foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito
Domenica 22 novembre 2015
- ULTIMA DELL'ANNO LITURGICO - DOMENICA DELL'ETERNITÀ
BIBLICA
Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 18,33-37
33 Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?» 34 Gesù gli rispose: «Dici questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?» 35 Pilato gli rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua nazione e i capi dei sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani; che cosa hai fatto?» 36 Gesù rispose: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». 37 Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce».
Maurizio Abbà
Theologica I.
Gerard SLOYAN
La famosa domanda di Pilato, «che cos’è la verità?»
(v.38), è stata caricata di molti significati, inclusa quella del «Pilato
faceto» di Francesco Bacone che non aspettò una risposta. Una facezia è l’ultima
cosa che Giovanni aveva in mente. L’evangelista vuole che quella domanda abbia
un unico significato e, in effetti, essa si risponde da sola: «verità» e tutto
ciò che Pilato e «il mondo» che egli abita non sono. L’evangelista non si
abbandona a una polemica contro il potere dell’impero come si legge nell’Apocalisse;
non fornisce la materia prima che possa alimentare uno scontro tra chiesa e
Stato. Giovanni presenta un protagonista pagano dell’incredulità per fare da
contrappeso ai suoi protagonisti ebrei che, per la loro storia e cultura
religiosa, avrebbero dovuto credere. In Giovanni, Pilato può essere comprensivo
e bendisposto, ma non è sicuramente un cripto-credente. Sebbene il suo ritratto
personale appaia grande, egli non è
che un altro mezzo di contrasto, un’altra «spalla» che serve all’evangelista
per mettere in risalto il mondo vero, o genuino, della fede in Dio.
- tratto da: Gerard Sloyan, Giovanni
Edizione italiana a cura di Franco Ronchi,(Strumenti 38 Commentari), Claudiana, Torino, 248-249.
Theologica II.
Hans Hermann WALZ
Se si vuol parlare di 'verità', bisogna rispondere in particolare a tre domande: 1. In che ci interessa la verità? 2. Che cosa dicono la Bibbia e la tradizione cristiana sulla verità? 3. In che senso l'Evangelo è vero o è addirittura la verità? Se ci introduciamo così, prendiamo già una decisione sotto un duplice aspetto di cui ci dobbiamo anzitutto rendere conto prima di rispondere alle domande stesse.
Qualunque cosa si possa dire della verità, non se ne può mai parlare in sé, ma sempre in forma di domanda e risposta. Se non c'è domanda, la verità non ha alcun luogo.
(...)
La situazione che io condivido con i miei contemporanei è diversa da quella dei miei antenati. È per questo che oggi le nostre domande sono tanto diverse da quelle che sono state poste nell'ultimo secolo, al tempo della Riforma, all'epoca del cristianesimo dei primi secoli. Non si possono dare semplicemente risposte di ieri a domande di oggi. Ma le nostre domande non possono nemmeno essere presentate come criterio per le risposte dei nostri antenati.
Ciò che essi hanno da dirci — ed hanno molto da dirci — lo veniamo ora a sapere se ci sforziamo di comprendere ciò che essi hanno domandato. Che noi — almeno fino ad un certo grado — lo possiamo capire, dipende dal fatto che essi, tanto come noi, non fossero stati toccati dalla verità, che non è a disposizione. Le situazioni sono storicamente condizionate. In tal modo, anche la forma delle domande e delle risposte è storicamente condizionata.
(...)
Per la Bibbia, la verità è un rapporto: un rapporto precisamente, del quale ci si può fidare. Dio è il Dio della verità, eprché ci si può fidare di Lui senza rimandere delusi. La fede non è quindi anzitutto una scoperta di qualche fatto o un ritenere epr vera una qualche proposizione o dottrina, ma fiducia nella fidatezza o attendibilità di Dio. È una derivazione di questo dato fondamentale il fatto che Dio mantenga la sua parola.
(...)
Nel senso biblico, la verità non è, ma avviene. Non la si può indagare; la si può solo far oggetto di racconto e di speranza. La realtà è infatti sempre aperta in avanti.
