MEDITAZIONE
Le ferite possono diventare delle feritoie
Il pastore battista Angelo Reginato ha scritto questa preziosa meditazione per le chiese evangeliche battiste di Lugano e Milano Via Jacopino da Tradate, dove svolge attualmente il suo ministero pastorale.
Molto gentilmente condivide la meditazione anche con noi, lo ringraziamo, infatti, chi legge le parole che seguono lo ringrazia delle scintille di luce che possono rischiarare il cammino, anche quando è buio, soprattutto quando è buio.
Grazie Angelo.
Buon Vero Natale a tutti.
Grazie Angelo.
Buon Vero Natale a tutti.
Maurizio Abbà
Natale 2015
Care e cari,
quest’anno cerchiamo di riflettere sulle ferite della vita, su quanto ci fa stare male, scommettendo che queste esperienze dolorose possono diventare delle feritoie, ovvero delle situazioni in cui capiamo meglio e più a fondo il significato della condizione umana. Ora, questa nostra ricerca si incrocia col Natale di Gesù. Come stanno insieme la fragilità umana e la venuta in mezzo a noi di Gesù?
Ci sono credenti che vedono nel farsi carne della Parola eterna la risposta divina alla domanda umana che sgorga dai nostri limiti e fallimenti. “Prendi pure in considerazioni i tanti problemi che devi affrontare; sappi, però, che essi hanno già una soluzione proprio in Gesù”.
Altri, interpretano la venuta nella carne del Figlio di Dio come la scelta di condividere la fragile condizione umana. “Non sei solo nelle difficoltà: vicino a te c’è un Dio che le ha sperimentate e proprio per questo può capirti e sostenerti”.
Dunque, un cristianesimo “forte”, che ha pronte tutte le risposte; ed uno più “debole”, che punta sull’empatia e la condivisione di Dio. Entrambi, mettono in luce degli aspetti presenti nei racconti evangelici, ma rischiano di lasciarne in ombra altri. Soprattutto, sembrano risolvere troppo in fretta la domanda sul senso di quanto ci capita. Il primo, fornendo risposte preconfezionate: “Gesù è la risposta a tutte le tue inquietudini. Devi solo credere”; il secondo, proponendo che sia più importante l’esserci che non il capire: “la vita è un mistero incomprensibile; grazie a Dio, non la affrontiamo da soli, poiché Gesù è con noi”.
C’è della verità in entrambi questi modi di intendere l’esperienza cristiana. E tuttavia, mi sembra che oggi abbiamo bisogno di un cristianesimo sapiente, che sosti di più sulle ferite, senza proporre troppo in fretta i rimedi; che susciti domande, più che risposte; che faccia pensare, più che spegnere l’inquietudine. Viviamo, infatti, in tempi a rischio di banalizzazione, dove prevalgono gli slogan gridati, alla televisione come sui social network, nella politica come anche nella religione. Tutti si sentono in dovere di giudicare, senza la pazienza del voler capire, del fare i conti con la complessità della vita, con gli enigmi del cuore umano.
Abbiamo bisogno di un cristianesimo che non fugga subito in cielo, ma ami ed interroghi la terra. Proprio come ha fatto Gesù, che è nato ed ha vissuto su questa nostra terra desolata, guardandola a fondo, prendendola sul serio, amandola.
“Quando si chiede al cristiano: ‘Chi è Dio? Come ci si avvicina a lui?’, il cristiano, a differenza di tutti gli altri non indicherà anzitutto il cielo, ma questo Bambino. Il suo dito oserà indicare la Terra. Dovrà provocare un soprassalto. Gioioso certo, ma anche sconvolgente, se avrà il coraggio di portare fino in fondo il suo annuncio” (P. Sequeri).
Se, infatti, siamo fedeli a questa nostra terra, arriviamo ad intuire che “nessun cuore è intero come un cuore spezzato; nessuna fede è solida come una fede ferita” (detto chassidico).
Natale non è la soluzione dei problemi. Anche dopo la nascita di Gesù, noi rimaniamo in attesa della vittoria su quel male che ancora domina la storia; ricerchiamo quel senso della vita che perlopiù ci sfugge e che viene continuamente messo in discussione da quanto ci succede. Mentre facciamo memoria della nascita di Gesù, ne attendiamo la venuta, alla fine dei tempi, desiderando nuovi cieli ed una nuova terra, in cui abiti la giustizia e la felicità.
E nel frattempo? Mentre la storia ci mostra il suo volto crudele e cinico, mentre sperimentiamo le nostre fragilità, cosa ci indica il Dio che si fa carne? Lui è venuto come Signore, che salva ma anche come Maestro, che educa il nostro sguardo. Al suo seguito, siamo invitati a vivere l’attesa non come passività: “lasciamo fare a Dio…”, ma come attenzione. Perché è proprio in questa tua vita, in questo periodo storico che Dio ti parla.
La vita, il mondo non sono “da sopportare”, ma da trattare con estrema attenzione, poiché sono fragili e noi possiamo romperli.
Attenzione significa guardare con occhio penetrante quanto ci succede; significa agire con sapienza, controllando le emozioni che rischiano di travolgerci. Significa prendere sul serio la nostra esistenza, scommettendo che proprio in essa Dio pone la sua tenda.
Di fronte al muro che sbarra la strada, non limitiamoci a dire: “Dio lo vuole” o “Dio è lì con te”; cerchiamo, piuttosto, quella feritoia che ci fa vedere meglio il senso di ciò che ci capita, vivendo con attenzione ogni esperienza.
Da quella finestra potremo scorgere i segni del Dio tanto atteso, che viene proprio per noi.
Buon Natale!
angelo
Angelo Reginato