di Maurizio Abbà
Si ripresenta qui una recensione ad un libro
edito, in traduzione italiana, dall'Editrice QUERINIANA:
Conversazioni sull'angoscia
del noto teologo e psicoterapeuta Eugen Drewermann.
(titolo inserito nella collana: Giornale di Teologia 249),
traduzione di A. Laldi,
il libro è del 1997, attualmente a catalogo risulta esaurito.
Conversazioni
sull’angoscia
E. Drewermann
e J. Jeziorowski
Queriniana
pp. 119
La teoria del teologo cattolico e psicoterapeuta Drewermann
L’angoscia da cristianesimo
Per liberare l’uomo dalla paura vanno liberate le chiese. Il ruolo della psicanalisi.
Nel dizionario della vita quotidiana c’è un termine sempre più
invadente: è la voce «angoscia»,
con cui si esprime tutto il disagio dell’esistenza umana. Come reagire?
L’annuncio evangelico di Gesù Cristo viene incontro
all’individuo come aiuto per affrontare i problemi;
storicamente, invece, il cristianesimo è stato piuttosto una
fonte di ansia, anche per i suoi stessi ministri di culto.
Il noto teologo, sociologo e psicoterapeuta cattolico tedesco,
Eugen Drewermann, ha studiato a lungo e in profondità questa tematica.
Autore anche di «Funzionari di Dio. Psicogramma di un ideale»
(edizioni RÆTIA) - volume sulla condizione dei chierici -
in «Conversazioni sull’angoscia» Drewermann viene intervistato tre volte
da due protestanti, Jurgen Jeziorowski e Hans-Joachim Petsch.
L’angoscia, dunque, è il tema conduttore di questo agile e denso
libro, presentato in edizione italiana dall’editrice Queriniana,
a cui si deve la traduzione di molti saggi
del teologo che ha vivacizzato il dibattito sul significato dell’essere
cristiani oggi.
Il particolare che rende queste
«Conversazioni sull’angoscia» ancora più interessanti è che a porre
le domande sono due protestanti,
introducendo un dialogo su basi ecumeniche,
in un confronto interconfessionale dai risvolti imprevisti e fruttuosi.
Drewermann delinea da una parte
il valore benefico del messaggio biblico,
dall’altra
la necessità di fare i conti con la sua eco distorta,
che viene spesso utilizzata per suscitare
la paura del peccato, la paura del castigo:
con il purgatorio o, addirittura, con la dannazione eterna dell’inferno.
Ecco che paure e angosce si rivelano come una miscela esplosiva
che ha reso l’umanità cattiva, malata nel fisico e nella psiche,
instupidita.
Drewermann propone al riguardo un metodo di lettura della Bibbia
che vada oltre il metodo storico-critico, che pure è necessario.
Per scandagliare in profondità i testi, egli ritiene, bisogna ricorrere
alla psicoanalisi. Un prezioso strumento
che le chiese dovrebbero utilizzare nella pastorale.
Ma ciò significa «non lasciare mai solo chi ha bisogno».
Dunque «accompagnamento» è la parola nuova da
scolpire a chiare lettere, per riuscire a porgere un aiuto a chi è in difficoltà.
Le chiese, per essere fedeli al messaggio di Gesù,
dovrebbero essere uno spazio liberato dalla paura,
un vero rifugio per le persone angosciate.
L’ateismo, si pensi a quello di Nietzsche e Freud,
può assolvere a una funzione decisiva,
abbattendo gli idoli moderni che pretendono essere Dio,
rendendo prigioniere le persone con il fondamentalismo e la superstizione.
In politica bisogna altresì spezzare il cerchio della paura
tra le persone e tra gli Stati.
Drewermann suggerisce una sintesi tra la giustizia sociale,
come la propugnava originariamente l’ideale comunista
e il rispetto della libertà come valore occidentale.
La liberazione dalla paura dev’essere piena e globale e i cristiani
devono essere maturi, sereni ed emancipati dai lacci dell’angoscia
e lo dimostrano ritrovandosi insieme, cattolici e protestanti,
alla stessa mensa eucaristica.
Con riconoscenza e gratitudine.
Maurizio Abbà
Recensione originariamente pubblicata sul quotidiano:
- l'Unità, Le Religioni, (l'Unita2 pagina 5), Domenica 8 giugno 1997.
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