foglio liturgico e di cultura biblica-teologica
gratuito
Domenica 17 gennaio 2016
- 2a DOPO L'EPIFANIA -
BIBLICA
Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 2,1-11
1 Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù.
2 E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze.
3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino».
4 Gesù le disse: «Che c'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta».
5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà».
6 C'erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure.
7 Gesù disse loro: «Riempite d'acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all'orlo.
8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono.
9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l'acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».
11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.
Theologica I.
Pinchas LAPIDE
" « E al terzo giorno [CEI: tre giorni dopo] ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea»: così comincia il secondo capitolo del Vangelo di Giovanni. Perché proprio «al terzo giorno», dal momento che non vi è alcun rimando, né ai versetti che precedono né a quelli che seguono, in grado di chiarire o giustificare quest'esatta indicazione temporale?
In quest'espressione gli esegeti cristiani hanno visto spesso una prefigurazione della risurrezione di Gesù, che pure avvenne «al terzo giorno», ma tutto questo sembra tirato per i capelli, poiché non vi è assolutamente nulla nel testo che possa suffragare una tale esegesi.
Solo quando si ritraduce l'espressione in ebraico ci si accorge subito che qui si parla semplicemente di un martedì, che è in ebraico «il terzo giorno» della settimana della creazione descritta nella Genesi (1,13). Nella Bibbia questo terzo giorno racchiude un privilegio a suo riguardo si dice per due volte che «Dio vide che era cosa buona» (Gen. 1,10 e 1,12), la prima in riferimento alla terra ferma e ai mari appena creati e la seconda con un significato più profondo. Infatti, a partire dalla creazione della flora terrestre, Dio non dice più come in precedenza: Sia la luce! Appaia l'asciutto! Si raccolgano le acque!, ma dice: «La terra produca germogli» (Gen 1,11). La creatura cioè non è più inerte e insensibile, ma è chiamata a offrire il suo contributo all'azione di Dio.
In breve, da questo momento in poi Dio vuole dei collaboratori nell'opera della creazione, dei collaboratori ai quali fa dono di una libera creatività. Così Dio non è più solo; si è scelto dei partner che, insieme a lui, fanno progredire la creazione, comportandosi da validi collaboratori del Signore del mondo. Ora il secondo «era cosa buona» è detto proprio per loro. Di conseguenza, ogni coppia di sposi deve collaborare al progresso della creazione, dando la vita a nuovi esseri umani. Che poi alla creazione di ogni nuovo essere umano partecipi anche Dio, lo conferma già Eva, in occasione della nascita di Caino, quando esulta, dicendo: «Ho acquistato un uomo, con l'aiuto del Signore!» (Gen 4,1).
Perciò questo «terzo giorno» è diventato fin dai primordi il giorno classico delle nozze ebraiche e questo per due buoni motivi: richiamo del dovere della fecondità (Gen 1,28) e doppio buon auspicio. Infatti, il primo ki-tob («cosa buona») vale per lo sposo, mentre il secondo come benedizione epr la sposa, è inteso nel senso di presagio di un matrimonio felice.
Per questo motivo quel matrimonio a Cana — come la maggior parte dei matrimoni fino ai nostri giorni — avvenne «al terzo giorno» della settimana della creazione.
Qui possiamo anche ricordare brevemente i nomi tedeschi della settimana che sono chiaramente non biblici: Sonntag (domenica) ricorda il giorno festivo romano del sole invitto che era adorato dai seguaci del culto di Mitra; Montag (lunedì) è consacrato alla dèa luna (Mond); Dienstag è una storpiatura del nome di Zeus (cf. l'inglese Tuesday), al quale il giorno è dedicato; Donnestag (giovedì) è dedicato al dio germanico del tuono (Donner); Freitag (venerdì) è il giorno sacro di Freya, la signora del Walhalla germanico; Samstag consacrato alla costellazione divinizzata di Saturno. Solo Mittwoch (mercoledì) è koscher (puro), quale giorno cui non sono associati particolari significati pagani, comunque solo in tedesco, poiché in inglese esso è consacrato a Wotan (Wednesday) e in francese e italiano al dio Mercurio (mercredi, mercoledì). "
tratto da: - Pinchas Lapide, Bibbia tradotta Bibbia tradita
Traduzione dal tedesco di Romeo Fabbri
(Studi biblici 36), EDB Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 128-129.

Theologica II.
José Antonio PAGOLA
" Un linguaggio di gesti
L'evangelista Giovanni non dice che Gesù fece «miracoli» o «prodigi», ma li chiama «segni», perché sono gesti che rimandano a qualcosa di più profondo di quello che riescono a vedere i nostri occhi. In concreto, i segni che Gesù realizza orientano alla sua persona e ci rivelano la sua forza di salvezza.
Quanto avviene a Cana di Galilea e l'inizio di tutti i segni, il modello di quello che Gesù compirà nel corso della sua vita. In questa «trasformazione dell'acqua in vino» ci viene proposta la chiave di comprensione del tipo di trasformazione salvifica operata da Gesù.
