere,
paritetiche. E’ proprio in una simile relazione amorosa che si
sperimenta la sacralità della vita. Mi sembra questa la sintesi del
messaggio di Benigni: ascoltare il Cantico più bello significa
riscoprire che l’amore può ritornare ad essere una grammatica
fondamentale per vivere la vita nella sua pienezza.
L’attore Benigni ha presentato la sua performance come un trailer
finalizzato a stimolare la visione del film: un modo originale per
invitare a leggere personalmente il testo, per riscoprire quel
capolavoro della letteratura custodito nel Libro della vita.
Chi, come noi, da anni, lavora nel tentativo di dare voce al Libro
assente, non può che giudicare positivamente l’operazione fatta da
Benigni .
La quale non si riduce ad una lettura laica, che si limita a
riaffermare la sacralità dell’erotismo. Dietro quel monologo si nasconde
anche una provocazione teologica: proprio come nel Cantico, dove il
nome di Dio non viene mai menzionato, chi legge è provocato a scorgervi
un modo sorprendente di pensare al divino.
Il fatto che il Cantici dei cantici si trovi nella Bibbia non ci
richiama soltanto alla necessità di interrogarci sul modo moralistico
con cui il mondo religioso ha guardato alle relazioni amorose. Quel
testo poetico osa mostrarci immagini inedite di Dio. L’amore di due
giovani amanti clandestini, che si amano fuori dai vincoli matrimoniali,
diventa anche il luogo dove si rivela lo sguardo di un Dio che ama
fuori dai rapporti “canonici” in cui rischiamo di imbrigliarlo.
Dio si nasconde nelle effusioni amorose degli amanti. Si rivela assetato
di baci e di abbracci. È un Dio che, a tratti, assume la voce di una
ragazza audace e spregiudicata nelle proposte amorose; ma anche quella di un ragazzotto timido e reticente sopraffatto dall’esuberanza della sua amata.
Non possiamo che essere grati a Benigni per il suo prezioso monologo e
per l’invito rivolto dal palco dell’Ariston a riprendere in mano la
Scrittura e a leggere con gli occhiali della poesia biblica la vita, le
relazioni e la fede.
