tratto dal blog: Teologi@Internet
Forum teologico. diretto da Rosino Gibellini - Editrice Queriniana, Brescia
www.queriniana.it
TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE NERA E CAMMINI DI SINODALITA'
di LaReine-Marie Mosely
Presentiamo alcuni passaggi dall’articolo della prof.ssa Mosely, pubblicato in Concilium 3/2020.
Nel suo testo, parlando dalla prospettiva della black theology,
LaReine-Marie Mosely colloca al centro gli oppressi.
Si chiede quale sia il comportamento della chiesa statunitense nei confronti degli oppressi
e lo concretizza nella discussione di due assemblee episcopali,
una risalente a circa centocinquant’anni fa e l’altra molto più recente (del 2019).
LaReine-Marie Mosely colloca al centro gli oppressi.
Si chiede quale sia il comportamento della chiesa statunitense nei confronti degli oppressi
e lo concretizza nella discussione di due assemblee episcopali,
una risalente a circa centocinquant’anni fa e l’altra molto più recente (del 2019).
Al
riguardo, si pone la domanda su chi venga in modo particolare designato
come oppresso, considerato vulnerabile e riconosciuto come tale.
E documenta le opportunità mancate dai vescovi statunitensi, perché in vari modi non si osa nominare i gruppi di persone oppresse.
E documenta le opportunità mancate dai vescovi statunitensi, perché in vari modi non si osa nominare i gruppi di persone oppresse.
Contro
questo silenzio, l’autrice reclama una chiesa sinodale che sappia
chiamare per nome l’ingiustizia e l’esclusione, in modo creativo e
responsabile.
La lettura del
saggio punta i riflettori sulla situazione di oppressione in cui
tutt’oggi le minoranze afroamericane vivono negli Stati Uniti, come
ampiamente documentato dai recenti fatti di cronaca portati alla ribalta
internazionale sulla scia dell’uccisione di George Floyd
durante un fermo di polizia a Minneapolis.
Cosa potrebbe fare – e non sta facendo – la chiesa cattolica statunitense, in questo contesto?
durante un fermo di polizia a Minneapolis.
Cosa potrebbe fare – e non sta facendo – la chiesa cattolica statunitense, in questo contesto?

La teologia della liberazione nera ha molto da offrire alla più ampia comunità cristiana.
James H. Cone,
il padre di tale teologia, ha dimostrato in ogni momento della sua vita
e ovunque nelle sue opere straordinarie cosa significhi riconoscere
l’esperienza delle persone nere come fonte ineludibile del fare
teologia. Cone sosteneva che «essendo una teologia della sopravvivenza,
la teologia nera deve parlare con una urgenza che sia coerente con la profondità delle ferite degli oppressi».
La storia attesta l’odio e l’ingiustizia subiti dalla comunità
afroamericana negli Stati Uniti e in altre aree del commercio
schiavistico atlantico. La stessa passione teologica ha alimentato anche
la chiesa nera. Per Cone il linguaggio della teologia deve essere
appassionato, «un linguaggio dell’impegno: perché è con il linguaggio
che si possono vendicare gli oppressi e condannare coloro che infliggono
il male».
Troppo spesso, dopo
l’omicidio di uomini, donne e bambini afroamericani disarmati da parte
delle forze dell’ordine, non esiste un luogo dove i cattolici neri
possano andare per poter fare i conti con la violenza psichica e il
terrorismo autoctono che hanno subito. I leader religiosi
cattolici o rimangono silenti o parlano senza passione, alcuni
insinuando di non voler incitare alla violenza; e, ogni volta che
prendono la parola, si affrettano sempre a prendere le difese delle
forze dell’ordine. Cone conclude che «la teologia americana è razzista;
pensa la teologia come un’analisi fredda e distaccata della
“tradizione”, slegata dalle sofferenze degli oppressi».
Il moralista B. Massingale
ha sostenuto una tesi più ampia, affermando che «dire che l’ingiustizia
razziale non è una questione rilevante per la dottrina sociale
cattolica è una forma di minimizzazione». Una simile testimonianza rende
difficile credere che questi leader abbiano il cuore di un
vero pastore o comprendano la gravità della situazione per le persone
che stanno “andando in giro, guidando o studiando mentre sono nere” o
per quelle che aspettano al confine con il Messico alla ricerca di
protezione e di una nuova vita. Fortunatamente, alcune lettere scritte
da singoli vescovi alle proprie diocesi e arcidiocesi contengono un po’
di passione, compassione, speranza e cura verso le pecore del loro
gregge. […]
Stando a Massimo Faggioli,
«negli Stati Uniti prosegue il tentativo di neutralizzare il messaggio
di papa Francesco», parole con cui lo storico e teologo di origini
italiane dà voce all’idea che la conferenza episcopale statunitense sia
in conflitto con il papa. È diffusa l’idea per cui i vescovi nominati da
san Giovanni Paolo II e da papa Benedetto XVI siano di un conio diverso
da quelli nominati da papa Francesco. Mentre doveva essere inclusa nel
testo una nota a pie’ di pagina che rinviava il lettore al n. 101 di Gaudete et exsultate,
la difficoltà stava secondo alcuni nel fatto che la Conferenza
episcopale cattolica degli Stati Uniti aveva reso l’aborto la propria
preoccupazione principale, mentre papa Francesco esortava ad abbracciare
una visuale più ampia. Nel suddetto passo Francesco non avrebbe potuto
essere più esplicito nello spiegare che tutta la vita è sacra e che è
l’umanità sofferente, prima di ogni altra cosa, ciò che richiede la
risposta appassionata della chiesa. Queste sorelle e questi fratelli
sono l’humanum in pericolo in mezzo a noi di cui parla Edward
Schillebeeckx e che merita una risposta profetica ed etica che affermi
che queste condizioni di vita non dovrebbero esistere e vanno
trasformate. 