Tutto avviene nella cornice di una festa di nozze, la festa umana per antonomasia, il simbolo più eloquente dell'amore, l'immagine migliore con cui la tradizione biblica evoca la comunione definitiva di Dio con l'essere umano. La salvezza di Gesù Cristo deve essere vissuta e offerta dai suoi seguaci come una festa che conferisce pienezza alle feste umane, quando queste sono vuote, «senza vino» e incapaci di appagare la nostra sete di felicità totale.
(...)
Per questo non si può evangelizzare in un modo qualunque. Per comunicare la fede di trasformazione di Gesù non bastano le parole, ma sono necessari i gesti.
Evangelizzare non è solo parlare, predicare o insegnare; e ancora meno giudicare, minacciare o condannare.
(...)
Da Gesù Cristo molti si attendono una forza e uno stimolo per vivere in modo più sensato e gioioso. Se si imbattono soltanto in una «religione annacquata» e non viene dato loro un assaggio della gioia festosa che Gesù trasmetteva in modo contagioso, molti continueranno ad allontanarsi.
Gioia e amore
Secondo l'evangelista Giovanni, Gesù compiva segni per far conoscere il ministero racchiuso nella sua persona e per invitare la gente ad accogliere la forza di salvezza che portava con sé. Quale fu il primo di essi? Qual è la prima cosa che dobbiamo trovare in Gesù?
L'evangelista parla di una festa di nozze a Cana di Galilea, un piccolo villaggio di montagna, a quindici chilometri da Nazaret. Tuttavia, la scena possiede un carattere chiaramente simbolico.
Né la sposa né lo sposo hanno un volto: non parlano e non compiono azioni. L'unico personaggio importante è un «invitato» di nome Gesù.
La feste nuziali in Galilea erano le feste più attese e amate tra le popolazioni rurali. Per vari giorni, familiari e amici accompagnavano gli sposi mangiando e bevendo con loro, ballando danze nuziali e cantando canzoni d'amore.
(...)
Come possiamo pretendere di seguire Gesù, senza coltivare maggiormente tra di noi la gioia e l'amore? Che cosa ci può essere di più importante nella Chiesa e nel mondo? Fino a quando potremo conservare in «anfore di pietra» una fede triste e annoiata?
A che servono tutti i nostri sforzi, se non siamo capaci di portare amore nella nostra religione?
(...)
Le nozze non sono altro che l'inizio di una vita nella quale gli sposi possono rivelare Dio nel loro amore matrimoniale.
L'amore intimo che essi celebrano e assaporano, i gesti di affetto e tenerezza che si scambiano, il dono di sé e la fedeltà che vivono giorno dopo giorno, il perdono e la comprensione che sostengono la loro esistenza, tutto ha per loro un carattere unico e differente (...)
Malgrado i loro errori e le loro limitazioni, nel loro amore devono assaporare la grazia di Dio, la sua vicinanza e il suo perdono.
Non è mai troppo tardi per imparare a vivere con maggiore profondità.
Quel Gesù, che con la sua presenza illuminò le nozze di Cana, può ancora insegnare agli sposi cristiani a bere un «vino migliore». "
- tratto da: José Antonio Pagola, La via aperta da Gesù 4 Giovanni
Traduzione di Fabrizio Iodice Revisione di Riccardo Larini
Edizioni Borla, Roma, 2013, 43-45.48-49.
Theologica III.
Eugen DREWERMANN
"Più superficialmente gli uomini pensano e sentono o, il che è lo stesso, meno religiosamente pensano e sentono, più crescerà il loro desiderio che le cose all'intorno debbano cambiare. Sono propensi ad addossare tutta la loro sofferenza e tutto il loro bisogno alle circostanze e ai rapporti esterni; contro di essi vorrebbero procedere loro stessi, oppure, poiché di solito sono impotenti a farlo, desiderano che 'si' proceda contro di essi. Ci vuole una grandissima misura di saggezza per comprendere quanto siano ristretti i margini di cambiamento operabile davvero in ciò che è essenziale. Prima o poi ogni vero bisogno e ogni reale peso della vita umana non si può assolutamente scuotere via né cambiare, ma solo trasformare dall'interno. Questo miracolo è il nocciolo di ogni religione, la quintessenza di ciò che Gesù è e significa, punto centrale di tutto ciò di cui viviamo.
