Fra tutte le scienze la teologia è la più bella,
quella che tocca più profondamente l’intelligenza e il cuore,
quella che si avvicina di più alla realtà umana
ed offre la visione più chiara della verità che ogni scienza ricerca;
che si avvicina di più al significato di quel nome venerabile e profondo di «facoltà».
In altre parole un paesaggio con prospettive lontanissime e tuttavia sempre luminose,
come quelle dell’Umbria e della Toscana;
un’opera d’arte così sovrana e bizzarra come il duomo di Colonia o di Milano.
Poveri teologi e poveri tempi della teologia
che ancora non hanno percepito questa bellezza!
Ma fra tutte le scienze la teologia è anche la più difficile e la più pericolosa,
quella in cui, quando ci si impegna,
si può facilmente cadere nella disperazione
ovvero — ed è quasi ancor peggio — nell’orgoglio.
La scienza, che svolazzando o sclerotizzandosi,
può diventare la cosa peggiore che si possa immaginare: la caricatura di se stessa.
C’è una scienza che possa diventare così mostruosa e così noiosa come la teologia?
Non sarebbe teologo colui che non si fosse spaventato di fronte ai suoi abissi
o che avesse cessato di esserne spaventato.
Karl Barth