domenica 7 giugno 2020

la Lumière Giovanni 20,19-23 Domenica della Trinità

foglio biblico, teologico, liturgico


Domenica 7 Giugno 2020

1a DOPO PENTECOSTE
DOMENICA DELLA TRINITÀ




BRICIOLE DI FEDE
per una fede non in briciole  
Maurizio ABBÀ

Letture:
(Bibbia - Versione Nuova Riveduta)

Esodo 34,4-6.8-9        Salmi 8,1-2a           II Corinzi 13,11-13

 
Esodo 34,4-6.8-9: «le tavole non contenevano né contengono, come lascia pensare l’immaginario collettivo, soltanto i Dieci comandamenti bensì tutto il testo dei primi cinque libri della Bibbia – cioè il Pentateuco, cioè la Torah intera (fatta salvo l’ultimo capitolo che narra la morte di Mosè e secondo la tradizione è stato apposto dopo da Giosuè), (Elena Loewenthal, Dieci, 44).
Le Dieci Parole indicano la libertà non le costrizioni.
La Torah è Maestra di vita che libera, il Maestro Gesù è ad essa che ha fatto riferimento nel suo percorso storico terreno.     
 

Salmi 8,1-2a: cantare la lode al Santo Nome di Dio a partire dalla forza dei bambini e dei lattanti. - Ma che forza potranno mai avere i neonati o poco più? Su quest’onda è sintonizzato l’apostolo Paolo quando afferma:
«La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza»,
II Corinzi 12,9a. Qui, proprio qui siamo al cuore del messaggio della salvezza dell’Antico e del Nuovo Testamento.

 
II Corinzi 13,11-13: è uno dei testi biblici alla base del segno liturgico del “scambiamoci un segno di pace”. Un piccolo segno dal grande significato ma, che già vacillava in tempi di influenze e di raffreddori, ed ora nel periodo del coronavirus è sospeso a data indeterminata. Allora è da reinventare, distanza non deve per forza fare rima con lontananza. Occorre trovare nuove (ed antiche) forme di vicinanza: con la scrittura, ad esempio, con le telefonate, nei modi che possono essere più congeniali e più efficaci per far sapere che ci siamo e che gli altri per noi ci sono. 





Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 3,16-18

16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.





La perìcope (termine tecnico della filologia, significa: ‘breve estratto di un testo’) è collocata nell’ambito del famoso dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo (Giovanni 3,1-21).
Cerchiamo d’inquadrare il personaggio Nicodemo.
Innanzitutto partiamo dal suo nome: è di derivazione greca e vuol dire ’vincitore del popolo’.
Era un Fariseo, chi erano i Farisei? Possiamo definirli una confraternita laica, agivano come un partito all’interno del variegato Giudaismo dell’epoca.  
Nell’istituzione denominata Sinedrio (che si può identificare come il Supremo Consiglio della Giudea con sede in Gerusalemme) Nicodemo era, come si direbbe oggi, un personaggio in vista, autorevole, di più un capo. L’evangelista usa il termine anôthen che significa ‘da capo’, ‘di nuovo’, quindi Gesù dice al capo Nicodemo che deve rinascere da... capo! Un nuovo inizio, non il solito ricominciare ma un inizio completamente diverso è richiesto da Gesù.
Nicodemo lo troviamo come personaggio del IV Evangelo in tre situazioni:

Gv 3,1-21: ascolta l’insegnamento del Maestro Gesù.

Gv 7,45-51: interviene in sua difesa quando altri Farisei lo vorrebbero far arrestare.

Gv 19,39-42: con Giuseppe d’Arimatea depone il corpo di Gesù dalla croce e quindi nella tomba.


Dopo il dialogo tra Nicodemo e Gesù (Gv 3,1-12),
il brano: Gv 3,16-18 è tutto incentrato sulle parole di Gesù, è un monologo.

L’Amore è la molla che dà impulso all’attività di Dio.
‘Mondo’ di solito è una ‘categoria’ negativa, - “quelli sono del mondo”, “sono cose del mondo”, sono frasi che sono risuonate tante volte nell’orizzonte di una fede che si vuole evangelica. 
Il testo giovanneo, al contrario, c’invita a considerare che: Dio ha tanto amato il mondo che...
Schematizzando e semplificando molto: al centro dell’amore di Dio, per i cattolici c’è la chiesa, al centro dell’amore di Dio, per i protestanti c’è il mondo.
-E al centro dell’amore di Dio, per Dio cosa c’è?
Soprattutto la sana teologia insegna che al centro dell’amore di Dio c’è il Suo Regno che viene. Regno di cui la chiesa dovrebbe esserne annuncio entusiasta che non rinvia a sé ma indica appunto il Regno, ed il mondo lo spazio fisico dove far risuonare la Buona Notizia.