Finché ci saranno esseri umani, essi soffriranno sotto il peso della malattia, della vecchiaia e della morte, e finché ci sarà una storia umana, gli uomini tenteranno quanto più possono, di cambiare qualcosa. Nessuna generazione anteriore alla nostra si è spinta avanti in questa direzione come noi oggi: noi viviamo il doppio di quanto vivevano le persone circa 120 anni fa. Viviamo in modo più igienico, più sterilizzato, salubre, se si vuole, di quanto sia vissuta ogni generazione prima di noi, e tuttavia proprio noi che viviamo oggi siamo in condizione di sapere meglio dell'umanità che è vissuta prima che ciò che è necessario non è temere la malattia, la vecchiaia e la morte, bensì riempire la vita di quel significato, gioia e ricchezza, tanto che questa esistenza terrena diventa la preparazione e la via per il cielo, per una gioia eterna e la vita eterna. La morte non deve essere brutta per forza se la vita è piena di senso, di significato e di valore. È questo che certamente si vuole dire nel vangelo delle nozze di Cana quando Gesù dichiara, perfino di fronte a sua madre, che non farà mai una cosa che gli venga detto dall'esterno. Lui può compiere e agire soltanto ciò per cui l'ora è venuta. E fra le righe bisogna aggiungere: l'ora giusta si può intuire ed esperire solo nel rapporto con Dio, poiché essa viene data e disposta unicamente nelle mani di Dio. A lui solo è dovuta l'obbedienza degli uomini nella profondità del loro essere. Per il vangelo di Giovanni l'ora decisiva nella vita di Gesù è arrivata nel momento del Getsemani e del Golgota, e lì si tratta delle nozze della vita umana con Dio, della fusione delle tenebre con la luce, della morte con la risurrezione, della sofferenza con la trasfigurazione, della trasformazione della'acqua in vino.
C'è bisogno di un'enorme intensità di vita per capire all'inizio come tutto possa trasformarsi dall'interno. I bambini sono ancora in grado di possedere questo dono. Essi dispongono di una capacità di cacciare la noia non perché gli altri li riempiono di cianfrusaglie, ma dando corpo e animando dall'interno un pezzo di legno apparentemente privo di valore. Un oggetto informe diventa per loro un cane, una persona, la madre o il padre, e loro maneggiano quel morto pezzetto di legno in modo che ne derivano istruzioni su come trattarlo e su come giocarci. Il tempo è fermo, lo spazio diventa diverso, ciò che all'apparenza non ha valore acquista un'enorme importanza. Chi, a un bambino che gioca, prende di mano quel pezzetto di legno, non gli porta via un semplice pezzo di legno, ma ciò che in quel momento è forse il centro della vita. Bisogna conoscere il suo gioco per sapere che cosa significano le cose per lui.
Così è generalmente nella nostra vita: che valore hanno le cose non ce lo dicono mai le cose stesse, l'importanza gliela diamo noi con la nostra vita. E tutta la nostra vita vale nella misura in cui confidiamo che Dio ha in mente qualcosa per noi.
(...)
Occorre una chiamata diversa, occorre la percezione di un incarico nella nostra vita, e tutto appare diverso, ha un sapore diverso, è diverso. È questo il miracolo della trasformazione, che cioè la nostra vita, apparentemente così priva di valore e di senso, rappresenta davanti a Dio e poi davanti agli uomini, se ne abbiamo il coraggio, una cosa infinitamente preziosa, una cosa che dà gioia, un arricchimento per ogni vita all'intorno. Solo che dobbiamo osare.
(...)
Il mondo si trasforma a seconda di come una persona si considera, e tutta la forza della fede si dimostra nel fatto di vedere tutto ancora una volta completamente diverso "
tratto da: - Eugen Drewermann, E imponeva loro le mani Prediche sui miracoli di Gesù
Traduzione dal tedesco di Annapaola Laldi,
(Spiritualità 91), Editrice Queriniana, Brescia, 251-258, qui: 253-255.256.257
Theologica IV.
Gerard SLOYAN
" Con un inizio brusco, Giovanni registra la presenza della madre di Gesù alle nozze di Cana, poi dà l'impressione che Gesù e i suoi discepoli partecipino alla festa nuziale solo in veste di suoi accompagnatori. La scelta del «primo dei suoi segni» (2,11) è guidata da una reminiscenza della sua pietà familiare, della sua devozione filiale. In Giovanni, Maria non è mai chiamata col suo nome: e sempre «la madre di Gesù» (2,1; cfr. v. 12; 6,42; 19,25-27) o la «donna», quando se ne parla al vocativo (2,4; 19,26).
(...)
Per Giovanni fare tutto ciò che Gesù ordina è l'essenza del discepolato (cfr. 15,14.16).
(...)
La storia di Cana invita la comunità a considerare seriamente se il maestro della cerimonia che dà il secco ordine: «Riempite di acqua i recipienti […] adesso attingetene un po' […]», rende ogni cosa nuova. Così «egli manifesta la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui».
Ci dev'essere novità di vita nei molti luoghi dove i cristiani si riuniscono, altrimenti questa storia finirà per essere solo un'oziosa favola per le sere d'inverno. "
tratto da: - Gerard Sloyan, Giovanni
(Strumenti 38 Commentari) Edizione italiana a cura di Franco Ronchi
Claudiana, Torino, 2008, 56.57.61.
BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE
Maurizio ABBÀ
Alle nozze di Cana, la trasformazione dell'acqua in vino è il primo 'segno' in Giovanni, fra i diversi segni delineati nel IV Evangelo sembra quello meno urgente, quasi superfluo.