(...)
Ma dove disperiamo della realtà, la verità di Dio è tuttavia ancora più grande del nostro cuore. Né l'una né l'altra cosa si possono verificare; ma nell'esperienza se ne può avere conferma.
tratto da: - Hans Hermann Walz, 'Verità',
in:
Dizionario del Pensiero Protestante Una teologia per non teologi a cura di Hans Jürgen Schultz,
Herder - Morcelliana, Roma - Brescia, 1970, 569.570.574-575.576.
Theologica III.
José Antonio PAGOLA
Di fronte al testimone della verità
Nel processo durante il quale si deciderà l'esecuzione di Gesù, il vangelo di Giovanni riporta un sorprendente dialogo privato tra Pilato, rappresentante dell'impero più potente della terra, e Gesù, imputato dalle mani legate che si presenta come testimone della verità.
A quanto pare è proprio Pilato a voler conoscere la verità nascosta in quello strano personaggio che si trova davanti al suo trono: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù risponderà esponendo la sua verità con due affermazioni fondamentali, molto care all'evangelista Giovanni.
«Il mio regno non è di questo mondo». Gesù è re, ma in una maniera che Pilato non può immaginare. Non cerca di occupare il trono di Israele o di contendere a Tiberio il potere imperiale; non appartiene a quel sistema in cui si muove il prefetto di Roma, basato sull'ingiustizia e sul potere; non fa leva sulla forza delle armi. Ha invece un comportamento diverso: la sua regalità deriva dall'amore di Dio per il mondo.
(...)
I suoi seguaci, però, non sono «legionari», ma «discepoli» che ne ascoltano il messaggio e si dedicano a portare verità, giustizia e amore nel mondo.
Il regno di Gesù non è quello di Pilato. Il prefetto vive per portare via le ricchezze al popolo e condurle a Roma. Gesù vive «per essere testimone della verità». Tutta la sua vita è una sfida: «Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Pilato non è dalla verità, non ascolta la voce di Gesù. Anzi, nel giro di alcune ore cercherà di farla tacere per sempre.
Il discepolo di Gesù non è un «guardiano» della verità, ma un «testimone». Suo compito non è discutere, combattere e sconfiggere gli avversari, ma vivere la verità del vangelo, comunicando l'esperienza di Gesù che sta cambiando la sua vita.
Il cristiano non è neppure «proprietario» della verità, ma testimone. Non impone la propria dottrina, non controlla la fede altrui, non pretende di aver ragione su tutto. Vive in continua conversione a Gesù, trasmette l'attrazione che sente per lui, aiuta a guardare al vangelo, porta ovunque la verità di Gesù.
La Chiesa tornerà a essere attraente, quando la gente vedrà che il nostro volto somiglia a quello di Gesù, e che la nostra vita ricorda la sua.
tratto da: - José Antonio Pagola, La via aperta da Gesù 4 Giovanni
Traduzione dallo spagnolo di Fabrizio Iodice Revisione di Riccardo Larini
Edizioni Borla, Roma, 2013, 197.198-199.
Theologica IV.
Vittorio SUBILIA
Si potrebbe osservare che tutti i rami del cristianesimo si richiamano a Cristo e desumerne che non sia da ricercare su questo punto la discriminazione. Ma soltanto una considerazione superficiale delle posizioni contrapposte può portare alla conclusione incontrollata che sul tema di Cristo non sussistano differenze apprezzabili tra le Confessioni, in quanto tutte professano la fede in Cristo e accettano in comune i grandi Simboli della chiesa antica. In realtà è proprio su questo terreno che hanno le radici le divergenze fondamentali: le ragioni profonde dell'attuale confusione nei rapporti ecumenici vanno ricercate in questa direzione. Mettere in risalto ciò che unisce e mettere in ombra ciò che divide deforma e superficializza le posizioni a scapito della verità e quindi compromette, invece di facilitare, la possibilità di una comune riscoperta dell'Evangelo e per conseguenza di una reale comunione cristiana.
