martedì 15 dicembre 2020

Spero di credere - lezione di fede di Maisa Milazzo

 

                                              Signore, aiuta la mia 

                                              incredulità

 

 

Parole ripetute ogni domenica nella liturgia, con un sottile 

tremore perché se ne intuisce la grandezza ma si teme quasi

di analizzarle in profondità. Certo, in teoria so cosa vogliono

dire e cosa implicano per la mia vita. Non esito poi tanto se,

nella nostra epoca frastornata nei sondaggi, mi si chiede a 

bruciapelo: credi in Dio?

 

Eppure sento come sottesa una contraddizione tra la fermezza

di una professione di fede proclamata solennemente nel

momento culminante della celebrazione, e la provvisorietà

della mia adesione, la debolezza del mio impegno, la fragilità

delle mie sicurezze.

 

Spesso, parlandone fra amici, qualcuno dice il proprio disagio

nel recitare il “Credo” durante la messa: come possiamo dire:

“io credo”, se tutt’al più siamo capaci di un tentativo, una 

speranza, un’invocazione? 

Non “io credo”, 

ma “spero di credere”, o “Signore, fa’ che io creda”. 

 

E poi: come dire la fede, dono 

misterioso di cui non siamo mai completamente padroni, con 

formule antiche, dal vago sapore filosofico, sempre uguali e 

ripetute macchinalmente a memoria?

 

È vero, eppure per me più forte del disagio è il conforto che

viene da queste formule. Proprio perché so che, da me sola, 

mai potrei dire “credo”: troppo grande è la fede perché si possa

essere certi di possederla, troppo grande perché ci si possa 

illudere di aver finito di cercare e di avere finalmente raggiunto 

le risposte. 

 

Non ci sono altre parole per me con cui io possa osare

di dire la fede che cerco, la fede che chiedo, se non quelle che

la tradizione della chiesa mi mette in bocca. 

 

Proprio perché non sono parole mie, 

ma parole che condensano la fatica di tanti

per chiarire, esprimere, confessare davanti al mondo la fede. 

 

E anche perché sono parole originarie, comuni a tutti i fratelli

che vogliono dirsi cristiani precedenti alle dolorose fratture che 

hanno spezzato l’unità della chiesa.

 



-Maisa Milazzo, Parole per Credere

Prefazione di Gianfranco Ravasi,

Edizioni de Il Gallo, Genova, 2005, 17-18.



Maisa Milazzo è stata un riferimento per il movimento ecumenico.

Il suo commento al Simbolo niceno-costantinopolitano porge elementi 

di meditazione semplici e profondi.

Parole per Credere è un libro che andrebbe ristampato.

E la memoria dell’impegno ecumenico di Maisa Milazzo 

è da continuare a sostenere e promuovere.