Signore, aiuta la mia
incredulità
Parole ripetute ogni domenica nella liturgia, con un sottile
tremore perché se ne intuisce la grandezza ma si teme quasi
di analizzarle in profondità. Certo, in teoria so cosa vogliono
dire e cosa implicano per la mia vita. Non esito poi tanto se,
nella nostra epoca frastornata nei sondaggi, mi si chiede a
bruciapelo: credi in Dio?
Eppure sento come sottesa una contraddizione tra la fermezza
di una professione di fede proclamata solennemente nel
momento culminante della celebrazione, e la provvisorietà
della mia adesione, la debolezza del mio impegno, la fragilità
delle mie sicurezze.
Spesso, parlandone fra amici, qualcuno dice il proprio disagio
nel recitare il “Credo” durante la messa: come possiamo dire:
“io credo”, se tutt’al più siamo capaci di un tentativo, una
speranza, un’invocazione?
Non “io credo”,
ma “spero di credere”, o “Signore, fa’ che io creda”.
E poi: come dire la fede, dono
misterioso di cui non siamo mai completamente padroni, con
formule antiche, dal vago sapore filosofico, sempre uguali e
ripetute macchinalmente a memoria?
È vero, eppure per me più forte del disagio è il conforto che
viene da queste formule. Proprio perché so che, da me sola,
mai potrei dire “credo”: troppo grande è la fede perché si possa
essere certi di possederla, troppo grande perché ci si possa
illudere di aver finito di cercare e di avere finalmente raggiunto
le risposte.
Non ci sono altre parole per me con cui io possa osare
di dire la fede che cerco, la fede che chiedo, se non quelle che
la tradizione della chiesa mi mette in bocca.
Proprio perché non sono parole mie,
ma parole che condensano la fatica di tanti
per chiarire, esprimere, confessare davanti al mondo la fede.
E anche perché sono parole originarie, comuni a tutti i fratelli
che vogliono dirsi cristiani precedenti alle dolorose fratture che
hanno spezzato l’unità della chiesa.
-Maisa Milazzo, Parole per Credere
Prefazione di Gianfranco Ravasi,
Edizioni de Il Gallo, Genova, 2005, 17-18.
Maisa Milazzo è stata un riferimento per il movimento ecumenico.
Il suo commento al Simbolo niceno-costantinopolitano porge elementi
di meditazione semplici e profondi.
Parole per Credere è un libro che andrebbe ristampato.
E la memoria dell’impegno ecumenico di Maisa Milazzo
è da continuare a sostenere e promuovere.