Vita eterna
Come dice puntualmente il teologo evangelico Jürgen Moltmann:
“Ora nella Bibbia la parola ‘eternità’ non compare solo come espressione per la fedeltà storica di Dio che supera tutti i tempi «fino al più lontano», bensì anche nel senso di tempo compiuto.”
(Moltmann, Eternità, 183).
Credere o non credere? Fede o Ateismo? La filosofia e la teologia in Occidente si sono interrogate a lungo anche con raffinate argomentazione in merito. Ma, appunto, l’argomento non è di quelli che si può liquidare facilmente. Per coloro che confessano che Gesù è il Cristo il Giudizio non è rinviato agli ultimi tempi. Gesù invita pressantemente, oggi come ieri, a prendere posizione con una decisione che dobbiamo fare nostra, ora. Ma, si badi bene, non è una questione di appartenenza ad un club piuttosto che ad un altro.
Nel contesto della teologia della liberazione in America Latina, ad esempio, essere dalla parte di Dio ha voluto dire prendere sul serio il tema fede e giustizia.

Le parole del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez Merino sono esemplificative al riguardo:
«Credere in Dio e nella gratuità del suo amore conduce all’opzione preferenziale per il povero, alla solidarietà con chi soffre la miseria, il disprezzo e l’oppressione, con coloro che l’ordine sociale non considera o emargina. [...] Nel Dio della rivelazione cristiana gratuità e predilezione per il povero si danno la mano; per questo sono per noi indivisibili la contemplazione di Dio e la sollecitudine per i diseredati di questo mondo» (Gutiérrez, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente, 197-198).

Ecco le parole che imprimono un rilancio ed una svolta, come ‘Figlio di Dio’ suscita un richiamo alla vocazione nel discepolato.
    Alcuni anni fa, era il 1981, il SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) intitolava uno dei suoi convegni di formazione: Lo Spirito Santo pegno e primizia del Regno parole felicemente indicatrici di una realtà concreta attualmente e, al contempo, in speranzoso divenire.
Parole come quelle notissime di Erri De Luca, non credente, che studia l’ebraico e lo traduce, che pensa a Dio, (credente/non credente, certe etichette risultano semplicistiche, a volte in materia di fede sono inservibili e non aiutano per nulla):


«Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova, il suo credo continuamente. Ammette il dubbio, sperimenta il bilico e l’equilibrio con la negazione lungo il suo tempo. E certo ci sono giorni in cui un credente cede, poco o molto, perché questa è la posta in gioco nella più difficile delle vocazioni umane.»
(Erri De Luca, Ora Prima, 7).

 
Oggi ricorre la festa della Trinità, termine che appare ostico, cosa s’intende con questa dottrina? Uno spunto di chiarezza, con assoluta sorpresa giunge da parte della storia del pensiero ebraico, uno squarcio di luce su come illuminare questa dottrina del cristianesimo: 

La Trinità: una prospettiva ebraica, da un grande pensatore ebreo di epoca medievale:

“Saadjà Gaon (882-942), capo dell’accademia rabbinica di Sura, in Babilonia, ritiene necessario prescindere dalle concezioni popolari, volgari della Trinità, e – a proposito della Trinità teologicamente intesa – scrive:
«Analogamente, si può parlare di uno che afferma di non adorare il fuoco, ma unicamente la cosa che brucia, risplende e fiammeggia: ciò che è in realtà nient’altro che il medesimo e unico fuoco» (Libro delle credenze e delle opinioni).
Questa sarebbe la rappresentazione della Trinità secondo i teologi cristiani, che Saadjà Gaon non giudicava lesiva del monoteismo.” 

tratto da: - Paolo De Benedetti, Introduzione al Giudaismo




L’angolo della preghiera
per non deporre la preghiera in un angolo


Vieni, Santo Spirito,

piega ciò che è rigido,

scalda ciò che è gelido,

drizza ciò che è sviato.

                                                                                                                Luca Fallica




Piccola Nota Bibliografica

-Paolo DE BENEDETTI, Introduzione al Giudaismo, Editrice Morcelliana, Brescia, 1999, pp. 106-107; 
Terza edizione riveduta e ampliata, 2009, p. 171.

-Erri De Luca, Ora Prima Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (BI), 1997, 7. (I tre “Dialoghi” presentati in questo libro sono stati radiotrasmessi nel programma di radiorai3 “Uomini e Profeti” a cura di Gabriella Caramore).

-Luca FALLICA, Un tesoro tra le mani Commento ai Vangeli festivi Anno A, (Spiritualità del quotidiano), Paoline, Milano, 2016, 142.

-Gustavo GUTIÉRREZ, Condividere la Parola Commento alle letture domenicali e festive del ciclo A-B-C, traduzione dallo spagnolo di Mauro Nicolosi, (Strumenti 57), Editrice Queriniana, Brescia, 1996, 151.

-Gustavo GUTIÉRREZ, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente Una riflessione sul libro di Giobbe
Traduzione dallo spagnolo di Teodora Tosatti, (Nuovi Saggi Queriniana 47), Editrice Queriniana, Brescia, 1986, 2018 quarta edizione, 197-198.

-Jürgen MOLTMANN, Eternità in: Hans-Jürgen Schultz, Dizionario del Pensiero Protestante Una teologia per non teologi   Herder Editrice e Libreria, Roma – Edizioni Morcelliana, Brescia, 1970, 177-185, qui 183.

-Il SAE Segretariato Attività Ecumeniche sito internet: www.saenotizie.it
Il volume che raccoglie gli Atti del convegno del 1981 Lo Spirito Santo pegno e primizia del Regno,
svoltosi a La Mendola, è stato pubblicato dall’Editrice Elle Di Ci, Leumann (Torino), 1982.