Due possibili interpretazioni radicalmente opposte tra loro:
- da una parte: c'è chi vede in tutto questo la mediazione di Maria
- dall'altra invece: troviamo il rifiuto da parte di Gesù di farsi suggerire il percorso dall'esterno, da altri, fosse anche un famigliare stretto, la madre da cui prende le distanze chiamandola: semplicemente "donna" e dicendole: "che c'è fra me e te, o donna?", qui non è un problema di relazioni famigliari. Qui Gesù vuole seguire il suo percorso tracciato dal Padre cioè da Dio.
Personalmente mi convince di più la seconda interpretazione.
Ma è proprio questa la parte più rilevante del testo?
O forse la parte rilevante è nel non restare senza provviste di contenuti e non restare privo di sentimenti e di emozioni da vivere.
- Pensare che questo testo indichi che l'ebraismo è superato dal cristianesimo vuol dire prendere una cantonata colossale i cui effetti devastanti si sono acuiti nel corso dei secoli.
Ebraismo e Cristianesimo devono imparare ad essere vicendevolmente alimento spirituale per poter porgere Buona Notizia a tutti.
- Trasformare, cambiare, modificare: c'è un gran bisogno di questi verbi nella vita quotidiana: nella società e individualmente.
Resta importante non 'annacquare' le relazioni, ossia non sminuirle, non sottovalutarle, dare loro peso specifico.
C'è tanto da fare. Cominciamo allora. Senza pretese di strafare ma con speranza di riempire i vuoti con dei contenuti che siano azioni autentiche e parole vere.
Per non diventare aridi. Sarebbe già qualcosa.
Sarebbe la trasformazione in ciò che importa davvero.
Sarebbe l'inizio di un piccolo grande cambiamento.
Sarebbe modifica non insignificante.
A tavola riscoprire la comunicazione della gioia è il primo passo.
E quando siamo soli? La risposta è: socializzare, buttare via tristezze e malinconie.
La fede a volte può essere dubbiosa ma non può e non deve diventare una fede triste e malinconica.
Nonostante tutto la fede è gioia, dobbiamo ricordarcelo.
gratuito
Domenica 17 gennaio 2016
- 2a DOPO L'EPIFANIA -
BIBLICA
Evangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 2,1-11
1 Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù.
2 E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze.
3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino».
4 Gesù le disse: «Che c'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta».
5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà».
6 C'erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure.
7 Gesù disse loro: «Riempite d'acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all'orlo.
8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono.
9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l'acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».
11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.
11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.
Theologica I.
Pinchas LAPIDE
" « E al terzo giorno [CEI: tre giorni dopo] ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea»: così comincia il secondo capitolo del Vangelo di Giovanni. Perché proprio «al terzo giorno», dal momento che non vi è alcun rimando, né ai versetti che precedono né a quelli che seguono, in grado di chiarire o giustificare quest'esatta indicazione temporale?
In quest'espressione gli esegeti cristiani hanno visto spesso una prefigurazione della risurrezione di Gesù, che pure avvenne «al terzo giorno», ma tutto questo sembra tirato per i capelli, poiché non vi è assolutamente nulla nel testo che possa suffragare una tale esegesi.
Solo quando si ritraduce l'espressione in ebraico ci si accorge subito che qui si parla semplicemente di un martedì, che è in ebraico «il terzo giorno» della settimana della creazione descritta nella Genesi (1,13). Nella Bibbia questo terzo giorno racchiude un privilegio a suo riguardo si dice per due volte che «Dio vide che era cosa buona» (Gen. 1,10 e 1,12), la prima in riferimento alla terra ferma e ai mari appena creati e la seconda con un significato più profondo. Infatti, a partire dalla creazione della flora terrestre, Dio non dice più come in precedenza: Sia la luce! Appaia l'asciutto! Si raccolgano le acque!, ma dice: «La terra produca germogli» (Gen 1,11). La creatura cioè non è più inerte e insensibile, ma è chiamata a offrire il suo contributo all'azione di Dio.
In breve, da questo momento in poi Dio vuole dei collaboratori nell'opera della creazione, dei collaboratori ai quali fa dono di una libera creatività. Così Dio non è più solo; si è scelto dei partner che, insieme a lui, fanno progredire la creazione, comportandosi da validi collaboratori del Signore del mondo. Ora il secondo «era cosa buona» è detto proprio per loro. Di conseguenza, ogni coppia di sposi deve collaborare al progresso della creazione, dando la vita a nuovi esseri umani. Che poi alla creazione di ogni nuovo essere umano partecipi anche Dio, lo conferma già Eva, in occasione della nascita di Caino, quando esulta, dicendo: «Ho acquistato un uomo, con l'aiuto del Signore!» (Gen 4,1).
Perciò questo «terzo giorno» è diventato fin dai primordi il giorno classico delle nozze ebraiche e questo per due buoni motivi: richiamo del dovere della fecondità (Gen 1,28) e doppio buon auspicio. Infatti, il primo ki-tob («cosa buona») vale per lo sposo, mentre il secondo come benedizione epr la sposa, è inteso nel senso di presagio di un matrimonio felice.