(...)
il contrasto della discussione è più fecondo e stimolante che l'allineamento del conformismo.
(...)
"Paul Tillich ha osservato che il cristianesimo ha consacrato tutte le civiltà:
«ha consacrato l'ordine feudale e la sua chiara partecipazione ad esso senza trascenderlo; ha consacrato il nazionalismo senza trasformarlo; ha consacrato la democrazia senza giudicarla; ha consacrato la guerra e le armi senza usare contro di essa le sue armi spirituali; ha consacrato la pace e la sicurezza senza turbare questa sicurezza con la sua minaccia spirituale; ha consacrato l'ideale borghese della famiglia e della proprietà senza giudicarlo; ha consacrato i sistemi di sfruttamento dell'uomo sull'uomo senza trascenderli; anzi, li ha usati a suo proprio vantaggio».
Il cristianesimo si è illuso che i compromessi di queste consacrazioni assicurassero la sua inserzione nella storia, dimenticando che condizione di autenticità evangelica era di non superare i limiti di una diaspora incompresa di testimoni."
- tratto da: - Vittorio Subilia,
«Solus Christus» Il messaggio cristiano nella prospettiva protestante
«Solus Christus» Il messaggio cristiano nella prospettiva protestante
(Sola Scriptura 10 nuovi studi teologici ), Claudiana Editrice, Torino, 1985, 31-32.6.
Theologica V.
Dietrich BONHOEFFER
(...)
Il dire la verità va dunque appreso. Ciò suona terribile per colui che pensa che sia sufficiente il ricorso ai princìpi (Gesinnung) e che se questi sono irreprensibili tutto il resto è un gioco da ragazzi. Orbene, siccome però le cose stanno in modo tale che la dimensione etica non può essere disgiunta dalla realtà, l'imparare a conoscere sempre meglio la realtà è parte costitutiva necessaria dell'agire etico. Nella questione di cui ci stiamo occupando, tuttavia, l'agire consiste nel parlare: il reale deve essere espresso in parole. In questo consiste il discorso conforme a verità. Con ciò però si pone inevitabilmente la questione circa il "come" delle parole. Si tratta della "parola" di volta in volta "giusta". Trovarla è questione di lungo, serio e progressivo sforzo sulla base di esperienza e conoscenza del reale. Per dire come una cosa realmente è, cioè per parlare in modo conforme a verità, lo sguardo e il pensiero devono rivolgersi a come il reale è in Dio e da Dio e rispetto a Dio.
tratto da: - Dietrich Bonhoeffer, Scritti scelti (1933-1945) Edizione critica
Edizione italiana a cura di Alberto Conci
(Biblioteca di cultura 22 Opere di Dietrich Bonhoeffer volume 10),
Editrice Queriniana, Brescia, 2009, 748.
BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE
Maurizio Abbà
Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 18,33-37
Verità Amore Libertà
- Pilato la violenza del potere il potere della violenza
La violenza della potenza dell'oppressore romano raffigurata in Pilato, nell'Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni pare, almeno in parte, attenuata. Se così è risalta allora un altro aspetto del potere e della sua potenza: traspare così l'im(potenza) del Potere a fare davvero giustizia giusta e vera.
- dal libro biblico dei Giudici 12,6:
"«Ebbene, di' Scibbolet»; e quello diceva: «Sibbolet», senza fare attenzione a pronunciare bene; allora lo afferravano e lo scannavano presso i guadi del Giordano. Perirono in quel tempo quarantaduemila Efraimiti."
scibbolet: parola d'ordine richiesta, dalle sentinelle galaadite di Iefte (appunto in Giudici 12,6), agli efraimiti che in ritirata si trovavano ad attraversare il Giordano, essi non riuscivano a pronunciarla esattamente, riuscivano solo a dire: "sibbolet" e 42 unità (circa 42.000 uomini) furono uccisi.
Insegnamento biblico: la violenza è nella realtà quotidiana, è nella storia delle diverse generazioni, liberarsi dalla guerra, da tutte le guerre dovrebbe essere questa la parola d'ordine.