Il rifiuto dei vescovi statunitensi di integrare l’intero paragrafo di Gaudete et exsultate è
un’altra «occasione d’oro» mancata per dimostrare la larghezza di
vedute della chiesa e la sua scelta preferenziale per i poveri e le
persone vulnerabili. Le vite di quelle sorelle e di quei fratelli sono
segnate dalla lotta per la sopravvivenza e vengono spesso prematuramente
interrotte dalla violenza, dalla povertà e dalla scarsità di cure
mediche. Quando i vescovi statunitensi rendono l’aborto la questione
“preminente” rispetto alla difesa della vita, dimostrano di voler
insistere sul tema dell’interruzione della gravidanza e sulla campagna Fortnight for Freedom, mentre raramente scrivono o discutono di altri problemi sociali. […]
La
sinodalità e il cammino che essa apre possono offrire uno spazio dove
il popolo di Dio può condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e
le angosce» (GS 1) vissute, in un modo tale che sia capace di
creare comunità.
I cattolici neri e altri fedeli emarginati vogliono sapere che il loro papa, i loro vescovi e le loro sorelle e fratelli non sono indifferenti all’ingiustizia e che prenderanno la parola «con un’urgenza che sia coerente con la profondità delle ferite degli oppressi».
I cattolici neri e altri fedeli emarginati vogliono sapere che il loro papa, i loro vescovi e le loro sorelle e fratelli non sono indifferenti all’ingiustizia e che prenderanno la parola «con un’urgenza che sia coerente con la profondità delle ferite degli oppressi».
In un coinvolgente saggio intitolato Synodality. A Process Comitted to Transformation [Sinodalità.
Un processo volto alla trasformazione], Elissa Roper avanza
un’interpretazione inedita di cosa significhi essere sinodale per la
chiesa. Tale trasformazione ha a che fare con il «mettersi in cammino,
con creatività e responsabilità».
Quando le persone sono disposte a sviluppare una nuova coscienza rinnovando il loro modo di pensare (cf. Rm 12,2) non fanno altro che approfondire la loro vocazione battesimale e la loro sequela di Gesù Cristo.
Quando le persone sono disposte a sviluppare una nuova coscienza rinnovando il loro modo di pensare (cf. Rm 12,2) non fanno altro che approfondire la loro vocazione battesimale e la loro sequela di Gesù Cristo.
Tale
trasformazione può rendere la nostra comunità ecclesiale capace di
affrontare l’aspra realtà della nostra connivenza istituzionale e
personale con il razzismo, il nativismo, il sessismo, l’eterosessismo,
il clericalismo e tutti i tipi di esclusione. A quel punto, ci basterà
voltarci a guardare in faccia i crudi fatti che avvolgono lo scandalo
globale degli abusi sessuali da parte del clero e il loro insabbiamento
man mano che le accuse continuano a venire a galla, alimentando la
nostra giusta indignazione e la nostra passione «coerenti con le
profondità delle ferite degli oppressi».
[…]
Roper
afferma che «la trasformazione verso una chiesa sinodale a livello
universale inizia con il riconoscimento dell’autorità battesimale e
della responsabilità di tutti i suoi membri».
È con questo spirito di compartecipazione che le singole persone e i gruppi possono venire a patti con i peccati commessi “in parole, opere, omissioni” rispetto alla promozione del regno di Dio.
È con questo spirito di compartecipazione che le singole persone e i gruppi possono venire a patti con i peccati commessi “in parole, opere, omissioni” rispetto alla promozione del regno di Dio.
I peccati del razzismo, del nativismo, dell’eterosessismo e del clericalismo sono buoni punti da cui partire: ciascuno può riflettere sulla propria complicità, nel contesto della sinodalità e dell’impegno a camminare come una sola comunità ecclesiale, anche quando ciò è scomodo e mette a disagio.
Un
modo per essere responsabili è avere coscienza del proprio
posizionamento sociale, concreto e simbolico.
Per esempio, Baltimora è la prima diocesi cattolica degli Stati Uniti ed è anche una città piagata da un alto tasso di omicidi, dalla dipendenza dalle droghe, da un’amministrazione inefficiente, dai disordini seguiti alla morte di Freddie Gray nel 2015, da una tradizione di discriminazione abitativa e dalla vicenda dei bambini colpiti dagli effetti a lungo termine dell’avvelenamento da piombo.
Per esempio, Baltimora è la prima diocesi cattolica degli Stati Uniti ed è anche una città piagata da un alto tasso di omicidi, dalla dipendenza dalle droghe, da un’amministrazione inefficiente, dai disordini seguiti alla morte di Freddie Gray nel 2015, da una tradizione di discriminazione abitativa e dalla vicenda dei bambini colpiti dagli effetti a lungo termine dell’avvelenamento da piombo.
Si aggiungano a tutto ciò le scuole
pubbliche in difficoltà e il radicalizzarsi del divario sociale tra
ricchi e poveri, e non è difficile capire come questa città pianga per
l’ingiustizia.
Prestando ascolto al luogo in cui si svolgono i loro incontri, i vescovi potrebbero far sì che questo loro messaggio ne influenzi lo spirito. E qualcosa di simile vale per tutti noi.
Prestando ascolto al luogo in cui si svolgono i loro incontri, i vescovi potrebbero far sì che questo loro messaggio ne influenzi lo spirito. E qualcosa di simile vale per tutti noi.
Come può il nostro posizionamento sociale influire sulle scelte che facciamo e su ciò a cui dedichiamo il nostro tempo?