Per questo motivo quel matrimonio a Cana — come la maggior parte dei matrimoni fino ai nostri giorni — avvenne «al terzo giorno» della settimana della creazione.
Qui possiamo anche ricordare brevemente i nomi tedeschi della settimana che sono chiaramente non biblici: Sonntag (domenica) ricorda il giorno festivo romano del sole invitto che era adorato dai seguaci del culto di Mitra; Montag (lunedì) è consacrato alla dèa luna (Mond); Dienstag è una storpiatura del nome di Zeus (cf. l'inglese Tuesday), al quale il giorno è dedicato; Donnestag (giovedì) è dedicato al dio germanico del tuono (Donner); Freitag (venerdì) è il giorno sacro di Freya, la signora del Walhalla germanico; Samstag consacrato alla costellazione divinizzata di Saturno. Solo Mittwoch (mercoledì) è koscher (puro), quale giorno cui non sono associati particolari significati pagani, comunque solo in tedesco, poiché in inglese esso è consacrato a Wotan (Wednesday) e in francese e italiano al dio Mercurio (mercredi, mercoledì). "
Qui possiamo anche ricordare brevemente i nomi tedeschi della settimana che sono chiaramente non biblici: Sonntag (domenica) ricorda il giorno festivo romano del sole invitto che era adorato dai seguaci del culto di Mitra; Montag (lunedì) è consacrato alla dèa luna (Mond); Dienstag è una storpiatura del nome di Zeus (cf. l'inglese Tuesday), al quale il giorno è dedicato; Donnestag (giovedì) è dedicato al dio germanico del tuono (Donner); Freitag (venerdì) è il giorno sacro di Freya, la signora del Walhalla germanico; Samstag consacrato alla costellazione divinizzata di Saturno. Solo Mittwoch (mercoledì) è koscher (puro), quale giorno cui non sono associati particolari significati pagani, comunque solo in tedesco, poiché in inglese esso è consacrato a Wotan (Wednesday) e in francese e italiano al dio Mercurio (mercredi, mercoledì). "
tratto da: - Pinchas Lapide, Bibbia tradotta Bibbia tradita
Traduzione dal tedesco di Romeo Fabbri
(Studi biblici 36), EDB Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 128-129.
Theologica II.
José Antonio PAGOLA
" Un linguaggio di gesti
L'evangelista Giovanni non dice che Gesù fece «miracoli» o «prodigi», ma li chiama «segni», perché sono gesti che rimandano a qualcosa di più profondo di quello che riescono a vedere i nostri occhi. In concreto, i segni che Gesù realizza orientano alla sua persona e ci rivelano la sua forza di salvezza.
Quanto avviene a Cana di Galilea e l'inizio di tutti i segni, il modello di quello che Gesù compirà nel corso della sua vita. In questa «trasformazione dell'acqua in vino» ci viene proposta la chiave di comprensione del tipo di trasformazione salvifica operata da Gesù.
Tutto avviene nella cornice di una festa di nozze, la festa umana per antonomasia, il simbolo più eloquente dell'amore, l'immagine migliore con cui la tradizione biblica evoca la comunione definitiva di Dio con l'essere umano. La salvezza di Gesù Cristo deve essere vissuta e offerta dai suoi seguaci come una festa che conferisce pienezza alle feste umane, quando queste sono vuote, «senza vino» e incapaci di appagare la nostra sete di felicità totale.
(...)
Per questo non si può evangelizzare in un modo qualunque. Per comunicare la fede di trasformazione di Gesù non bastano le parole, ma sono necessari i gesti.
Evangelizzare non è solo parlare, predicare o insegnare; e ancora meno giudicare, minacciare o condannare.
(...)
Da Gesù Cristo molti si attendono una forza e uno stimolo per vivere in modo più sensato e gioioso. Se si imbattono soltanto in una «religione annacquata» e non viene dato loro un assaggio della gioia festosa che Gesù trasmetteva in modo contagioso, molti continueranno ad allontanarsi.
Gioia e amore
Secondo l'evangelista Giovanni, Gesù compiva segni per far conoscere il ministero racchiuso nella sua persona e per invitare la gente ad accogliere la forza di salvezza che portava con sé. Quale fu il primo di essi? Qual è la prima cosa che dobbiamo trovare in Gesù?
L'evangelista parla di una festa di nozze a Cana di Galilea, un piccolo villaggio di montagna, a quindici chilometri da Nazaret. Tuttavia, la scena possiede un carattere chiaramente simbolico.
Né la sposa né lo sposo hanno un volto: non parlano e non compiono azioni. L'unico personaggio importante è un «invitato» di nome Gesù.
La feste nuziali in Galilea erano le feste più attese e amate tra le popolazioni rurali. Per vari giorni, familiari e amici accompagnavano gli sposi mangiando e bevendo con loro, ballando danze nuziali e cantando canzoni d'amore.
(...)
Come possiamo pretendere di seguire Gesù, senza coltivare maggiormente tra di noi la gioia e l'amore? Che cosa ci può essere di più importante nella Chiesa e nel mondo? Fino a quando potremo conservare in «anfore di pietra» una fede triste e annoiata?