Per la precisione scibbolet è una parola ebraica vuol dire "corso d'acqua" o "spiga di frumento", intendiamola allora così la parola d'ordine adesso: la pace dovrebbe scorrere a fiumi, nutrita dal pane di giustizia.
scibbolet: parola d'ordine richiesta, dalle sentinelle galaadite di Iefte (appunto in Giudici 12,6), agli efraimiti che in ritirata si trovavano ad attraversare il Giordano, essi non riuscivano a pronunciarla esattamente, riuscivano solo a dire: "sibbolet" e 42 unità (circa 42.000 uomini) furono uccisi.
Insegnamento biblico: la violenza è nella realtà quotidiana, è nella storia delle diverse generazioni, liberarsi dalla guerra, da tutte le guerre dovrebbe essere questa la parola d'ordine.
Per la precisione scibbolet è una parola ebraica vuol dire "corso d'acqua" o "spiga di frumento", intendiamola allora così la parola d'ordine adesso: la pace dovrebbe scorrere a fiumi, nutrita dal pane di giustizia.
- Teologia della croce
La crocifissione
"ai tempi di Gesù per...
- Rapina
- Omicidio
- Incendio doloso
- Diserzione
- Alto tradimento
- Istigazione alla rivolta
- Delitto di lesa maestà
(Crimen Laesae Maiestatis)
nel caso di Gesù a causa di...
- Incitamento alla rivolta contro i Romani Lc 24,21
- RIVENDICAZIONE REGALE
- Incitamento al boicottaggio delle imposte Lc 23,2
- Seduzione della folla Lc 23,2.5.14 ".
tratto da: - Willibald Bösen, L'ultimo giorno di Gesù di Nazaret
Traduzione italiana di Armido Rizzi
Editrice Elledici, Leumann, Torino, 2007, 276.
La teologia della croce fa riferimento alla condanna a morte per crocifissione di Gesù Cristo.
Occorre fare riferimento ad essa con discernimento e con determinazione, al contempo.
Con discernimento: non c'è esibizione, non c'è ostentazione, non può e non deve esserci. La croce è strumento di tortura e di morte.
Con determinazione: la teologia della croce invita, dall'apostolo Paolo a Lutero a Käsemann, solo per citare alcuni tra i teologi più significativi di tutti i tempi, a considerare come la parola della croce è la Parola di Dio, come sotto la croce si decide cosa è fede e cosa è idolatria, perché la parola della croce è la parola disarmata di Dio per sconfiggere il male, perchè è, appunto, la Parola.
- La croce richiede un cambiamento radicale nel pensare e nell'attuare ciò che Dio ci richiede.
Un cambiamento radicale riferito a Dio, agli altri, a noi stessi.
- Cos’è la verità?
Uno dei termini greci per designare la 'Verità' è Aletheia.
Facciamo riferimento al Lete (oblio) fiume citato nei testi filosofici e mitologici (Platone, Repubblica, nei frammenti degli orfici ) in questi testi l'esortazione è che non bisogna bere l'acqua che induce l'oblio, così da poter continuare a fare tesoro del passato; mentre nell'Eneide (libro VI) sono citate le acque del Lete che bisogna bere abbondantemente per dimenticare la vita precedente e poter reincarnarsi in un altro corpo (secondo la metemsomatosi di Pitagora). Il Lete è menzionato altresì nel Canto XXXI del Purgatorio della Commedia di Dante: qui le acque vanno bevute per dimenticare il male commesso.
Verità-Aletheia dove l'A privativo descrive: "ciò che ti tiene sveglio" (definizione del teologo valdese Paolo Ricca), la verità non offusca, anzi aiuta a capire, ti tiene desto, ben oltre le stesse definizioni filosofico-mitologiche greche antiche di Platone e degli orfici. La verità: un passato che non dev'essere rimosso ma affrontato e solo poi superato.
