tratto da: ucebi.it
il 28 agosto del 1963, il pastore battista Martin Luther King
pronunciò il suo discorso più famoso: I have a dream.
La cornice di
quell’evento, che raccolse oltre 200.000 persone, fu il «Lincoln
Memorial» a Washington, un luogo altamente simbolico per la comunità
afroamericana. Nonostante contenesse dure critiche all’establishment
degli Stati Uniti, che nel 1963 continuava a negare il diritto di voto
agli oltre venti milioni di cittadini di colore, quel discorso viene
ricordato ancora oggi e citato come esempio della coscienza civile
americana.
La forza e l’attualità di quel discorso sono nella sua
capacità di recuperare un tipico elemento della retorica e della cultura
americana, il sogno, per esprimere la visione di una società giusta e
riconciliata. - Siamo venuti nella capitale del nostro paese per
incassare un assegno– esordì King Quando gli artefici della nostra
Repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della
Dichiarazione di Indipendenza, stavano firmando una cambiale di cui ogni
americano era garante. Questa cambiale era la promessa che tutti gli
uomini, sì, l’uomo nero e l’uomo bianco, avrebbero avuto garantiti i
diritti inalienabili alla vita, alla libertà, e al perseguimento della
felicità.
È ovvio oggi che l’America è venuta meno a questa promessa per
quanto riguarda i suoi cittadini di colore».

Le
cronache dicono che dopo poche battute l’ampia platea che ascoltava
King fu totalmente afferrata dalle sue parole: il trasporto divenne
totale quando il pastore, con la retorica cantilenante tipica dei
predicatori afroamericani, pronunciò le parole forse più famose di quel
discorso:
«Anche se affronteremo le difficoltà di oggi e di domani, io
ho un sogno.
È un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che
un giorno questa nazione si solleverà e vivrà nel vero significato del
suo credo: tutti noi consideriamo questa verità evidente, che tutti gli
uomini sono creati uguali.
Io sogno che nella terra rossa di Georgia, i
figli di quelli che erano schiavi e i figli di quelli che erano padroni
degli schiavi si potranno sedere assieme alla tavola della fraternità.
Io sogno che un giorno anche lo stato di Mississippi, uno stato ardente
per il calore della giustizia, ardente per il calore dell’oppressione,
sarà trasformato in un’oasi di libertà e giustizia. Io sogno che i miei
quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione dove non saranno
giudicati per il colore della pelle, ma per il carattere della loro
personalità».
Nonostante
il grande rilievo politico della sua azione e le difficoltà con la
dirigenza delle chiese, King rimase sempre fedele alla sua vocazione di
pastore e mai abbandonò il linguaggio tipico dei sermoni domenicali.
Anche al Lincoln Memorial, concludendo il suo discorso, volle così
affermare:
«Questa è la fede con cui ritorno al Sud. Con questa fede
potremo tagliare una pietra di speranza dalla montagna della
disperazione. Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante
della nostra nazione in un’armoniosa sinfonia di fraternità.
Con questa
fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare
in carcere insieme, sollevarci insieme per la libertà, sapendo che un
giorno saremo liberi, e questo è il giorno.
Questo sarà il giorno in cui
tutti i figli di Dio potranno cantare con nuovo significato: “Il mio
paese è tuo, dolce terra di libertà, di te io canto”».
La fede è insomma per King la forza morale del movimento nonviolento,
di quel «fronte delle coscienze» che egli intese costituire per
rivendicare i diritti civili della minoranza afroamericana. Tuttavia, la
fede alla quale si richiama, non ha alcun carattere esclusivo o
discriminante; non separa ma, abbattendo barriere e invitando tutti a
stringersi reciprocamente la mano, costituisce una comunità civile più
ampia e solida.
È questo il senso della chiusura del discorso che suona
come una vera e propria poesia della libertà: «Lasciate risuonare la
libertà da ogni collina e montagna del Mississippi, da ogni lato della
montagna lasciate risuonare la libertà. E quando questo accadrà, e
quando lasceremo risuonare la libertà, quando la lasceremo risuonare da
ogni villaggio e da ogni casale, da ogni stato e da ogni città, saremo
capaci di anticipare il giorno in cui tutti i figli di Dio, uomo negro e
uomo bianco, ebreo e cristiano, protestante e cattolico, potremo unire
le nostre mani e cantare le parole del vecchio spiritual: “liberi
finalmente, liberi finalmente; grazie a Dio Onnipotente, siamo
finalmente liberi”».

Il
discorso impressionò notevolmente l’opinione pubblica americana perché
richiamava esplicitamente alcuni elementi fondativi della sua
tradizione: il sogno, la libertà, il patto, la fede.
Tuttavia all’ampio
consenso che gli fu tributato anche dai mass media, da parte
dell’amministrazione Kennedy non corrispose un maggiore impegno a
sostenere la causa del diritto di voto per gli afroamericani.
Considerazioni politiche e la paura di una frattura anche nel partito
democratico a poco più di un anno dal voto, indussero John e Bob Kennedy
a muoversi con grande prudenza: sull’onda del successo della
manifestazione al Lincoln Memorial vi furono alcuni incontri con i
leader del movimento per i diritti civili, ma nessun atto politico
risolutivo.
Il Voting Rights Act che concedeva il diritto di voto agli
afroamericani, giunse soltanto il 6 agosto del 1965, con la firma del
presidente Lyndon Johnson.