A che servono tutti i nostri sforzi, se non siamo capaci di portare amore nella nostra religione?
(...)
Le nozze non sono altro che l'inizio di una vita nella quale gli sposi possono rivelare Dio nel loro amore matrimoniale.
L'amore intimo che essi celebrano e assaporano, i gesti di affetto e tenerezza che si scambiano, il dono di sé e la fedeltà che vivono giorno dopo giorno, il perdono e la comprensione che sostengono la loro esistenza, tutto ha per loro un carattere unico e differente (...)
Malgrado i loro errori e le loro limitazioni, nel loro amore devono assaporare la grazia di Dio, la sua vicinanza e il suo perdono.
Non è mai troppo tardi per imparare a vivere con maggiore profondità.
Quel Gesù, che con la sua presenza illuminò le nozze di Cana, può ancora insegnare agli sposi cristiani a bere un «vino migliore». "
- tratto da: José Antonio Pagola, La via aperta da Gesù 4 Giovanni
Traduzione di Fabrizio Iodice Revisione di Riccardo Larini
Edizioni Borla, Roma, 2013, 43-45.48-49.
Theologica III.
Eugen DREWERMANN
"Più superficialmente gli uomini pensano e sentono o, il che è lo stesso, meno religiosamente pensano e sentono, più crescerà il loro desiderio che le cose all'intorno debbano cambiare. Sono propensi ad addossare tutta la loro sofferenza e tutto il loro bisogno alle circostanze e ai rapporti esterni; contro di essi vorrebbero procedere loro stessi, oppure, poiché di solito sono impotenti a farlo, desiderano che 'si' proceda contro di essi. Ci vuole una grandissima misura di saggezza per comprendere quanto siano ristretti i margini di cambiamento operabile davvero in ciò che è essenziale. Prima o poi ogni vero bisogno e ogni reale peso della vita umana non si può assolutamente scuotere via né cambiare, ma solo trasformare dall'interno. Questo miracolo è il nocciolo di ogni religione, la quintessenza di ciò che Gesù è e significa, punto centrale di tutto ciò di cui viviamo.
Finché ci saranno esseri umani, essi soffriranno sotto il peso della malattia, della vecchiaia e della morte, e finché ci sarà una storia umana, gli uomini tenteranno quanto più possono, di cambiare qualcosa. Nessuna generazione anteriore alla nostra si è spinta avanti in questa direzione come noi oggi: noi viviamo il doppio di quanto vivevano le persone circa 120 anni fa. Viviamo in modo più igienico, più sterilizzato, salubre, se si vuole, di quanto sia vissuta ogni generazione prima di noi, e tuttavia proprio noi che viviamo oggi siamo in condizione di sapere meglio dell'umanità che è vissuta prima che ciò che è necessario non è temere la malattia, la vecchiaia e la morte, bensì riempire la vita di quel significato, gioia e ricchezza, tanto che questa esistenza terrena diventa la preparazione e la via per il cielo, per una gioia eterna e la vita eterna. La morte non deve essere brutta per forza se la vita è piena di senso, di significato e di valore. È questo che certamente si vuole dire nel vangelo delle nozze di Cana quando Gesù dichiara, perfino di fronte a sua madre, che non farà mai una cosa che gli venga detto dall'esterno. Lui può compiere e agire soltanto ciò per cui l'ora è venuta. E fra le righe bisogna aggiungere: l'ora giusta si può intuire ed esperire solo nel rapporto con Dio, poiché essa viene data e disposta unicamente nelle mani di Dio. A lui solo è dovuta l'obbedienza degli uomini nella profondità del loro essere. Per il vangelo di Giovanni l'ora decisiva nella vita di Gesù è arrivata nel momento del Getsemani e del Golgota, e lì si tratta delle nozze della vita umana con Dio, della fusione delle tenebre con la luce, della morte con la risurrezione, della sofferenza con la trasfigurazione, della trasformazione della'acqua in vino.
C'è bisogno di un'enorme intensità di vita per capire all'inizio come tutto possa trasformarsi dall'interno. I bambini sono ancora in grado di possedere questo dono. Essi dispongono di una capacità di cacciare la noia non perché gli altri li riempiono di cianfrusaglie, ma dando corpo e animando dall'interno un pezzo di legno apparentemente privo di valore. Un oggetto informe diventa per loro un cane, una persona, la madre o il padre, e loro maneggiano quel morto pezzetto di legno in modo che ne derivano istruzioni su come trattarlo e su come giocarci. Il tempo è fermo, lo spazio diventa diverso, ciò che all'apparenza non ha valore acquista un'enorme importanza. Chi, a un bambino che gioca, prende di mano quel pezzetto di legno, non gli porta via un semplice pezzo di legno, ma ciò che in quel momento è forse il centro della vita. Bisogna conoscere il suo gioco per sapere che cosa significano le cose per lui.
Così è generalmente nella nostra vita: che valore hanno le cose non ce lo dicono mai le cose stesse, l'importanza gliela diamo noi con la nostra vita. E tutta la nostra vita vale nella misura in cui confidiamo che Dio ha in mente qualcosa per noi.