- Nella Commedia dantesca sulla vetta della montagna del Purgatorio, siamo già alle porte del Paradiso dantesco dove scorre anche un altro fiume: l'Eunoè (Purgatorio Cantici XXVIII, XXXI, XXXIII) le cui acque aiutano a ricordar quanto di buono è stato fatto in vita.
Evangelicamente, nella Domenica dell'Eternità (ultima dell'Anno Liturgico) e non solo in questa Domenica, resta saldo e vivificante il ricordo di chi ci ha preceduto nella comunione della fede e nella successione apostolica dietro la croce di Cristo di tutte le discepole ed i discepoli disarmati ma forti di verità amore e libertà.
Non la reincarnazione ma l'orizzonte della Buona Notizia della Risurrezione è la dimensione veritiera di vita nuova a cui siamo chiamati già ora, nella vita di tutti i giorni.
Facciamo riferimento al Lete (oblio) fiume citato nei testi filosofici e mitologici (Platone, Repubblica, nei frammenti degli orfici ) in questi testi l'esortazione è che non bisogna bere l'acqua che induce l'oblio, così da poter continuare a fare tesoro del passato; mentre nell'Eneide (libro VI) sono citate le acque del Lete che bisogna bere abbondantemente per dimenticare la vita precedente e poter reincarnarsi in un altro corpo (secondo la metemsomatosi di Pitagora). Il Lete è menzionato altresì nel Canto XXXI del Purgatorio della Commedia di Dante: qui le acque vanno bevute per dimenticare il male commesso.
Verità-Aletheia dove l'A privativo descrive: "ciò che ti tiene sveglio" (definizione del teologo valdese Paolo Ricca), la verità non offusca, anzi aiuta a capire, ti tiene desto, ben oltre le stesse definizioni filosofico-mitologiche greche antiche di Platone e degli orfici. La verità: un passato che non dev'essere rimosso ma affrontato e solo poi superato.
- Nella Commedia dantesca sulla vetta della montagna del Purgatorio, siamo già alle porte del Paradiso dantesco dove scorre anche un altro fiume: l'Eunoè (Purgatorio Cantici XXVIII, XXXI, XXXIII) le cui acque aiutano a ricordar quanto di buono è stato fatto in vita.
Evangelicamente, nella Domenica dell'Eternità (ultima dell'Anno Liturgico) e non solo in questa Domenica, resta saldo e vivificante il ricordo di chi ci ha preceduto nella comunione della fede e nella successione apostolica dietro la croce di Cristo di tutte le discepole ed i discepoli disarmati ma forti di verità amore e libertà.
Non la reincarnazione ma l'orizzonte della Buona Notizia della Risurrezione è la dimensione veritiera di vita nuova a cui siamo chiamati già ora, nella vita di tutti i giorni.
- Regalità nella vita quotidiana
Verità Amore Libertà non possono essere disgiunte, questo insegna Gesù Cristo.
- Se hai solo la Verità hai tanto, certo, ma ti manca la misericordia, e ti manca la possibilità di poter dire liberamente: "Sì". Nella Storia la Misericordia è mancata tante volte e con essa è mancata anche la Libertà, anche la libertà di poter sbagliare.
- Se hai solo Amore hai quasi tutto, certo, hai la piattaforma su cui basarti, hai la rampa di lancio in cui dispiegare le ali, ma le ali sono: la Verità e la Libertà e sono irrinunciabili se davvero vuoi volare l'avventura della vita consapevolmente e quindi responsabilmente.
- Se hai solo la Libertà, ti può bastare, certo, ma senza la Verità la tua Libertà sarà senza discernimento, e se hai Libertà ma non hai Amore, ti manca, quella che un cantante in un'intervista di alcuni anni fa, diceva: l'amore è la benzina della vita.
- In Gesù Cristo siamo raggiunti da: Verità Amore Libertà.
Questa è la regalità per ognuno di noi, da raggiungere quotidianamente.
Per non essere sudditi delle paure ma liberati da esse.
- Il Potere, il Terrore hanno paura, sì hanno paura dell'Amore,
come hanno paura della Libertà,
questa è la Verità che insegna Gesù Cristo il Crocifisso Risorto.