(...)
Occorre una chiamata diversa, occorre la percezione di un incarico nella nostra vita, e tutto appare diverso, ha un sapore diverso, è diverso. È questo il miracolo della trasformazione, che cioè la nostra vita, apparentemente così priva di valore e di senso, rappresenta davanti a Dio e poi davanti agli uomini, se ne abbiamo il coraggio, una cosa infinitamente preziosa, una cosa che dà gioia, un arricchimento per ogni vita all'intorno. Solo che dobbiamo osare.
(...)
Il mondo si trasforma a seconda di come una persona si considera, e tutta la forza della fede si dimostra nel fatto di vedere tutto ancora una volta completamente diverso "
tratto da: - Eugen Drewermann, E imponeva loro le mani Prediche sui miracoli di Gesù
Traduzione dal tedesco di Annapaola Laldi,
(Spiritualità 91), Editrice Queriniana, Brescia, 251-258, qui: 253-255.256.257
Finché ci saranno esseri umani, essi soffriranno sotto il peso della malattia, della vecchiaia e della morte, e finché ci sarà una storia umana, gli uomini tenteranno quanto più possono, di cambiare qualcosa. Nessuna generazione anteriore alla nostra si è spinta avanti in questa direzione come noi oggi: noi viviamo il doppio di quanto vivevano le persone circa 120 anni fa. Viviamo in modo più igienico, più sterilizzato, salubre, se si vuole, di quanto sia vissuta ogni generazione prima di noi, e tuttavia proprio noi che viviamo oggi siamo in condizione di sapere meglio dell'umanità che è vissuta prima che ciò che è necessario non è temere la malattia, la vecchiaia e la morte, bensì riempire la vita di quel significato, gioia e ricchezza, tanto che questa esistenza terrena diventa la preparazione e la via per il cielo, per una gioia eterna e la vita eterna. La morte non deve essere brutta per forza se la vita è piena di senso, di significato e di valore. È questo che certamente si vuole dire nel vangelo delle nozze di Cana quando Gesù dichiara, perfino di fronte a sua madre, che non farà mai una cosa che gli venga detto dall'esterno. Lui può compiere e agire soltanto ciò per cui l'ora è venuta. E fra le righe bisogna aggiungere: l'ora giusta si può intuire ed esperire solo nel rapporto con Dio, poiché essa viene data e disposta unicamente nelle mani di Dio. A lui solo è dovuta l'obbedienza degli uomini nella profondità del loro essere. Per il vangelo di Giovanni l'ora decisiva nella vita di Gesù è arrivata nel momento del Getsemani e del Golgota, e lì si tratta delle nozze della vita umana con Dio, della fusione delle tenebre con la luce, della morte con la risurrezione, della sofferenza con la trasfigurazione, della trasformazione della'acqua in vino.
C'è bisogno di un'enorme intensità di vita per capire all'inizio come tutto possa trasformarsi dall'interno. I bambini sono ancora in grado di possedere questo dono. Essi dispongono di una capacità di cacciare la noia non perché gli altri li riempiono di cianfrusaglie, ma dando corpo e animando dall'interno un pezzo di legno apparentemente privo di valore. Un oggetto informe diventa per loro un cane, una persona, la madre o il padre, e loro maneggiano quel morto pezzetto di legno in modo che ne derivano istruzioni su come trattarlo e su come giocarci. Il tempo è fermo, lo spazio diventa diverso, ciò che all'apparenza non ha valore acquista un'enorme importanza. Chi, a un bambino che gioca, prende di mano quel pezzetto di legno, non gli porta via un semplice pezzo di legno, ma ciò che in quel momento è forse il centro della vita. Bisogna conoscere il suo gioco per sapere che cosa significano le cose per lui.
Così è generalmente nella nostra vita: che valore hanno le cose non ce lo dicono mai le cose stesse, l'importanza gliela diamo noi con la nostra vita. E tutta la nostra vita vale nella misura in cui confidiamo che Dio ha in mente qualcosa per noi.
(...)
Occorre una chiamata diversa, occorre la percezione di un incarico nella nostra vita, e tutto appare diverso, ha un sapore diverso, è diverso. È questo il miracolo della trasformazione, che cioè la nostra vita, apparentemente così priva di valore e di senso, rappresenta davanti a Dio e poi davanti agli uomini, se ne abbiamo il coraggio, una cosa infinitamente preziosa, una cosa che dà gioia, un arricchimento per ogni vita all'intorno. Solo che dobbiamo osare.
(...)
Il mondo si trasforma a seconda di come una persona si considera, e tutta la forza della fede si dimostra nel fatto di vedere tutto ancora una volta completamente diverso "
tratto da: - Eugen Drewermann, E imponeva loro le mani Prediche sui miracoli di Gesù
Traduzione dal tedesco di Annapaola Laldi,
(Spiritualità 91), Editrice Queriniana, Brescia, 251-258, qui: 253-255.256.257
Theologica IV.
Gerard SLOYAN
" Con un inizio brusco, Giovanni registra la presenza della madre di Gesù alle nozze di Cana, poi dà l'impressione che Gesù e i suoi discepoli partecipino alla festa nuziale solo in veste di suoi accompagnatori. La scelta del «primo dei suoi segni» (2,11) è guidata da una reminiscenza della sua pietà familiare, della sua devozione filiale. In Giovanni, Maria non è mai chiamata col suo nome: e sempre «la madre di Gesù» (2,1; cfr. v. 12; 6,42; 19,25-27) o la «donna», quando se ne parla al vocativo (2,4; 19,26).
(...)
Per Giovanni fare tutto ciò che Gesù ordina è l'essenza del discepolato (cfr. 15,14.16).
(...)
La storia di Cana invita la comunità a considerare seriamente se il maestro della cerimonia che dà il secco ordine: «Riempite di acqua i recipienti […] adesso attingetene un po' […]», rende ogni cosa nuova. Così «egli manifesta la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui».
Ci dev'essere novità di vita nei molti luoghi dove i cristiani si riuniscono, altrimenti questa storia finirà per essere solo un'oziosa favola per le sere d'inverno. "
(...)
Per Giovanni fare tutto ciò che Gesù ordina è l'essenza del discepolato (cfr. 15,14.16).
(...)
La storia di Cana invita la comunità a considerare seriamente se il maestro della cerimonia che dà il secco ordine: «Riempite di acqua i recipienti […] adesso attingetene un po' […]», rende ogni cosa nuova. Così «egli manifesta la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui».
Ci dev'essere novità di vita nei molti luoghi dove i cristiani si riuniscono, altrimenti questa storia finirà per essere solo un'oziosa favola per le sere d'inverno. "
tratto da: - Gerard Sloyan, Giovanni
(Strumenti 38 Commentari) Edizione italiana a cura di Franco Ronchi
Claudiana, Torino, 2008, 56.57.61.
(Strumenti 38 Commentari) Edizione italiana a cura di Franco Ronchi
Claudiana, Torino, 2008, 56.57.61.
BRICIOLE DI FEDE
PER UNA FEDE NON IN BRICIOLE
Maurizio ABBÀ
Alle nozze di Cana, la trasformazione dell'acqua in vino è il primo 'segno' in Giovanni, fra i diversi segni delineati nel IV Evangelo sembra quello meno urgente, quasi superfluo.
Due possibili interpretazioni radicalmente opposte tra loro:
- da una parte: c'è chi vede in tutto questo la mediazione di Maria
- dall'altra invece: troviamo il rifiuto da parte di Gesù di farsi suggerire il percorso dall'esterno, da altri, fosse anche un famigliare stretto, la madre da cui prende le distanze chiamandola: semplicemente "donna" e dicendole: "che c'è fra me e te, o donna?", qui non è un problema di relazioni famigliari. Qui Gesù vuole seguire il suo percorso tracciato dal Padre cioè da Dio.
Personalmente mi convince di più la seconda interpretazione.
Ma è proprio questa la parte più rilevante del testo?
O forse la parte rilevante è nel non restare senza provviste di contenuti e non restare privo di sentimenti e di emozioni da vivere.
- Pensare che questo testo indichi che l'ebraismo è superato dal cristianesimo vuol dire prendere una cantonata colossale i cui effetti devastanti si sono acuiti nel corso dei secoli.
Ebraismo e Cristianesimo devono imparare ad essere vicendevolmente alimento spirituale per poter porgere Buona Notizia a tutti.
- Trasformare, cambiare, modificare: c'è un gran bisogno di questi verbi nella vita quotidiana: nella società e individualmente.
Resta importante non 'annacquare' le relazioni, ossia non sminuirle, non sottovalutarle, dare loro peso specifico.
C'è tanto da fare. Cominciamo allora. Senza pretese di strafare ma con speranza di riempire i vuoti con dei contenuti che siano azioni autentiche e parole vere.
Per non diventare aridi. Sarebbe già qualcosa.
Sarebbe la trasformazione in ciò che importa davvero.
Sarebbe l'inizio di un piccolo grande cambiamento.
Sarebbe modifica non insignificante.
A tavola riscoprire la comunicazione della gioia è il primo passo.
E quando siamo soli? La risposta è: socializzare, buttare via tristezze e malinconie.
La fede a volte può essere dubbiosa ma non può e non deve diventare una fede triste e malinconica.
Nonostante tutto la fede è gioia, dobbiamo ricordarcelo.
Per non diventare aridi. Sarebbe già qualcosa.
Sarebbe la trasformazione in ciò che importa davvero.
Sarebbe l'inizio di un piccolo grande cambiamento.
Sarebbe modifica non insignificante.
A tavola riscoprire la comunicazione della gioia è il primo passo.
E quando siamo soli? La risposta è: socializzare, buttare via tristezze e malinconie.
La fede a volte può essere dubbiosa ma non può e non deve diventare una fede triste e malinconica.
Nonostante tutto la fede è gioia, dobbiamo ricordarcelo.