L'angolo della preghiera
per non deporre la preghiera in un angolo
Pilato, il procuratore romano,
è un uomo con i piedi per terra,
abituato a misurare le persone
in base al potere che detengono,
alla capacità di imporsi con la forza,
di dominare, di sottomettere gli altri.
Davanti a lui ti hanno accusato
di essere un ribelle al giogo di Roma,
uno che pretende di essere re
e quindi vuole scalzare l'imperatore.
Ecco perché ti domanda
se le accuse corrispondono a verità.
Ma tu, Gesù, lo spiazzi subito:
non rinneghi di essere re,
ma gli ricordi che il tuo regno
non è di questo mondo
e quindi non hai soldati,
pronti a difenderti.
È vero: sei del tutto disarmato,
eppure nessuno può resistere
alla tua forza, la forza dell'amore.
È vero: all'apparenza sei schiacciato,
in balìa del potere di Pilato,
ma in fondo sei tu il Signore
perché sei tu che conduci la storia
con la mitezza e la misericordia
alle quali nessuno può resistere.
Non passerà molto tempo,
solo qualche secolo,
e la potenza di Roma crollerà,
mentre tu, il Galileo condannato
alla morte di croce, continui ad essere fonte di speranza.
tratto da: Roberto Laurita, la Preghiera,
Servizio della Parola 471/472 anno XLVII ottobre-novembre 2015,
Editrice Queriniana, Brescia, 183.
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Quest'anno, l'ultima Domenica dell'Anno Liturgico è: Domenica 22 novembre 2015.
L'ultima Domenica dell'Anno Liturgico è denominata in ambito evangelico anche:
Domenica dell'Eternità in ricordo di quanti ci hanno preceduto nel dono della fede.
L'ultima Domenica dell'Anno Liturgico è denominata in ambito evangelico anche:
Domenica dell'Eternità in ricordo di quanti ci hanno preceduto nel dono della fede.
Ricordare i morti
Signore, tu non sei un Dio dei morti,
ma dei viventi.
In te vivono tutti coloro che hai chiamato.
Ricordiamo i defunti che abbiamo amato, con cui abbiamo
vissuto.
La tua bontà ci lega a loro,
Tu ami loro e noi.
Li presentiamo a te.
Soltanto la tua via e nessun’altra
ci porta a loro, e loro a noi.
In te siamo uniti a loro.
Ti ringraziamo ché li tieni in mano.
Infatti hai detto:
«ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano».
In tua presenza vogliamo ricordare tutti i morti,
nomi dimenticati, cancellati.
I morti che nessuno piange, dispersi dal destino ignoto,
suicidi, disperati,
e quelli che gli uomini hanno disonorato, assassinato.
Li sappiamo nelle tue mani,
e ti preghiamo:
proteggi i più miseri fra i tuoi figli.
Ti ringraziamo perché sei così vicino:
in te, vicini, sono pure i morti.
Nessuno muore, in te.
Da te abbiamo vita
ed anche i morti vivono di te.
Questo ci lega a loro:
la stessa vita in te.
La tua croce, nostro Signore e fratello,
è segno di vittoria sull’inferno e la morte.
La tua croce porta
il dolore di chi soffre,
la colpa di chi ha errato.
Piantata su un mondo di tombe
Riunisce tutti, i morti e noi.
I tuoi pensieri non sono i nostri pensieri.
Le tue decisioni non sono le nostre.
Accettiamo e crediamo
anche senza comprendere.
Seguiamo, con fiducia,le tue vie:
tu vincerai la morte nemica.
Sei risorto dai morti,
anche noi risorgeremo.
Accoglieremo con gioia la tua luce
per lodarti nell’eternità.
- tratto da: - Jörg Zink, Come Pregare
traduzione di Giuliana Gandolfo,
Claudiana Editrice, Torino, 1988, seconda edizione: 1995, 124-125.
traduzione di Giuliana Gandolfo,
Claudiana Editrice, Torino, 1988, seconda edizione: 1995, 124-125.


